Diritti umani: una questione di filosofia

Come mai prima d’ora, la questione relativa ai diritti umani è diventata di straordinaria importanza, soprattutto se si considera la delicata fase di transizione che si sta consumando sotto i nostri occhi. Quale regime, o ordine mondiale che dir si voglia, uscirà fuori da questa turbolenta crisi del sistema globalizzato, che sia la post-democrazia che sia la post-verità o quant’altro, nessuno lo sa. Ma è bene mettere un punto fermo, a mio avviso, sul concetto di ‘diritti umani’, se non vogliamo che anch’esso, essendo in stretta relazione con quello di ‘potere’, cambi in funzione del mutamento di quest’ultimo. E per farlo ho ritenuto necessario partire da ciò che costituisce la peculiarità del sistema giuridico dei diritti umani, ossia la sua valenza universale, e ho provato ad analizzarla con le lenti della filosofia, senza pretesa alcuna di poter dare una rielaborazione esaustiva della letteratura competente. Sostengo convintamente che dalla questione affrontata emergano delle riflessioni sull’uomo e sulla società che dovrebbero informare il nostro agire comune in quanto persone.

La prima difficoltà deriva dalla pretesa universalità dei diritti umani. Innanzitutto, il concetto stesso di universalità non deve essere confuso con quello di assolutezza. Quest’ultimo, infatti, è sinonimo di inderogabilità, ossia di una validità che non tollera eccezioni a livello normativo. Perciò, i diritti umani sono considerati universali, ma non tutti sono assoluti. Un esempio: il diritto alla vita, il divieto di tortura e il divieto di schiavitù non ammettono deroghe, mentre in caso di guerra, in stato eccezionale di emergenza, o di pericolo imminente che minaccia la popolazione di uno Stato, queste sono ammesse – ad esempio alla libertà di associazione – purché rispettino il principio di proporzionalità.

Ora, se universale non vuol dire assoluto, cos’è che significa? Aristotele sosteneva che l’universale è un concetto che si attribuisce a una pluralità di enti la cui essenza deve coincidere con il carattere di universalità. Dunque, l’universale può avere diverse manifestazioni fisiche e tutte contengono una sua ‘traccia’. Ritornando ai diritti umani, la loro interpretazione è spesso legata alle esperienze culturali che la forgiano: in Europa, in Asia, in Africa e nelle Americhe troviamo delle tradizioni giuridiche che hanno avuto un’evoluzione differente, ciascuna condizionata da input storico-geografici irripetibili per ciascuna area geografica. Ma se applichiamo rigorosamente la nostra definizione aristotelica dobbiamo dedurre che vi siano insite in ognuna di esse delle tracce comuni del concetto universale di ‘umanità’, vale a dire tutto ciò che è umano nei suoi caratteri basilari. Allora possiamo affermare che i diritti umani sono universali nel senso che sono ‘comuni’, ossia tutto ciò che accomuna individui diversi tra loro. Non solo: l’universalità in sé deve investire, oltre i soggetti, anche il contenuto normativo: qualcosa vale per tutti proprio perché è comune a tutti. Se non vi fosse comunanza di nessun tipo, non potrebbe materialmente esistere alcun tipo di relazione o scambio tra individui di culture e origini differenti tra loro. Mentre l’assolutezza dunque rende impossibile la relazione, l’universalità la fa sua e la concretizza. A tal proposito, Luigi Ferrajoli, eminente giurista e filosofo del diritto, ribadisce che solo un approccio universalistico favorisce il dialogo interculturale essendo materialmente “il solo che lo renda possibile”. O con le parole di Tommaso D’Aquino: “Ciò che è universale abbraccia infiniti singolari”.

La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 deve essere considerata come il tentativo di sancire sacralmente i princìpi fondamentali richiesti dal rispetto della dignità umana. Nonostante non sia un testo con carattere giuridico vincolante, l’importanza risiede nel fatto che, per la prima volta nella storia, ciò che è umano e che ne costituisce la sua dignità deve essere assicurato a tutti gli esseri umani. La codificazione di tali diritti coincide con la più grande rivoluzione avvenuta all’interno della disciplina del diritto internazionale, ossia l’inclusione dell’individuo in quanto tale come soggetto di diritto. Ad essere precisi, l’intera disciplina è andata modificandosi di pari passo ai cambiamenti sistemici che si sono poi palesati all’indomani della seconda guerra mondiale, con l’emersione di un nuovo ordine mondiale e un cambiamento dei rapporti di potere su scala globale. A vincere, a mio avviso, è stata la persona umana, che viene elevata dal diritto e posta al centro del dibattito politico e filosofico contemporaneo.

A questo punto, esistono le condizioni strettamente necessarie affinché i diritti umani possano considerarsi universali?

La prima condizione dell’universalità dei diritti è fortemente condizionata dalla qualifica dell’aggettivo ‘umani’ il quale non si riferisce solamente e in modo generico alla specie umana, ma anche e soprattutto al fatto di essere intimamente costitutivi della dignità umana. Si tratta in pratica di bisogni ed esigenze a cui ogni essere umano dovrebbe avere accesso, la cui privazione perciò costituirebbe una mancanza talmente grave da offenderlo nella sua stessa dignità. Gli individui sono così chiamati a favorire attivamente il raggiungimento di questi beni fondamentali, scoraggiando o denunciando le azioni dirette in senso opposto.

La seconda condizione riguarda il concetto di titolarità che esprime la relazione normativa esistente tra l’individuo e le forme del bene umano espresse dai diritti. L’individuo umano è dunque riconosciuto nel diritto internazionale come una persona – un qualcuno e non un qualcosa secondo le parole del filosofo tedesco Robert Spaemann – la cui essenza è la vita stessa e non può fare a meno di preservarne la dignità.

Partendo da quest’ultimo assunto, la terza condizione sancisce la rilevanza del principio di eguaglianza tra persone, alle quali si applica il medesimo trattamento. Tuttavia, sarebbe impensabile concepire l’esistenza di una e una sola categoria di persone senza ritenere irrilevante la diversità che ciascuna di queste manifesta. L’eguaglianza non annulla l’unicità dei diversi individui, ma esige che ciascuno sia trattato al meglio delle possibilità, rispettando le differenze e colmando le disparità.

L’ultima condizione riguarda infine l’effettività dei diritti umani. Per attuare la titolarità di cui abbiamo parlato prima è necessario che si determinino materialmente quali diritti fondamentali abbia la persona umana, chi è deputato alla loro protezione e con quali mezzi. L’esigenza di concretizzazione normativa deriva dallo stesso concetto di universalità, ossia una comune applicazione rispettosa dei vari contesti culturali.  In generale, si deve sottolineare che i detentori del potere politico e sociale sono gravati dalla responsabilità di trovare le forme e le modalità più consone a rendere effettivi i diritti umani nei loro contesti culturali specifici.

Concludendo, abbiamo visto che l’universalità dei diritti umani declinata nel concetto di comunanza agisce sulla base dell’accoglienza dell’alterità. Donando senso all’Altro, noi gli riconosciamo il diritto di partecipare al discorso comune. Il dialogo interculturale che ne deriva rappresenta il terreno fertile dove vengono buttati i semi per il riconoscimento universale dei diritti umani. Entrare in relazione con la diversità è, in sintesi, la nostra traccia, quella che ci portiamo dentro, tutti: in quanto persone.

 

Post Scriptum: Alla luce di quanto detto, capisco che possa salire l’irrefrenabile voglia di leggersi tutta quanta la Dichiarazione Universali dei Diritti dell’Uomo. Per questo ve la linko immediatamente!!!!

<http://www.ohchr.org/EN/UDHR/Documents/UDHR_Translations/itn.pdf>

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