Il futuro degli stati non è lo stato nazionale

Che lo stato nazionale sia in crisi non è certo una novità, ma più scorrono gli anni e più diventano evidenti le cause del suo declino e le conseguenze che scuotono la società globale nel suo insieme. In effetti lo smarrimento esistenziale dell’Occidente, l’instabilità regionale dei paesi più giovani e più poveri e il mancato esercizio internazionale dello stato di diritto – causato anche dall’applicazione settaria del principio di autodeterminazione dei popoli – ormai non possono che ricollegarsi a tre grandi macrofenomeni estremamente interconnessi tra di loro e che l’opinione pubblica ha ben chiaro in mente: modernizzazione, globalizzazione e individualizzazione.

Ma torniamo al tema centrale dell’articolo: che cos’è lo stato nazionale? E cosa implica?
Lo stato-nazione è un’organizzazione sociale che traduce in termini istituzionali l’aggregazione nazionale unendo i due distinti caratteri di statualità e nazionalità (Baglioni 2010), quindi una nazione è una comunità di popoli in grado di dare un senso alla vita associata mentre lo Stato è l’istituzione che regge una collettività e che la fa funzionare nonostante la complessità derivante dalla sua inevitabile eterogeneità. Questo vuol dire che uno stato non deve necessariamente rappresentare una sola nazione e una nazione non deve per forza avere uno stato proprio soltanto perché anche all’interno di un medesimo gruppo nazionale sussistono grandi e importanti diversificazioni, ma nel decorso storico la società globale si è in qualche modo convinta che questo modello fosse quello più autorevole e apprezzabile e di conseguenza è stato largamente imitato (anche a scapito di altri interessanti esperimenti sociali e istituzionali).
Così identità nazionale, cittadinanza e territorialità sono diventati nel corso dei secoli concetti fissi, indivisibili e inseparabili, e ancora oggi va per la maggiore l’ipotesi di unicità della patria, eppure in un mondo chiaramente interconnesso e globalizzato e in cui la modernizzazione ha portato gli individui a prediligere l’autonomia della sfera privata e l’autodeterminazione di se stessi rispetto al mantenimento del legame col proprio territorio di origine non è certo difficile trovare cittadini del proprio stato appartenenti a gruppi nazionali diversi. In un mondo aperto alle scelte e alle possibilità non è facile dar forza a concetti che abbracciano “l’uno solo”, e sinceramente non credo neanche che sia umanamente valido pensare che le persone debbano lavorare o vivere solo ed esclusivamente nel luogo in cui la sorte le ha portate a nascere, ma questa è un’altra questione.

E allora la domanda è questa: il modello di stato-nazione è rappresentativo della tendenza mondiale attuale? È giusto che la popolazione globale continui ad insistere sulla purezza della nazione o il concetto di cittadinanza attuale è responsabile di una forte esclusività?
A mio dire, l’incremento della mobilità internazionale e l’universalizzazione di simboli e valori sono importanti segnali di cambiamento e sarebbe poco lungimirante ignorarli e chiudere gli occhi dinnanzi alla grande trasformazione sociale in atto. Internet e la tecnologia ci hanno reso inevitabilmente più vicini e i riferimenti culturali popolari stanno avvicinando sempre di più gli individui in ogni parte del pianeta. Le nazioni mutano perché mutano le società, la democratizzazione dell’informazione e il miglioramento generale della vita umana portano inevitabilmente ad una transnazionalizzazione più intensa e vigorosa e non so quanto possa essere proficuo cercare di fermare un fenomeno sociale così impetuoso, perché in fondo atteggiamenti di rigetto sostanziale come il fondamentalismo, la radicalizzazione ideologica o la rinascita del nazionalismo puro non possono allontanare gli esseri umani più di quanto siano già stati distanti in passato. Per quanto possa essere poco incoraggiante per l’espressione della soggettività personale, l’adesione alle medesime mode e agli stessi valori proposti dall’industria planetaria nasconde in verità una grande consapevolezza globale che pian piano sta prendendo piede ovunque nel mondo. L’uomo sta cambiando mentalità, in fondo quanto sono diversi i nostri genitori rispetto a noi? Quanto sono scontate per noi tematiche quali la salute ambientale, le energie rinnovabili, i diritti dell’uomo, l’omosessualità, la discriminazione razziale, il bullismo o la sicurezza online?

Senza ulteriori dilungamenti, la tesi che vorrei portare avanti con questo articolo è che non credo che lo stato nazionale possa essere ancora compatibile con le istanze della società globale attuale. È sicuramente stata un’importante fase dell’amministrazione dell’associazione umana, ma oggi forse dovremmo ripensare al concetto di società abbandonando l’idea che la nazione rappresenti la base teoretica dell’istituzione statuale. Gli spazi e i confini sono ormai ben più dilatati e multiformi e l’esclusività di un territorio circoscritto non è più un fattore determinante dell’appartenenza alla cittadinanza. Una lettura più inclusiva e flessibile dello stato e del civis in linea con le tendenze sociali attuali che garantisca uno sviluppo produttivo omogeneo, d’avanguardia e sostenibile non potrebbe che giovare alla gestione politica delle problematiche odierne e quindi alla società planetaria nel suo insieme. L’Unione Europea stessa ne è un grande esempio: governance multilivello con una diversa concezione di territorialità stanno avendo grandissimi e importantissimi successi a livello regionale e globale. Siamo tutti sulla stessa barca, stiamo cambiando e dobbiamo comprendere che la solidarietà verrà sicuramente ripagata in futuro, perché in una società moderna e interconnessa non è lungimirante pensare solo ed esclusivamente a se stessi.

Un pensiero riguardo “Il futuro degli stati non è lo stato nazionale

  • 22 Giugno 2018 in 1:53
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    Una analisi un po’ da fine della storia, che sarebbe stata più pertinente nel mondo pre-2001. Il mondo di adesso sembra sempre di più tornare al nazionalismo, i pochi stati che seguono questi trend che descrivi sono forse il Canada ed alcuni altri. Gli stati più popolati al mondo sono la Cina, che si sta ricostruendo una identità, persa dopo la rivoluzione culturale. Identità che comunque guarda verso l’interno e non verso il mondo. L’india dove da anni vince Modi ed anch’egli è un nazionalista criticato dalla stampa occidentale per le sue uscite filo-fasciste. Trump? Russia? Le Filippine? Turchia? Brexit? Lega e M5S? Per quanto vogliamo sperare di essere cittadini del mondo perché adesso condividiamo cultura ed alcune tematiche sociali e ambientali non siamo mai usciti dal nostro giardino. Non abbiamo idea di cosa ci sia al di là del nostro privilegiato wishful thinking da primo mondo liberale.

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