Il Futurismo: un movimento italiano

Il 20 febbraio 1909, 108 anni fa, Filippo Tommaso Marinetti pubblicava sul quotidiano parigino “Le Figaro” il “Manifesto del Futurismo”. In quegli anni tutto il mondo, non ancora scosso dagli orrori della Prima Guerra Mondiale, è attraversato da una nuova corrente di cambiamento e di febbre tecnologica: in una parola, “velocità”. La tecnica invade l’immaginario collettivo: Tesla, Edison… viene sfornata la prima Ford T, Marconi riceve il Premio Nobel per la fisica, viene costruito il Titanic.

Filippo Tommaso Marinetti, poeta piuttosto conosciuto in Francia e in Italia, mette per iscritto lo spirito del tempo, lo imprime con l’inchiostro su Le Figaro, consegnandolo alla storia. “Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità” E’ così che si apre il Manifesto del Futurismo; è scritto in francese, su uno dei più importanti giornali dell’epoca, eppure è totalmente “italiano” “È dall’Italia che noi lanciamo per il mondo questo nostro manifesto di violenza travolgente e incendiaria col quale fondiamo oggi il FUTURISMO perché vogliamo liberare questo paese dalla sua fetida cancrena di professori, d’archeologi, di ciceroni e d’antiquari.” Marinetti lancia questo grido violento da Parigi, la “Ville Lumiere”, forse la più vivace e moderna città del mondo assieme a Londra.

Il Futurismo non era un movimento politico nel senso letterale del termine, il manifesto non contiene in effetti elementi veramente politici quanto elementi culturali e quindi riguardanti la società e l’arte: non a caso tra i suoi maggiori aderenti vi furono incredibili pittori come Carrà, Depero, Balla e Boccioni. Questo movimento  si estende però a tutti gli ambiti, o quasi, dell’agire artistico: tra i tanti, cinema (Bragaglia), architettura (Sant’Elia) e scrittura (Palazzeschi, Govoni).

Pur sapendo trattarsi di un’affermazione molto forte, la faccio con la consapevolezza di poter essere smentito e/o contestato: il Futurismo fu la prima autentica forma di movimento culturale di grande potenziale nato in Italia dopo il Rinascimento, e non mi sembra poca cosa.

La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità pensosa, l’estasi ed il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno. Filippo Tommaso Marinetti era un genio. Marinetti era un genio, pieno di difetti e di inventiva, elegante e folle, iconoclasta e coltissimo. Il Futurismo era la sua creatura, partorita dalla sua mente di fuoco schiumante, dalla sua follia veloce come un proiettile. Se posto di fronte al senso comune contemporaneo, potrebbe essere tranquillamente considerato misogino (e lo fu), eppure disse, rivolgendosi alle donne italiane: « Anche voi!… Anche voi in trincea! Sì” Un milione di donne almeno in trincea scelte tra le più resistenti alle fatiche!” Certamente razzista, si oppose però attivamente alle leggi razziali del Regime. Personaggio pieno di contraddizioni: brillante eppure sempre sotto l’ ombra di D’Annunzio, aderente alla Repubblica Sociale di Salò eppure sempre prima di tutto un futurista.

“Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova; la bellezza della velocità” Questo movimento, che non va in alcun modo  attualizzato, ne’ trasposto in realtà, ne’ idolatrato, viene quasi ignorato dall’Italia repubblicana, che ne vede un pericoloso prodromo del fascismo e quindi materia da stigmatizzare. Il Futurismo fu molto più di questo, fu un’incomparabile specchio dei tempi moderni, un movimento che ebbe grande influenza su diversi artisti russi (Chlebnikov, Majakovskij), francesi, ungheresi e sudamericani. Il futurismo fu un movimento culturale nato elitario (come lo furono del resto tutti i movimenti precedenti, nella storia) e poi profondamento mutato dagli orrori della Prima Guerra Mondiale.

“Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica e utilitaria” Il Futurismo fu sempre chiuso nel curioso paradosso di voler celebrare e portare a compimento la modernità, opponendosi al contempo in maniera reazionaria ai mutamenti sociali e politici.

Intendo qui accostare al più ampio discorso sul Futurismo un discorso di attualità: quello della cultura italiana “suddita”. Qui si intende utilizzare questo termine nel suo senso più letterale, e quanto più lontano possibile da qualunque accezione simil nazionalista. E’ un dato di fatto: l’italiano è sempre stato poco “fedele” verso la propria patria, e ancor più verso la propria cultura. Diceva Montanelli: “Gli italiani non sono gli ebrei, che da duemila anni difendono la loro identità […] gli italiani che vanno in Germania diventeranno tedeschi, alla seconda generazione saranno già assimilati”. Qui intendo dunque parlare dell’americanizzazione della lingua, dei costumi e della cultura popolare italiana, con la serena consapevolezza della superiorità “qualitativa” ma soprattutto “quantitativa” della cultura americana del ventesimo secolo, veicolata dal dominio geopolitico.

Non si vuole quindi né sminuire inutilmente la cultura altrui né tantomeno rimarcare uno sciocco primato della cultura italiana “über alles”. La tesi è fondamentalmente questa: circa un secolo fa, nel 1909, l’Italia creava un qualcosa di straordinario, senza precedenti e geniale, un qualcosa di completamente italiano, il Futurismo. Fu un fuoco di paglia, un sintomo della Prima Guerra Mondiale? In parte è così. Si vuole qui fare l’impietoso confronto tra l’Italia di un secolo fa e l’Italia di oggi, un confronto puramente ideale, di “spinta vitale”: il Futurismo non fu un movimento culturale di massa (se mai i movimenti culturali di massa furono effettivamente esistiti prima della seconda metà del Novecento), tuttavia era vigoroso, pieno di energia vitale empia e negativa, se raffrontata a standard contemporanei, ma comunque di energia vitale, che oggi è quasi totalmente assente.

Si potrebbe sintetizzare il Futurismo con le parole del suo fondatore, lapidarie e definitive: «E’ un movimento anticulturale, antifilosofico, di idee, di intuiti, di istinti, di schiaffi, pugni purificatori e velocizzatori. I futuristi combattono la prudenza diplomatica, il tradizionalismo, il neutralismo, i musei, il culto del libro.» Molti, oggi (me compreso), guardano a questo movimento bizzarro e incredibile con diffidenza, straniamento, fastidio, forse con rabbia: l’Italia del 2017 osservi allo specchio il proprio riflesso di cent’anni fa, e tragga, sotto ogni aspetto, le dovute conclusioni.

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