Fascismo: totalitarismo debole

Nel 2017 ricorrerà  il centesimo anniversario della Rivoluzione di Ottobre, uno dei cambiamenti (avvenuti in così poco tempo) più radicali della storia umana. Un altro centesimo anniversario meno ricordato, però, incombe sulla storia italiana: quello della disfatta di Caporetto. Cento anni fa, un giovane bersagliere combatteva nelle gelide trincee del fronte alpino, un certo Benito Mussolini, celebre giornalista espulso dal Partito Socialista pochi mesi prima per le sue posizioni in merito alla belligeranza. Cento anni fa, la sconfitta di Caporetto fece tremare l’Europa: la “minore tra le grandi potenze” stava per collassare, con circa 300.000 prigionieri e il fronte che arretrava fino al Piave. Caporetto accentuò il senso di minorità, sempre presente dal 1861, anno dell’Unità d’Italia, ad oggi, provato dagli Italiani nei confronti degli altri popoli europei. La sconfitta di Adua nel 1896, la disfatta di Caporetto nel 1917 e la debolezza dell’Impero fascista in Africa confermeranno e sanciranno questo stato di “minorità” degli Italiani nelle questioni internazionali.

Proprio questo spirito imperante di “revanchismo”, che ha sempre tormentato la borghesia italiana, è stato determinante per la costruzione del consenso fascista: non a caso il sostegno al regime è stato quasi totalmente uniforme, in particolare tra la piccola borghesia e tra gli intellettuali. I più grandi intellettuali italiani dell’epoca, con ovvie eccezioni (Gramsci, Croce, Calamandrei, Einaudi, Salvemini, Montale …) erano fascisti, o meglio, non erano antifascisti. Difficile iscrivere un Marinetti, un Papini o un Prezzolini pienamente all’interno dell’ ideologia fascista, ma ancora più difficile sarebbe discostarli completamente da essa. Cosa cerco di dimostrare? La stragrande maggioranza degli Italiani non fu mai fascista come un tedesco fu nazista: la stragrande maggioranza degli italiani era ancora “contadina”, o meglio provinciale e assolutamente apoliticizzata. Al contadino siciliano non importava assolutamente nulla del fascismo e dei suoi “ideali” (peraltro poco chiari a molti degli stessi fascisti), inoltre gli faceva ben poca differenza essere governato da burocrati romani o da americani (infatti durante l’operazione Husky la resistenza agli invasori fu praticamente nulla).

Richard Bosworth, uno dei massimi esperti di storia del fascismo, afferma che “Malgrado il ricorso a parole infuocate, la battaglia per la creazione di una cultura fascista sembrava persa in partenza. La nuova generazione di giovani acculturati guardava film americani, leggeva i romanzi americani e , quando ne aveva la possibilità, spendeva alla maniera americana […] Nelle campagne l’analfabetismo continuava ad imperare e le politiche educative fasciste attuate per debellare questo tradizionale flagello erano          inconsistenti al confronto con quelle adottate in Unione Sovietica.” La cultura fascista attecchì meno trai 40 milioni di Italiani durante vent’anni di regime di quanto lo fece trai 90 milioni di tedeschi in pochi anni di nazismo. Con questo non sto di certo cercando di creare una “gerarchia di accettabilità” tra le due dittature, bensì di sottolineare come la cultura fascista attecchì solamente tra certe categorie di popolazione, e non uniformemente, senza incontrare resistenze. Il motivo di tutto ciò deve essere ricercato nell’ arretratezza della società italiana, troppo legata ad una cultura cattolica e contadina tra le fasce più basse, e ad una cultura liberale tra le fasce più alte. Aggiunge Bosworth “Il livellamento culturale attuato da Starace irritava alcuni settori della classe dominante, consapevole della propria intellettualità, e continuava a emarginare molti contadini, intellettualmente ben poco riformati da due decenni di rivoluzione fascista.”

Pier Paolo Pasolini, scrutando la nebbiosa Sabaudia, una delle “città fasciste”, afferma che:“(Sabaudia) è stata creata dal regime, ma non ha niente di fascista in realtà, se non alcuni caratteri esteriori […] Il regime fascista non è stato altro, in conclusione, che un gruppo di criminali al potere, che non ha potuto in realtà fare niente, non è riuscito minimamente a scalfire la realtà dell’Italia. Sicché Sabaudia, benché ordinata dal regime secondo certi criteri di carattere razionalistico, estetizzante e accademico, non trova le sue radici nel regime che l’ha ordinata, ma in quella realtà che il fascismo ha dominato   tirannicamente ma che non è riuscito a scalfire; è quella realtà rustica, provinciale, paleoindustriale che ha prodotto Sabaudia, non il fascismo.” Pasolini usa da contraltare, per questa immagine,  la società dei consumi, che invece è riuscita a mutare profondamente lo spirito italiano.

Tutto questo non deve far pensare che il fascismo sia passato in Italia come una brezza innocua che abbia appena sfiorato la granitica realtà italiana: “superficialmente” il fascismo ha fatto molto, basti pensare che il Movimento Sociale Italiano sia stato per diversi anni il quarto partito italiano e che il neofascismo sia, in Italia e in Europa, ben presente. Il fascismo non ha tuttavia potuto attuare una “mutazione antropologica” dell’italiano, come volle Mussolini e come tentarono di fare personaggi come Starace e Gentile. L’anima del fascista non era prima di tutto “fascista”, ma “cattolica”, “contadina”, quando non (in alcuni casi particolari, come si potrebbe dire con certo azzardo di Mussolini stesso) “operaia e marxista”.

In più, l’italiano che fosse davvero tale, esisteva, esisterà mai? Durante il ventennio il veneto era prima di tutto (e forse unicamente) tale, quando addirittura non veneziano, padovano o veronese. Se l’Italia liberale prese atto di queste differenze, in realtà non tentando di trasporre le riforme accentratrici dal livello amministrativo e politico a quello “antropologico”, altrettanto non fece il fascismo. L’antisemitismo e il fanatismo non attecchirono mai nel fascista come valori “assoluti” come era il nazista. Il nazista era assoluto, il fascista, specchio della società italiana, era avvezzo al compromesso, alla parzialità, ma non per questo era meno brutale. Nessun italiano ha davvero capito la guerra sul Fronte Orientale, tanto detestata da Mussolini, né la “soluzione finale”; singolare è però il fatto che venne inviato in Russia l’ARMIR (il corpo di spedizione italiano) e che si contribuì allo sterminio degli ebrei italiani, anche qui in misura “parziale”.

Il fascismo fu un regime totalitario? Si tratta di una questione storiografica molto dibattuta, e non certamente esauribile qui in poche righe: io credo che il fascismo lo sia stato nelle intenzioni, ma che in definitiva si sia rivelato un “totalitarismo debole”, e quindi “non totale” (il che pare già una contraddizione in termini), incapace di infrangere in alcun modo lo spirito dell’italiano, che per Longanesi era “totalitario in cucina, democratico in Parlamento, cattolico a letto, comunista in fabbrica”.

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