I Fatti del 2017: Settembre // Ottobre

Settembre

      

Dall’apertura del 2017, prima ancora che il 24 Settembre la Germania fosse chiamata alle urne, la situazione politica tedesca, a suon di scosse e colpi di scena, ha coinvolto lo scenario occidentale.
Accanto alla candidatura della Merkel, Martin Schulz, ex presidente del Parlamento Europeo, è stato chiamato a candidarsi come cancelliere per il partito Socialdemocratico. In un primo momento la sua candidatura ha dato vita al cosiddetto Schulz Effekt e la SPD ha registrato una crescita di 8 punti nei sondaggi.
Schulz però, si è subito vestito del ruolo di “outsider” poiché non ha mai seduto all’interno del Bundestag e la lontananza dalla politica nazionale si è fatta, fin dall’inizio, arma a doppio taglio del principale sfidante di Angela Merkel. La tendenza positiva da lui imboccata ha avuto infatti breve vita e già nel maggio 2017, successivamente alle elezioni del Nord Westfalia – che hanno svolto un ruolo di prova per quelle del Bundestag – quell’8% guadagnato nei sondaggi si è smaterializzato.

Al contrario delle aspettative, in una Germania abituata ad un incredibile “stabilità politica”, le elezioni del settembre 2017 hanno rimescolato le carte in tavola.
Unico vero vincitore, l’AfD, forza populista razzista di estrema destra che è entrata in Parlamento con più di 80 deputati, divenendo con il 13,3% la terza forza politica del Paese.
L’Unione cristiano-democratica si conferma invece in cima. Registra però un calo indiscutibile di quasi 10 punti dal 41,5% nel 2013 al 32,8% corrente. Tra le differenti cause di questa perdita di fiducia, vi sono sicuramente le politiche di integrazione del Governo, a risposta del problema migratorio europeo. La Repubblica riporta infatti più di un milione di voti affluiti dall’Unione verso l’AfD.

A conferma del trend di perdita di fiducia nelle istituzioni e nei “partiti storici”, anche la SPD, ancor più dell’Unione, esce sconfitta da questa chiamata alle urne. Entrambi i partiti infatti toccano i loro minimi storici dal 1950; con solo il 20,8% la SPD si fa carico degli anni in cui, in favore della stabilità, si è stretta nella Große Koalition.
Si trova quindi ora ad un bivio, forse fondamentale per la sua storia: può decidere di “salvare” il Paese da nuove elezioni, rinnovando la Große per garantire la stabilità governativa, anche a contrasto della deriva populista che incombe in Germania come in tutto l’Occidente. O può, tentare l’opposizione, in virtù di “una rinascita” della socialdemocrazia tedesca, seguendo la silenziosa onda di socialismo che si fa strada in Europa.

La Germania, in ogni caso, si affaccia verso una nuova fase della sua storia politica e partitica, in cui la stabilità non può esser data per scontata; e l’Unione della Merkel non ha più la tranquillità governativa che ha sempre sentito garantitasi. Solo con il tempo potremo vedere le implicazioni di queste elezioni sul palcoscenico europeo, dove la Germania interpreta senza dubbio, un ruolo da protagonista.

Ottobre

La Spagna vive una crisi politica e territoriale che coinvolge la sua regione più ricca, la Catalogna. L’1 ottobre si è tenuto il referendum sull’indipendenza della regione, convocato dal governo di Barcellona (guidato dall’ex presidente Carles Puidgemont) e sostenuto dalla maggioranza del Parlamento catalano. Esso è stato ritenuto illegale dal governo e dalla magistratura spagnola, in quanto incostituzionale. Durante i giorni precedenti al voto, e soprattutto mentre i seggi erano ancora aperti, le forze di polizia spagnole hanno osteggiato il regolare svolgimento della tornata elettorale, con episodi di violenza e perquisizioni negli uffici dei ministeri catalani, mentre il governo regionale ha impiegato ogni mezzo per consentire la consultazione. I risultati sono stati pubblicati in nottata: 2.286.217 votanti (43,03% degli aventi diritto), di cui 2.044.038 SÌ (92,01%) e 177.547 NO (7,99%). Il Governo spagnolo, tuttavia, ha rifiutato categoricamente di accettarli, considerando il referendum come “non svoltosi affatto”.

A seguito del referendum la maggioranza indipendentista del Parlamento regionale ha sottoscritto il 10 ottobre 2017 una dichiarazione dei rappresentanti della Catalogna, un testo esclusivamente politico e senza applicazione effettiva, che dichiara la costituzione della Repubblica catalana come Stato indipendente e sovrano. Dopo alcune settimane di incertezza, il 27 ottobre il Parlamento ha poi approvato la dichiarazione d’indipendenza, con lo scopo di dare concretezza ai risultati del referendum dell’1 ottobre. Quasi in contemporanea, il governo spagnolo guidato da Mariano Rajoy ha applicato l’articolo 155 della Costituzione spagnola per la prima volta nella storia della Spagna post-franchista, che prevede il controllo diretto su una comunità autonoma. Il 28 ottobre la Catalogna è stata ufficialmente commissariata e vengono rimossi dai loro incarichi Puidgemont e tutti i suoi ministri.

Inoltre, sono state convocate elezioni anticipate per il 21 dicembre 2017. Inizia a fine ottobre, quindi, una campagna elettorale probabilmente unica nella storia recente europea: dei tre principali candidati a diventare prossimo presidente della Catalogna, uno si trovava in carcere preventivo e un altro è scappato a Bruxelles, accusato in Spagna di reati che prevedono fino a 30 anni di carcere. Alla fine, a trionfare è nuovamente il fronte indipendentista, costituito da Erc del vicepresidente Oriol Junqueras in carcere a Madrid, JxCat di Carles Puigdemont ‘in esilio’ a Bruxelles e gli antisistema della Cup, che riconquista la maggioranza assoluta con 70 seggi su 135 nel nuovo Parlamento di Barcellona. Il 23 gennaio si insedierà il nuovo presidente della Catalogna; il principale candidato, Puigdemont, si trova in Belgio. Bisogna vedere se potrà tornare in Spagna senza essere arrestato e se Rajoy accetterà di restituire alla Catalogna la sua piena autonomia politica e istituzionale.

 

 

Camilla Folena e Paolo Pieralice

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