Quanto abbiamo capito dell’Eurovision Song Contest 2019?

C’è una guerra che ogni anno imperversa impietosa tra gli stati d’Europa. Si combatte a colpi di musica pop, da più di sessant’anni, e quest’anno è avvenuta tra il 14 e il 18 maggio. Stiamo parlando dell’Eurovision Song Contest, precedentemente noto come Eurofestival. Si potrebbe definire un Sanremo più grande, più geopolitico e più intriso di cultura trash, ma sarebbe riduttivo. Noi di Atlas, per amor di completezza, abbiamo deciso di fornirvi la guida ultima e ufficiale a questa meravigliosa manifestazione.

Le basi

Ogni anno circa 40 paesi europei e alcuni extraeuropei, tra cui spiccano Israele e Australia, scelgono, col metodo che preferiscono, un cantante (e una canzone) che li rappresenti all’Eurovision. In Italia, tradizionalmente, si manda il vincitore di Sanremo. Per tre sere i cantanti si esibiscono e chi riceve più voti vince. Sembra semplice, ma non è così (ci arriveremo). Il vincitore dell’Eurovision ottiene, oltre al prestigio personale, l’onore – e onere – di ospitare il festival nel suo paese l’anno successivo.

L’edizione del 2019

Quest’anno l’Eurofestival si è tenuto in Israele. Come per l’Australia, la partecipazione di questo paese al contest è dovuta al folto pubblico israeliano affezionatosi all’evento, secondo, appunto, solo all’audience Australiana. L’anno scorso a vincere il festival è stata Netta, con un inno pop body positive, divenuto famoso anche per il buffo ballo del suo ritornello. Ovviamente non sono mancati inviti a boicottare la manifestazione, a ricordare la drammatica situazione palestinese. Tuttavia questi inviti non sono praticamente stati accolti. Spicca però il coraggio della band Hatari, rappresentante l’Islanda, che durante la performance della serata finale ha esibito la bandiera Palestinese. L’edizione è stata vinta dall’Olanda, rappresentata da Laurence Duncan, con il brano Arcade. L’Italia, grazie a Soldi di Mahmood si è piazzata al secondo posto, seguita dalla Russia.

Un sistema elettorale molto complesso

Come dicevamo, la vittoria non è così semplice. Le prime due serate sono di qualificazione, in cui solo la metà dei concorrenti accede alla finale. I big five – Italia, Francia, Regno Unito, Spagna e Germania – ovvero i paesi più popolosi d’Europa, uniti a Israele, paese ospitante , accedono alla finale senza qualifica preliminare. La vittoria viene determinata dai punteggi ottenuti dai cantanti, stabiliti come segue:

  • il punteggio del pubblico
  • il punteggio della critica
  • il punteggio dei paesi votanti

Quest’ultimo è il più interessante: la popolazione di ogni paese può votare i cantanti degli altri paesi, assegnando 12 punti all’artista più votato, 10 al secondo, 8 al terzo e 1 punto ad altri 10 paesi. Lo stesso meccanismo si ripete per una seconda giuria, quella composta da cinque critici musicali, di ogni paese. La fase geopolitica del festival inizia qui: si tende a votare per blocchi di “alleanze”. L’Italia, storicamente, si sostiene con i voti dell’Albania e della Grecia (insomma, dell’area mediterranea). Ma, ad esempio, non prende i voti di San Marino (sì, San Marino partecipa all’Eurovision), che privilegia gli altri paesi piccoli. I paesi dell’area nordeuropea tendono a votarsi compatti, in blocco, tra di loro. Gli artisti si esibiscono nelle varie serate e alla fine della serata verrà letta la classifica. Nella serata finale avviene lo spoglio dei voti, dove 41 corrispondenti da ogni paese leggeranno a chi sono destinati i blocchi di punti della propria nazione.

Quest’anno la geopolitca ha avuto risvolti interessanti: San Marino, per la prima volta, ha votato per l’Italia, mentre sono mancati i voti dell’Albania e della Svizzera. L’Italia ha concesso i suoi 12 punti alla Danimarca, senza venire ricambiata. I paesi del Nord-Europa e della Scandinavia si sono votati tra loro, come solitamente avviene.

L’Italia e l’Eurovision

L’Italia, a differenza di quasi tutti gli altri paesi, da sempre canta in Italiano. Per alcuni è il nostro punto di forza, per altri, ci svantaggia nel televoto col pubblico. Quest’anno Mahmood, cantando in italiano un brano dal sound moderno e hip hop ha ottenuto un ottimo risultato. Oltre al secondo posto, infatti, ha guadagnato il Composer Award, un premio della critica che l’Italia non ha mai ottenuto prima d’ora. Il suo è, inoltre, il miglior risultato ottenuto dall’Italia dal 1991, quando Totò Cutugno vinse col brano Insieme: 1992. L’unica altra vittoria italiana è da attribuirsi a Gigliola Cinquetti, con la ballata Non ho l’età. Da sempre abbiamo mandato dei nomi eccellenti: da Domenico Modugno, che nel 1958 ha perso, ironicamente, con la famosissima Nel blu dipinto di blu, fino a icone come Mia Martini (nel 1978 e nel 1992) e il duo Al Bano e Romina. Nell’ultimo decennio abbiamo cercato di svecchiarci mandando Emma, 2012, con La Mia Città, e con Occidentali’s Karma e la scimmia di Francesco Gabbani. L’anno scorso Ermal Meta e Fabrizio Moro si sono classificati quarti con l’inno contro il terrorismo Non ci avete fatto niente.

Il piazzamento di Mahmood al secondo posto ha ufficialmente sancito una nuova era del rapporto tra la musica italiana e l’Eurovision: siamo finalmente riusciti a mandare qualcuno di giovane, dal sound fresco che, pur cantando in lingua italiana, riesce a piacere anche a livello internazionale. Che sia un nuovo inizio? Vedremo cosa ci riserva il 2020.

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