Elezioni e partiti, uno sguardo rivolto al 4 marzo

Il 28 dicembre scorso il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ufficialmente sciolto le camere. Il governo Gentiloni rimarrà in carica per gli affari correnti fino all’election day previsto per il 4 marzo*. Finisce così la XVII legislatura, durata quasi cinque anni, durante la quale vi sono stati tre governi (Letta, Renzi e Gentiloni). Le forze politiche sono dunque ufficialmente impegnate nella costruzione delle alleanze pre-elettorali, secondo i più nodo cruciale per partecipare efficacemente alla competizione data la legge elettorale Rosatellum, ma anche nella stipulazione tacita degli accordi post-elettorali, quelli che poi contano davvero nella formazione del governo. Le elezioni del 2013 hanno mostrato una grande frammentazione del sistema partitico italiano, caratterizzato da una dinamica tripolare (centrosinistra, centrodestra, M5s), segnando così la fine del bipolarismo, per giunta “imperfetto” come lo definì Ilvo Diamanti riprendendo una felice formula coniata da Galli nel 1966. L’offerta politica che si sta delineando appare addirittura aumentare il numero dei poli presenti sul panorama politico con l’aggiunta del polo di sinistra rappresentato da Liberi e Uguali, formazione con a capo Pietro Grasso che raggruppa fondamentalmente tre partiti: Sinistra Italiana, Possibile e Articolo 1 – MDP. Anche se manca ancora poco più di due mesi e le strategie dei partiti sono tutt’altro che definite può essere utile disegnare un quadro generale dello stato di salute delle principali forze politiche. Nei mesi successivi non mancheranno certamente ulteriori approfondimenti, magari anche più puntuali e aggiornati.

 

Liberi e Uguali, il polo di sinistra

Stimata al 6.8% da YouTrend, LeU è la lista unitaria della sinistra. Abbiamo già accennato sopra chi sono i maggiori animatori di questo nuovo soggetto politico e non è un mistero per nessuno dove risieda la ragion d’essere di questa coalizione: la risposta allo spostamento al centro (per alcuni a destra) del segretario del PD Matteo Renzi. Il ‘quarto polo’ di Grasso potrebbe avere un ruolo tutt’altro che marginale negli accordi post-elettorali, soprattutto se il Movimento 5 Stelle di Di Maio non dovesse raggiungere la maggioranza in solitaria (situazione molto probabile). Se assumiamo che Renzi voglia affermarsi come il “Macron italiano”, nell’universo politico della sinistra la tendenza che sta emergendo è proprio quella di un’offerta elettorale alla francese. Nelle scorse elezioni francesi si sono presentate due forze politiche di sinistra che sembrano richiamare, o sono richiamate, dai due nuovi soggetti politici italiani. Il primo è proprio Liberi e Uguali, molto simile alla sinistra di Benoit Hamon (il che non pare essere proprio di buon auspicio, lo ammetto) e il secondo è la lista Potere al Popolo, raggruppamento delle forze radicali e popolari della sinistra, simile a “la France insoumise” di Jean-Luc Melenchon. Riguardo Potere al Popolo, tuttavia, corro il rischio di sovrastimarla.

 

Partito Democratico, alleati cercasi

Il Partito Democratico di Renzi, dopo le defezioni di Pisapia (in particolare) e Alfano è alla ricerca (disperata?) di alleati per formare la coalizione di centrosinistra stimata da YT al 27.9%. La ricerca pare essere condotta più al centro che a sinistra, ma gli ultimi aggiornamenti vedono ulteriori difficoltà dato il mancato accordo con la lista Più Europa di Emma Bonino per motivi più tecnici che politici. È opinione condivisa che il PD abbia partorito, inspiegabilmente, una legge elettorale sconveniente per se stessa (e il M5S) favorendo invece la tradizionale dimestichezza di Berlusconi nel formare coalizioni. Tutti i limiti della capacità aggregativa di Renzi stanno venendo a galla, eppure non appariva così difficile prevedere questa difficoltà da parte di un personaggio politico così divisivo. L’impressione è che molte forze politiche stiano cercando di allontanarsi da Renzi per evitare la punizione dell’incumbent, ovvero di chi è visto dagli elettori come il governo uscente da punire. Se il tentativo di Renzi, come detto nel paragrafo precedente, è quello di emulare Macron, il giudizio di chi scrive non può che essere negativo. La ragione risiede nel semplice fatto che le circostanze politiche e le ‘regole del gioco’ sono talmente differenti da far apparire quantomeno improbabile un risultato simile a quello di Macron. Il risultato che prevedo per Renzi e per il PD è apocalittico. È vero, chi scrive non è certo Nostradamus, ma qualcuno forse converrà con me che per una forza politica come il PD di oggi è difficile individuare quale sia il bacino di voti sicuro. Ad esempio, sulla linea capitale/lavoro, chi voterà PD? Gli imprenditori nonostante il ritorno di Berlusconi? I lavoratori non particolarmente contenti del Jobs Act? In questo caso, differentemente da Potere al Popolo, assumo il rischio di sottostimare il centrosinistra.

 

Movimento 5 Stelle, l’esame di maturità

Le nuove regole pentastellate e il nuovo statuto per alcuni commentatori sono il simbolo di un tentativo di maturare come forza politica e abbandonare alcune utopie come il no categorico ad ogni alleanza. Al di là dell’analisi sulle singole regole, alcune condivisibili e altre no, appare maggiormente interessante capire come il nuovo M5S si stia rapportando alla dialettica del gioco politico, in principio aprioristicamente condannato. La scelta di un premier come Di Maio va in questa direzione. Nell’era della “campagna elettorale permanente” il Movimento 5 Stelle rappresenta la forza politica che richiama maggiormente alla mobilitazione. Non è un caso che siano proprio i pentastellati ad aver messo il piede sull’acceleratore in questo inizio di campagna elettorale. La sottolineatura in questo senso va posta sulla parola “governo”, citata moltissimo dagli esponenti 5 stelle sui palchi delle agorà. Segno evidente, questo, della consapevolezza di essere giunti in una fase spartiacque della loro esperienza politica. Il 2018 non può essere più uno tsunami, adesso l’obiettivo è quello di tenere a bada le onde agitate nel 2013 e incanalarle in una direzione più sobria e credibile. È questa la sfida più grande del M5S in questa campagna elettorale: apparire credibili senza nascondere le origini ‘rivoluzionarie’. YouTrend stima il M5S al 27.3%. Anche se le percentuali finali dovessero rivelarsi più alte, appare estremamente difficile se non impossibile che si giunga ad un governo 5 stelle senza l’appoggio post-elettorale di altre forze (penso soprattutto all’appoggio di Liberi e Uguali). Ciò è conseguenza del Rosatellum e il M5S ne è ben cosciente, ma forse ne prenderà coscienza pubblicamente solamente dopo il 4 marzo.

 

Centrodestra, l’apparenza inganna

Silvio Berlusconi è l’uomo delle televisioni e sa bene che l’immagine che si mostra è più importante di quella effettiva. Per questo motivo l’opinione pubblica si sta convincendo che il centrodestra forte e unito vincerà le elezioni. Anche i sondaggi di YouTrend rilevano questa situazione, stimando il centrodestra al 35.8%. La notizia degli ultimi giorni è che a questa coalizione formata già da Forza Italia, Lega (non più Nord) e Fratelli d’Italia si è aggiunta la cosiddetta “quarta gamba” ovvero Noi per l’Italia, soggetto politico fondato dall’ex alfaniano Maurizio Lupi. Dunque alla corte di Berlusconi ve n’è di tutti i colori: nazionalisti, ex nordisti e democristiani. Le criticità di questa difficile convivenza verranno fuori dopo il 4 marzo, l’obiettivo è quello di presentarsi compatti alle elezioni per ottenere più seggi possibili perché, si sa, divisi si perde e da questo punto di vista storicamente a destra sono più pragmatici. La coalizione di centrodestra però non risolve il problema della governabilità del paese. Questo aspetto non si rileva solamente dalla matematica, ma anche dalla già citata eterogeneità delle forze politiche interne a questa coalizione. Se immaginiamo un governo del centrodestra attuale, a quali politiche possiamo pensare? Sicuramente le più disparate. Il problema dunque è programmatico e se vogliamo simile a quello del M5S. Gli altri due nodi che il centrodestra deve sciogliere sono rappresentati dalla condizione giuridica circa l’eleggibilità di Berlusconi e la conseguente scelta del leader. Una volta sciolti questi due nodi sarà più facile analizzare i problemi che derivano da queste incertezze. Il grande vantaggio del centrodestra deriva dal ‘vento di destra’ che soffia nel paese. Un vento che può regalare numerosi consensi alla Lega al Nord e Fratelli d’Italia al Sud.

 

In conclusione, un’offerta politica di questo tipo, con una dinamica quadripolare, rappresenterebbe un unicum del sistema politico italiano. Tuttavia vi sono alcuni parallelismi con le offerte politiche delle elezioni pre-2013 che vale la pena approfondire. In passato infatti il centrodestra aveva saputo sfruttare la divisione a sinistra vincendo grazie alla capacità unificatrice di Berlusconi. Senza il Movimento 5 Stelle una vittoria del centrodestra nel 2018 apparirebbe alla maggior parte dei commentatori e dell’opinione pubblica decisamente schiacciante. La domanda è dunque la seguente: chi è il vero argine (se deve esserci un argine) alla destra in Italia? la sinistra (seppur divisa) o il M5S?

 

Per visionare i dati YouTrend:

http://www.youtrend.it/2010/03/11/tabella-riepilogo-sondaggi-politici-elettorali/

*4 marzo individuata come data possibile

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *