ESCLUSIVA ATLAS – Intervista a Marco Di Maio

Marco Di Maio, 35 anni ad ottobre, è stato rieletto alla Camera per un secondo mandato, riuscendo ad aggiudicarsi il seggio uninominale nel collegio Forlì-Faenza. Con il 32,7% infatti ha superato di poche migliaia di voti la concorrenza di Andrea Cintorino della Lega, ferma al 31,1% e di Annamaria De Bellis dei 5 Stelle, che ha ottenuto il 27,1%.

Deputato, il risultato delle ultime elezioni politiche ha segnato la sconfitta del Partito Democratico, tuttavia lei è riuscito ad aggiudicarsi il collegio uninominale della Camera a Forlì. Una vittoria a metà, anche rivolgendo uno sguardo alle percentuali del M5S e della coalizione di centrodestra in un’area rossa come è tradizionalmente considerata la Romagna?

Indubbiamente, il risultato è deludente in termini generali. Personalmente, non la considero una vittoria a metà ma una vittoria piena, anche se chiaramente non è sufficiente ad attenuare la delusione per il risultato nazionale e per quello nella nostra regione: è arrivato un segnale molto forte che non può essere sottovalutato. In questo contesto, riuscire a vincere un collegio, peraltro senza avere paracaduti di altre candidature, in listini bloccati o in altre zone, assume se vogliamo un valore ancora maggiore rispetto a un contesto di vento in poppa come poteva essere in un’altra fase politica anche recente del nostro paese. Quindi sul piano personale piena soddisfazione, ma non si può negare che il contesto è molto negativo e che nel ripartire ci sarà molto da ragionare.

Dopo il voto del 4 marzo, non sembra essersi arrestato il processo di divisione nel Partito Democratico, tra chi è favorevole a partecipare a un esecutivo politico con il M5S e chi invece sostiene la necessità di non snaturarsi e di andare all’opposizione. Pensa che il PD abbia ancora un futuro, nonostante le sempre più evidenti fratture interne?

Io credo di si, penso che il partito possa avere un futuro se saprà cogliere i segnali che sono arrivati con questa netta sconfitta a livello elettorale, se saprà ripartire dal radicamento sul territorio, che non può essere più immaginato con le vecchie liturgie e con i vecchi sistemi, ma richiede probabilmente nuove modalità di organizzazione, nuovi modi di porsi nei confronti dei cittadini, di riuscire a valorizzare i propri eletti. Ecco, sono convinto che comunque il PD abbia ancora la possibilità di essere una forza importante per il nostro paese, come attualmente è. Non siamo arrivati al 5/6% dei socialisti francesi, abbiamo comunque oltre 6 milioni di italiani che ci hanno dato fiducia e da loro dobbiamo ripartire, capendo che sono arrivati dei segnali ben precisi da alcune fasce della società che si attendevano delle risposte o una percezione migliore di quella che siamo riusciti a dare.

Circa invece il sostegno al governo, io non ho dubbi sul fatto che il PD debba essere una forza di opposizione in questa legislatura, non per un vezzo o per orgoglio, ma perché il risultato elettorale è stato inequivocabile: quasi il 70 % degli italiani ha deciso di votare o Movimento 5 Stelle o centrodestra, che si sono presentati alle elezioni con programmi e proposte diametralmente opposte alle nostre. Troverei quindi difficile conciliare un appoggio del PD in maniera organica a un governo guidato o dal M5S o dalla Lega. Penso che anche nella chiarezza delle posizioni, pur stando in minoranza e all’opposizione, si possa ricostruire una credibilità, un’identità e una capacità di attrarre consenso, che oggi sicuramente abbiamo un po’ perso.

Secondo lei, come si muoverà il PD nella scelta dei presidenti delle Camere? Appoggerete qualcuno dei nomi che circolano oppure proprio da qui comincerà l’opposizione dei democratici?

Se arriveranno proposte di nome di alto profilo, credo che il PD faccia bene a valutarli e a sostenerli. Non credo che bisogni mischiare l’opposizione al futuro governo e alla futura maggioranza politica con le cariche istituzionali che hanno un impatto sul funzionamento di tutta l’istituzione. Ovviamente se verranno proposti nomi marcatamente di parte o comunque divisivi sarà difficile sostenerli; aspettiamo le proposte che verranno fatte e poi valuteremo il da farsi.

Il prossimo anno ci saranno le amministrative. Recentemente, l’attuale sindaco Drei sembra non avere più l’appoggio del partito, ed è stato chiesto per lui il rinvio a giudizio per la vicenda dei compensi di Livia Tellus con le accuse di abuso d’ufficio e falso ideologico. Quali sono gli scenari? Nel caso Drei dovesse avanzare la sua candidatura in vista di un secondo mandato, avrebbe il suo appoggio?

Il sindaco non è mai stato messo in minoranza dal partito, e non è ancora stato rinviato a giudizio. In quest’ottica, ritengo si faccia bene a tenere distinta la parte giudiziaria da quella politica. Io credo che la decisione sulla ricandidatura del sindaco debba partire innanzitutto dalla sua volontà, ossia se lui è disponibile o meno a candidarsi per un secondo mandato; poi non sono io personalmente a decidere se debba andare avanti o meno, faremo una discussione insieme a lui, al partito e alle altre articolazioni della società, perché non ci si deve chiudere in una stanza di partito per valutare, e poi decideremo.

Da quando è deputato, le viene riconosciuto da più parti il suo forte radicamento nel territorio. Forlì ospita migliaia di studenti fuorisede, che hanno un’importanza vitale per l’economia della città. Tuttavia, sembrano mancare gli spazi culturali e ricreativi e il centro storico è tutt’altro che vivo. Lei cosa farebbe concretamente per cercare di trovare una soluzione?

Intanto farei una ricognizione degli spazi pubblici, dal momento che ce ne sono diversi non utilizzati, e vedere se essi possono essere messi a disposizione per aumentare gli spazi a disposizione degli studenti, per consentire di avere più aule studio, di avere più luoghi dove potersi ritrovare. Poi credo che sia importante cercare di coinvolgere direttamente gli studenti fuorisede che vivono e studiano a Forlì, magari in alcune iniziative, in alcune attività, in alcuni momenti della città. Gli investimenti che sono stati fatti in questi anni sul nuovo campus sono stati importanti, credo che ora però serva anche un investimento, oltre che sulla didattica e sulle strutture, anche sulla qualità dell’integrazione tra università e città. Ora ho detto due cose, ma ce ne sarebbero tante altre su cui ragionare, che credo possano dare una risposta a questo bisogno, che è avvertito dagli studenti, ma che deve essere avvertito anche dalla città: quello di essere più permeata dalla presenza dei ragazzi che decidono di studiare e di vivere a Forlì.

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