Esclusiva Atlas: intervista a Piero Campagna

Graziella Campagna era una giovane diciassettenne di Saponara, in provincia di Messina, nata il 3 luglio 1968, cresciuta in una numerosissima famiglia che, spinta da un forte senso di responsabilità fin da giovanissima, abbandona gli studi dopo la terza media per dare una mano a livello economico alla sua umile famiglia. Lei non sa, però, che sarà proprio quel maledetto lavoro, ed una sfortunata coincidenza, a toglierle la giovinezza e la vita.

Inizia così a lavorare in una lavanderia sita in un paesino limitrofo a quello in cui abita: Villafranca Tirrena. Il 9 dicembre del 1985, nella giacca di un misterioso cliente abituale “l’ingegner Cannata”, troverà un’agendina. L’ingegnere non è chi dice di essere, bensì un importante esponente di Cosa Nostra latitante, Gerlando Alberti Jr.
La latitanza diviene così compromessa: Graziella viene rapita tre giorni dopo e uccisa brutalmente dallo stesso Gerlando Alberti Jr. e dal fidato compagno Giovanni Sutera.

Dopo i primi tempi in cui i depistaggi si susseguivano numerosi, anche coadiuvati dai media locali e nazionali che non credevano alla matrice mafiosa dell’accaduto, la tenacia del fratello Piero, carabiniere, portò ad una svolta nelle indagini.

Nonostante i tentativi di insabbiare il processo, nel 2004 Gerlando Alberti Jr. e Giovanni Sutera verranno condannati all’ergastolo, poi confermato nel 2008.

Non è bastata la lentezza della giustizia italiana, che a condannare due latitanti colpevoli di aver ucciso una ragazzina innocente di diciassette anni con cinque colpi di fucile, ci aveva messo più di 20 anni.
Solo due settimane fa, l’ennesima beffa: Giovanni Sutera, tra il 2014 e il 2015, aveva ottenuto un regime di semilibertà grazie ad alcuni benefici di pena. La magistratura era convinta di una redenzione del condannato, che invece ha ripreso liberamente a investire nel centro storico di Firenze e a commerciare droga con la Spagna.

Piero Campagna, con la disponibilità con cui si è sempre contraddistinto, si è offerto di rilasciare un’intervista ad Atlas.

Solo due settimane fa, l’ultima beffa. Ma perché Giovanni Sutera è riuscito ad ottenere un regime di semilibertà?
“Questo lo dovresti chiedere ai magistrati. Io non me lo spiego, è una vergogna. Non c’è stato nessun motivo per scarcerarlo in quanto non ha mai dato un contributo alla giustizia, non è mai cambiato, non ha mai deciso di collaborare, non ha mai detto la verità.
È un condannato con sentenza definitiva all’ergastolo per cui dovrebbe scontare il resto dei giorni della sua vita in galera, come merita.
Non si è mai pentito di ciò che ha fatto, poteva dare un contributo alla giustizia dicendo i nomi di chi copriva la latitanza, come ha fatto l’omicidio, perché, con chi era, chi ha concorso nell’omicidio. Non ha collaborato e la magistratura gli ha concesso il beneficio della semilibertà.
Gli è stata data anche la libertà condizionata: se fossero scaduti i cinque anni, sarebbero stati annullati gli ergastoli. E questo è molto più grave, per cui voglio ringraziare i miei colleghi di Firenze che lo hanno arrestato”.

A questo punto Graziella diventa anche vittima di Stato?
“Ma soprattutto vittima della giustizia. E questa non è la prima volta. L’altro complice, il criminale Gerlando Alberti, che adesso è rinchiuso in carcere, aveva ottenuto dei benefici a sua volta. Aveva detto di essere malato, ma l’avvocato Fabio Repici ha fatto richiesta alla Procura Generale di Messina e l’ha fatto porre sotto visita medica, accertando che si trattava di una falsa malattia. Per cui è stato nuovamente rinchiuso: a distanza di tanti anni si ripete nuovamente questa vergogna”.

Solo poche settimane fa ricorreva la Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Cosa si sente di dire a chi condivide il suo stesso dolore?
“Vorrei dir loro di lottare fino in fondo. Di battersi contro queste ingiustizie, e di credere nella giustizia. Bisogna fare in modo che alcune regole vadano cambiate: se i magistrati, come diranno, si sono attenuti a delle regole, forse vanno cambiate.
Non è ammissibile che dei criminali condannati all’ergastolo paghino pochi anni di galera. Questa è una offesa a tutte le vittime di mafia.
Mi riferisco a loro dicendo di resistere e di battersi affinché vengano cambiate queste regole”.

Non è buona norma concludere un articolo con una riflessione personale, o con giudizi di valore, ma questa volta è necessario. Quale paese può concedere un regime di semilibertà ad un omicida condannato all’ergastolo che, in quella notte di dicembre, non ebbe alcun problema a freddare una ragazzina di 17 anni con un fucile a canne mozze da una distanza di meno di due metri?

Signori, questa è l’Italia: un paese in cui la mafia riesce a proteggere i propri interessi indisturbata, mettendo i piedi in testa a Stato, magistratura, e vittime innocenti. L’ha detto Piero, ma in cuor proprio lo sapete tutti. Resistete. Battetevi.

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