Europa: tutta una questione di identità

Ogni secolo ha un suo pezzo di storia ed ogni pezzo di storia ha un suo evento caratterizzante. Qual è l’evento di questo inizio secolo? Qual è la nostra “patata bollente”, che sta portando alla luce la fragilità dei singoli stati e della costruzione europea?

L’immigrazione.

Le informazioni che provengono dall’Alta Commissione delle Nazioni Unite per i rifugiati, l’UNHCR, parlano infatti da sole: nell’estate del 2015 l’Unione Europea ha avviato un programma di ricollocamento che prevede la redistribuzione di 160.000 migranti entro settembre 2017; per alleggerire il peso che grava principalmente su Italia e Grecia. Il programma stimava che entro luglio di quest’anno ci sarebbero state 78.000 ricollocazioni mentre i dati ne indicano sole 3056. Risulta evidente perciò che il progetto dell’UE non sta andando in porto anzi, stenta a prender forma e, responsabilità parziali sono attribuibili ai quattro di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia). La proposta europea infatti, si è scontrata con quella di un ricorso di Ungheria e Slovacchia appoggiato caldamente dai polacchi. Questi, la considerano infatti la strada sbagliata per la risoluzione del problema “migrazioni” e i dati, ancora una volta, danno chiare conferme delle loro posizioni. Basti pensare che al 5 ottobre un rapporto UE sulle ricollocazioni mostra che, in Polonia ed Ungheria ci sono stati zero ricollocamenti e in Repubblica Ceca e Slovacchia un totale di soli 28.

È perciò sotto gli occhi di tutti il conflitto crescente con l’Unione. Polonia ed Ungheria poi, hanno al governo partiti nazional-conservatori ed euroscettici che si son mossi, chi un modo chi in un altro, verso tendenze che, già dal 2016 a detta dell’esecutivo europeo, ledono i principi della democrazia e dello stato di diritto. A gennaio 2016, la rivista web Affarinternazionali scriveva che, è stata approvata in Polonia una legge che limita la libertà di stampa, dando di fatto al Ministero del Tesoro il potere di nominare e rimuovere, a proprio piacimento, tutti i manager della radio e della televisione pubblica.

E ancora, in Polonia, è stata portata avanti negli ultimi mesi una proposta di riforma del sistema giudiziario che mette a rischio invece l’indipendenza della magistratura. In parole povere, 15 dei 25 giudici della Corte Suprema, parte del CSM e i presidenti dei tribunali regionali sarebbero stati nominati direttamente dall’esecutivo. A luglio poi, Repubblica e Corriere titolano ingannevolmente: “il Presidente Andrzej Duda respinge la riforma della giustizia”. La realtà, leggendo con maggior attenzione, è che il presidente della Repubblica ha posto il veto su due dei tre punti cardine della riforma. Sotto un’altra luce, possiamo dire che egli si è dovuto confrontare con le dure proteste popolari che vedevano nella riforma la decadenza del principio di separazione dei poteri; ha imboccato dunque la via più “morbida”, bocciando i punti più forti ma acconsentendo alle nomine dell’esecutivo dei presidenti dei tribunali regionali.

È chiaro quindi che la situazione è più grave del previsto e che un braccio di ferro senza risultati tra UE e i quattro di Visegrad, sui temi a cui si è fatto cenno, è il problema maggiore in cui si rischia di incappare.

Sorge un dubbio però, riavvolgendo il nastro storico della nostra Europa. Dove risiedono le radici di questi problemi? E se non si trattasse solo di discussioni sull’Unione economica e politica, sull’emergenza migratoria e così via? E se le radici del problema fossero culturali?

Se si pensa all’Europa come unione culturale c’è un grande conflitto che è sempre stato eluso. C’è un muro invisibile che segue il fantasma di quello crollato nel ’89 che divide ciò che pensiamo europeo da ciò che consideriamo “orientale”. A questo proposito, lo storico Tony Judt ha analizzato come l’attuale concetto di identità europea sia stato scritto su una serie di falsi miti ed interpretazioni sbagliate della storia; che ci portano a sentire gli stati dell’Europa centrale, i cosiddetti “dell’Est”, come diversamente europei rispetto a noi.

Il conflitto ha le sue radici tra il ‘45 e l’89 quando, con la Guerra Fredda, sono nati due diversi livelli di identità europea che dietro la “cortina di ferro” sono andati cristallizzandosi selezionando e filtrando la sola storia e memoria del proprio blocco. Ricordiamo e studiamo, in poche parole, solo una parte della storia d’Europa e perciò finiamo per considerare le nostre origini come diverse da quelle dell’Est. La realtà ce la racconta invece il portentoso scrittore Milan Kundera: “dopo il 1945 il confine tra le due Europe si è spostato di centinaia di chilometri ad Ovest e diverse nazioni che si erano sempre considerate occidentali si sono svegliate essendo diventate l’Est”. Al livello culturale però spiega Kundera, quelli che oggi chiamiamo stati dell’Est, sono in realtà la culla della cultura europea moderna: “dalla rivoluzione Hussita, all’Impero Asburgico, alla battaglia religioso-culturale contro gli Ottomani, alla Riforma luterana; e ancora la scuola di Schonberg, Béla Bartok, Kafka, Hasek, Musil, Broch”. Le radici culturali dell’Europa risiedono quindi in quei paesi che ora come ora fanno parte dell’Unione solo in termini formali.

Con il crollo del muro poi, l’Europa occidentale è andata a riconnettersi con gran parte dell’Europa centro-orientale per costruire quella che adesso è, la nostra Unione Europea. Il problema è stato sottovalutare le grandi ferite di quegli stati recuperati dalla sfera di influenza sovietica. L’Europa centrale è uscita da quel periodo storico rapita e “violentata”, costretta per quasi cinquant’anni a costituire politicamente l’Est rimanendo sempre, legata culturalmente all’Ovest. La domanda da porsi è quindi chiara: assieme alla risoluzione delle difficoltà odierne, come quelle citate con la Polonia, l’Europa non dovrebbe tentare di risolvere il suo grande problema di un’identità culturale falsificata e divisa? Non vi è forse proprio questo dietro a fenomeni come la Brexit? Qual è il vero significato di Europa? Per dirla come Kundera: “vi è un problema nel concetto di Europa odierno; il fatto che questo non sia più incentrato su valori comuni creativi, artistici, intellettuali, storici e sociali bensì esclusivamente sulla comunanza di quelli politici ed economici”.

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