Elezioni in Grecia: there is no alternative

Il partito di centro destra Nuova Democrazia ha vinto le elezioni politiche in Grecia con il 37,9% dei voti e il suo leader, Kyriakos Mitsotakis, figlio di una delle famiglie più ricche e potenti del paese, sostituirà Alexis Tsipras nel ruolo di primo ministro, mettendo fine all’esperienza di Syriza al governo.

Le vicende politiche degli ultimi anni in Grecia e le elezioni politiche che si sono tenute domenica, indette per volere di Alexis Tsipras, ex primo ministro, dopo la netta sconfitta elettorale in occasione delle consultazioni europee, riportano alla mente il famoso slogan della Thatcher, primo ministro conservatore britannico dal 1979 al 1990, “There is no alternative”, spesso abbreviato in TINA.

Il dibattito circa l’economia politica non ha più ragione di esistere, dice la Thatcher, dal momento che l’unica via percorribile è quella del libero mercato, della globalizzazione e della finanziarizzazione dell’economia. Lo slogan intende evidenziare la de-politicizzazione della sfera economica: l’egemonia del neoliberismo non viene interpretata come esito di un conflitto di interessi contrastanti, ma è tale perché non esiste un’alternativa a questo paradigma.

Su quali basi si fonda l’affermazione che non esiste un’alternativa? A ben vedere, lo slogan TINA è il figlio della rivoluzione marginalista nello studio dell’economia, il tentativo, potremmo dire oggi riuscito alla perfezione, di fare dell’economia una scienza tecnica, neutra, spogliata di qualsiasi aspetto normativo. Come scrive Leon Walras, uno dei padri della rivoluzione marginalista, in “Elementi di economia politica pura”, opera pubblicata nel 1883, “la caratteristica di una scienza propriamente detta è la totale indifferenza a qualunque conseguenza, vantaggiosa o svantaggiosa, del suo attaccamento al perseguimento della pura verità”.

Prima di arrivare ad oggi, però, è utile fare un passo indietro, alla calda estate del 2015. Il 5 luglio 2015 il 61% dei cittadini greci votarono “no” in occasione del referendum consultivo sull’approvazione del piano di riforme improntate all’austerità in cambio di aiuti finanziari proposto dai creditori internazionali, Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale.

Il significato di quel voto, un netto rifiuto di fronte alla proposta di accettare altre riforme lacrime e sangue, anche al costo di uscire dall’euro e ritrovarsi isolati, significava la richiesta di un’alternativa. Yanis Varoufakis, ministro delle finanze del governo Tsipras nel 2015, accusò i creditori internazionali di terrorismo durante un’intervista rilasciata al quotidiano spagnolo El Mundo: «Quello che stanno facendo con la Grecia ha un nome: terrorismo. […] Perché ci hanno costretto a chiudere le banche? Per instillare la paura nella gente. E quando si tratta di diffondere il terrore, questo fenomeno si chiama terrorismo. Ma confido che la paura non vincerà.»

Pochi giorni dopo il referendum, forte dell’appoggio popolare Tsipras propose un nuovo programma alla Trojka, che venne tuttavia rispedito al mittente. L’unica possibilità per la Grecia rimaneva quella di accettare l’accordo proposto, e bocciato in occasione del referendum, dai creditori internazionali. Di fronte a forti pressioni internazionali e a un paese sull’orlo del baratro, Tsipras si arrese e firmò l’accordo. Sulla figura di Tsipras e sulle sue decisioni, se significarono una sua resa dettata dalla paura e dalla mancanza di coraggio oppure una forma di responsabilità e realismo politico, si è dibattuto e detto tanto. Troppo semplice e superficiale, probabilmente, indicarlo come traditore del popolo greco e giudicarlo colpevole come spesso si è sentito in questi anni. La complessità delle questioni dibattute, il peso della responsabilità su un uomo solo del destino di 10 milioni di persone impongono prudenza e profondità nel giudizio storico della sua figura.

Tuttavia, qualche certezza in più la possiamo avere sul significato politico della vicenda greca. L’umiliazione nei confronti del popolo greco, perché di questo si è trattato, è una macchia indelebile per la legittimità popolare dell’Unione Europea. Ed è stata una delle più nette, feroci e ciniche dimostrazioni del fatto che un’alternativa a questo paradigma economico non è uno strumento di cui la politica, seppur fortemente legittimata dalla volontà popolare come nel caso greco, può servirsi. E questo episodio ha un fortissimo valore intimidatorio verso chiunque provi a mettere in discussione lo status quo economico.

La sconfitta di oggi di Alexis Tsipras è il segno più evidente dell’insoddisfazione del popolo greco per ciò che è stato. Ma la vittoria del centro-destra non è un ritorno alla normalità, e la Grecia ha ancora sulle sue spalle un debito pesantissimo e un tessuto produttivo e sociale lacerato. L’unione Europea e l’Eurozona, ancor di più dopo il recente rinnovo delle principali cariche, resta insostenibile per le fasce sociali più deboli, condannate dalla morsa dell’austerità del modello ordoliberale. E’ quanto mai urgente creare un’alternativa, in Grecia e in tutti i paesi europei, che riporti l’economia sotto il controllo della politica, le logiche di mercato assoggettate ai bisogni della società nel suo complesso. È una sfida impervia, una traversata nel deserto, dal momento che per tanti, troppi anni, si è addirittura negata l’esistenza stessa di un’alternativa. Alternativa che però esiste e che va perseguita, con coraggio e determinazione, rigettando ogni concezione tecnica e neutrale dell’economia.

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