Diario di un concerto: Mumford & Sons

Andare a un concerto suscita sempre un mix di emozioni diverse, dall’ansia per l’attesa alla gioia per l’esserti fregato un plettro o una bacchetta, insieme alla stanchezza post-adrenalinica della fine. Quando poi vai a vedere uno dei tuoi gruppi preferiti, alla loro unica tappa italiana e dopo tre anni dall’ultima volta, questo mix viene amplificato, in ogni singola parte. Ecco a voi un breve resoconto del concerto dei Mumford & Sons a Milano dello scorso 29 aprile, articolato in quattro simpaticissime fasi.

Il viaggio

Il viaggio per Milano è sempre un’esperienza, il treno è sempre pieno e conosci un sacco di gente interessante: una signora anziana che va a trovare il figlio e che ti offre tutto quello che è contenuto dentro una borsa frigo piccola ma apparentemente senza fondo; la famigliola felice con due figli, tre cani e otto valigie; il classico tipo che si sente così a suo agio sul treno da togliersi le scarpe, disponibile anche al femminile. In questo melting pot culturale io ero quello indeciso tra il ripassare le canzoni del concerto in base a una scaletta trovata su internet e poi rivelatasi quasi del tutto sbagliata e studiare. Ho visto una puntata di Game of Thrones. Valar morghulis.

L’attesa

Ci sono due tipi di persone: quelli che arrivano il pomeriggio presto a fare la fila ai cancelli tra sole, pioggia e panini col salame, e quelli che hanno il cugino dello zio dell’amico che lavora al palazzetto e che ti fa passare davanti, dandoti quel senso di potere che fondamentalmente, a noi italiani, piace. Non rivelerò la mia fazione ma apro una piccola riflessione sull’attesa: la fila è uno dei momenti più belli di socializzazione, in cui trovi gente da ogni regione d’Italia che è lì per il tuo stesso motivo, che canticchia le canzoni che ti stanno a cuore, gente con cui condividere speranze ed esperienze, sigarette, Peroni, e i già citati panini col salame. Poi se sei fortunato incontri anche le amiche della tua ex.

Mumford in concerto a Milano – Ph credit Redazione Atlas

Il concerto

Ecco il cuore di questa storia: il live. Nel parterre aleggiava un sentimento comune di “Speriamo non facciano troppe canzoni di Delta perché non mi piacciono”. E quando vai a vedere il tour dell’ultimo album sperando di non sentirlo capisci che qualcosa non va. In realtà Delta è un album molto bello, prodotto egregiamente, tuttavia rappresenta il proseguimento di una virata pop iniziata con Wilder Mind e che non è piaciuta proprio a tutti. Al concerto dei Mumford voglio i Mumford, non i Coldplay, che per carità fantastici pure loro. Aprono le danze i Gang of Youths, gruppo indie rock australiano che fa bene il suo dovere: scaldare un palazzetto in una data sold out.
Arrivano Marcus Mumford e soci sul palco e penso due cose: la prima è che Marcus avrà passato Pasqua e Pasquetta dalle mie parti perché i bottoni della camicia faticano a contenerlo, la seconda è che vedo un banjo e la cosa mi rassicura, forse non ascolterò i Coldplay oggi. Il concerto si apre con Guiding Light, singolo di Delta, per poi continuare con la vecchia guardia, Little Lion Man. Sentirle una dopo l’altra in live è stato illuminante, le due canzoni non stonavano tra loro, i Mumford hanno trovato la loro strada, il loro modo per dire che non sono poi cambiati così tanto e che hanno ancora tanto da dirci. Seguono Holland Road e The Cave, con cui il pubblico esplode. Poi Beloved, Lover of the Light dove il frontman si improvvisa (bene) alla batteria e Tompkins Square Park. Prima di Believe, il tastierista Ben Lovett esorta il pubblico con un italiano stentato ma comprensibile ad accendere le luci dei cellulari e gli accendini, creando un’atmosfera surreale mentre Marcus si lanciava tra la folla. Prima della pausa ancora Ditmas, Slip Away, Picture You e Darkness Visible, per poi esplodere con The Wolf, mentre dalle tribune i fan calavano uno striscione con uno dei versi della canzone:

Cause you were all I ever longed for”.

Il bis si apre lentamente, con un microfono al centro e quattro voci in cerchio a cantare Forever. Un’atmosfera particolare che aveva bisogno di un silenzio che tardava ad arrivare, finché Marcus non ha invitato gentilmente il pubblico a “Shut the fuck up”. A seguire, una cosa che non avevo ancora visto ad un concerto: una cover di Blood dei The Middle East eseguita insieme alla band d’apertura, in un palco insolitamente affollato e con un risultato splendido. Chiudono il cerchio Awake my soul, I will wait (altra esplosione di pubblico) e Delta, tra luci magistrali e coriandoli infiniti. E un po’ inaspettatamente le luci si accendono, i Mumford spariscono, il concerto finisce.

Mumford in concerto a Milano – Ph credit Redazione Atlas

Il ritorno

Quando un concerto piace si vede. Nessuna ressa alla fine, file ordinate, chiacchiere leggere con voci ormai consumate e tanti, tanti sorrisi. Il sentimento comune che aleggiava alla fine era “È durato troppo poco”. Si viaggia in metro, in macchina, in treno, con la memoria dello smartphone intasata e con in testa le canzoni appena ascoltate. I Mumford sono riusciti a farci piacere la loro svolta, e non glielo perdonerò mai. Si torna a casa stanchi, diversi, con qualche amico in più e una nuova sciarpa da aggiungere alla collezione. Al prossimo concerto, magari i Coldplay.

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