Dj Fabo: la dignità nel buio della vita

“Sono sempre stato un ragazzo molto vivace. Un po’ ribelle, nella vita ho fatto di tutto”. E infatti, Fabiano Antoniani, la sua vita, l’aveva vissuta veramente. “Ma la mia passione più grande è sempre stata la musica. Così divento Dj Fabo”. Una vita trascorsa tra viaggi in India, ad Ibiza e i dj set in giro per l’Italia. Una vita durata forse troppo poco. Il vivace, il ribelle, l’instancabile Dj Fabo il 27 febbraio, alle 11:40, morde il pulsante che inietta nel suo corpo il farmaco letale. E decide di morire così. In una clinica in Svizzera.

Tra la sua vitalità e il desiderio di morire c’è un evento. Un evento che gli spegne ogni speranza, ogni gioia, ogni forza. Il 13 giugno 2014 di ritorno da un dj set nei pressi di Milano, Dj Fabo ha un incidente in macchina. Può capitare, ma il destino è crudele: l’incidente lo rende cieco e tetraplegico. Cala il buio su quegli occhi vivaci. E da quel letto lui non si alzerà mai più per far ballare migliaia di giovani.

Malgrado le cure, le sue condizioni non migliorano: quella sarà la sua condizione, per sempre. “Mi sento in gabbia” dirà Dj Fabo, “da più di 2 anni sono bloccato a letto immerso in una notte senza fine”. Un cambiamento drammatico di abitudini e di pensieri. Quando anche la più flebile speranza viene a mancare, ecco che l’unico rimedio resta il mettere fine ad una sofferenza senza senso. I dolori sono lancinanti, ha bisogno del costante aiuto di una persona, non riesce più a compiere anche i gesti più semplici e banali. I viaggi, la musica, la vita sono solo un lontano ricordo. Le sue giornate ormai sono “intrise di sofferenza e disperazione”.

E così prende la sua decisione. Per lui è più “dignitoso e coerente, per la persona che sono, terminare questa mia agonia”. Scriverà anche al Presidente Mattarella sperando in un suo intervento presso il Parlamento per una legge sul fine vita. Combatte per quello che è per lui un diritto: scegliere di poter morire piuttosto che sopravvivere. Si fa conoscere, anche grazie alla compagna, Valeria Imbrogno. Con lei e con l’associazione “Luca Coscioni”, impegnata nella lotta per i diritti civili dei cittadini in ogni fase della loro vita, cerca di riportare l’attenzione su un tema spinoso, specie in un Paese come l’Italia. Si battono per una legge che regolamenti i diritti delle persone come Dj Fabo. Una legge che riconosca il diritto di poter scegliere, in determinate condizioni, se continuare una vita di sofferenze.

La politica appare immobile su questo terreno. Nell’ordinamento italiano attualmente l’eutanasia e il suicidio assistito sono reati. E manca anche una regolamentazione sul tema del testamento biologico. Nonostante le promesse e i casi eclatanti di Piergiorgio Welby e di Eluana Englaro, nulla ad oggi si è fatto. La colpa però non va riversata solo sui “politici”. L’immobilismo del Parlamento non è semplice ignavia. E’ lo specchio di un Paese che fa fatica ad affrontare con serietà alcuni grandi temi etici. Un Paese che fa fatica a discutere contro la morale religiosa.

E tra un dibattito e un altro, tra un tweet e un altro di qualche politico, Dj Fabo affronta il suo ultimo viaggio verso la clinica svizzera nella quale verrà esaudito il suo desiderio di andarsene per sempre. Perché la vita era un’altra cosa. La sua vita era un’altra cosa. E in quel buio degli occhi e del corpo nel quale era stato rinchiuso dal destino, lui non ci voleva più stare. Quella gabbia non gli apparteneva. “Qualifico la vita in qualità e non in quantità”, diceva. Così ha salutato il mondo. In piena libertà, col sorriso, e con grande dignità.

I giudizi banali, per una volta, li lasciamo da parte. Le persone dignitose non se li meritano.

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