Fermare il flusso, costi quel che costi

I leader dei principali paesi europei sembrano aver trovato un punto d’incontro su cui costruire le future politiche relative al fenomeno dell’immigrazione: la divisione netta dei migranti in “rifugiati”, coloro che hanno il diritto di essere accolti, e in “migranti economici”, che devono essere rimpatriati. Un punto che sembra metter d’accordo un po’ tutti, come abbiamo potuto ascoltare dalle dichiarazioni rilasciate al vertice di Parigi sull’immigrazione di fine agosto, a cui hanno partecipato Emmanuel Macron, Angela Merkel, Mariano Rajoy e Federica Mogherini. Con loro anche il premier libico, Fayez Al-Sarraj, con i presidenti di Niger e Ciad, Mahamadou Issoufou e Idriss Déby. Che il presidente francese fosse da tempo un sostenitore di questa linea non è certo una novità e anche la cancelliera tedesca sembra ora sposare questa posizione, affermando: “bisogna fare una distinzione tra i migranti economici e chi si candida ad esser davvero un rifugiato, serve una discussione con l’Alto Commissariato dell’Onu per fermare l’immigrazione clandestina.”

Il filosofo Umberto Curi ha provato a riflettere sul significato della differenza tra rifugiati e migranti economici, partendo dal domandarsi quale sia l’origine di questa classificazione. Egli ha trovato in Egon Kunz, studioso delle migrazioni, e nella sua “push-pull theory of migration”, la prima classificazione di questo tipo. Questa teoria prende in considerazione le cause che spingono e alimentano i flussi migratori: alcuni migranti decidono di lasciare il paese spinti fuori “pushed” a causa di guerre, persecuzioni e instabilità politica, mentre altri migrano attratti “pulled” dalla possibilità di migliorare le proprie condizioni, prevalentemente economiche, di vita.

Quella elaborata dallo studioso ungherese era una teoria che aveva uno scopo prettamente analitico, di descrizione e classificazione del fenomeno migratorio, senza tuttavia pretendere alcun valore normativo. Al contrario, la differenza tra migranti pushed e pulled sembra diventare oggi il minimo comune denominatore attorno al quale si riconoscono tutti i principali leader europei, imponendosi come idea di fondo orientativa delle future politiche legate all’immigrazione. I pushed, cioè i rifugiati, possono entrare; i pulled, vale a dire i migranti economici, non hanno diritto all’ospitalità e all’accoglienza. Anzi, questi ultimi sono migranti irregolari, clandestini, quando non vengono etichettati come criminali o terroristi.

Tuttavia, è una classificazione che difficilmente riesce a catturare le molteplici cause che stanno alla base dell’attuale ingente flusso migratorio: in molti casi le motivazioni che spingono una persona a lasciare la propria terra sono una concausa di fattori diversi come carestie, avanzamento del deserto, guerre, malattie, sicurezza personale o della propria famiglia, discriminazioni politiche, di genere o di orientamento sessuale, ricongiungimenti familiari, volontà di migliorare le proprie condizioni di vita o quelle delle generazioni future.

Sarebbe interessante domandare ai partecipanti del vertice di Parigi quale sia la differenza tra il rischiare di morire sotto le bombe e il rischiare di morire di fame, eventi per i quali in ogni caso l’Occidente ha in qualche misura delle responsabilità, dirette o indirette che siano. Sarebbe poi interessante domandare anche come mai la risposta europea al fenomeno migratorio, che affonda le sue radici su cause strutturali e di lungo periodo e che, per questo motivo, sarà un fenomeno con cui dovremo fare i conti per tanti anni a venire, venga data tracciando una sorta di gerarchia o scala della disperazione che vede protagonisti gli ultimi del mondo.

La risposta è evidentemente il pragmatismo, gli interessi nazionali, la realpolitik. Si avvicinano le elezioni in paesi come Italia e Germania e le forze cosiddette “populiste” guadagnano terreno e consenso cavalcando e alimentando l’onda del malessere generale nei confronti degli immigrati, una faccia della controrivoluzione culturale che sta montando in questi anni come risposta alla globalizzazione. Difesa delle identità, dei confini, dell’interesse nazionale e delle tradizioni contro la narrativa left-liberal progressista che vede invece alcuni valori, come il multiculturalismo e la libertà di movimento, come universali.

La risposta dei leader dei principali paesi europei è fare un passo proprio in questa direzione: controlli alle frontiere più rigorosi, netta distinzione tra rifugiati e migranti economici e stipula di accordi, molti dei quali destano non poche perplessità, con alcuni paesi africani che si trovano sulla rotta migratoria. Volontà di fermare il flusso, costi quel che costi.

Ed è stata proprio l’Italia a fare il primo passo per lanciare in modo concreto quella che possiamo chiamare una svolta radicale delle politiche legate all’immigrazione. Marco Minniti, ministro dell’Interno italiano, alla festa dell’unità di Pesaro ha affermato, quasi a volersi giustificare delle nuove misure messe in campo, di aver temuto, durante l’ondata migratoria di fine giugno, per la tenuta democratica del paese, una dichiarazione che ha fatto non poco discutere anche all’interno del Partito Democratico, e che è sembrata ai più esagerata.

L’Italia ha impresso il cambiamento di direzione principalmente in due modi: il primo è stata la stretta sulle Ong, il secondo sono le manovre portate avanti dal governo italiano in Libia. In un’inchiesta pubblicata da Associated Press, poi ripresa dai più importanti quotidiani italiani, si ipotizza che l’Italia abbia preso accordi con alcune milizie libiche per arginare il flusso: questo significherebbe essere scesi a patti con coloro che fino a poco tempo fa erano in combutta con i trafficanti, ipotesi confermata da Nancy Porsia, giornalista freelance e profonda conoscitrice delle dinamiche libiche. In ogni caso, anche se gli accordi fossero stati raggiunti direttamente con il governo del premier libico Sarraj, non si può ignorare il fatto che la diminuzione dei flussi migratori verso l’Italia coincida con lo stop forzato dei migranti nei centri di detenzione libici, che sono caratterizzati da condizioni di vita disumane.

Se dopo il vertice di Parigi si è parlato per la prima volta di un consenso di fondo tra i leader dei principali paesi europei, il Discorso sullo stato dell’Unione di Jean-Claude Juncker sembra andare nella stessa direzione, quella di una ritrovata unità dell’Ue che si fonda su un netto spostamento verso destra delle politiche relative all’immigrazione. A proposito il giornalista Jacopo Barigazzi ha scritto un interessante articolo su Politico, intitolato “Orbán wins the migration argument”. La tesi del giornalista è molto semplice: nessuno vuole dirlo ad alta voce a Bruxelles, ma Viktor Orbán, il premier ungherese, è il vero vincitore del dibattito sull’immigrazione.

Infatti Juncker nel suo discorso ha ripreso temi cari ai leader dei paesi del Gruppo di Visegrád, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria: “Oggi proteggiamo più efficacemente le frontiere esterne dell’Europa. […] Per quanto riguarda il rimpatrio, chi non ha titolo a rimanere in Europa dev’essere rinviato nel paese di origine. Poiché solo il 36% degli immigrati irregolari è rimpatriato, è chiaro che dobbiamo intensificare di molto il nostro lavoro.”

Poteva essere l’occasione per l’Europa di intraprendere un’altra strada. D’altronde un’Europa unita sul tema immigrazione, in cui ogni paese dà il suo contributo, non avrebbe grossi problemi ad assorbire un numero di migranti che, in confronto alla popolazione dell’Ue, rappresenta una percentuale irrisoria. Invece no. L’Europa si è fatta trascinare dalla retorica della destra populista privilegiando l’interesse nazionale, il pragmatismo e la realpolitik.

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