Gabriele, Can, Erdem e Giulio: storie di libertà violate

“La libertà non consiste nell’avere un padrone giusto, ma nel non averne alcuno”, peccato che nell’Europa patria dei diritti umani e delle libertà individuali non sta andando proprio così.

Risale a pochi giorni fa la notizia di Gabriele Del Grande, reporter italiano fermato e tenuto in arresto in Turchia lo scorso 9 aprile. Chi è Gabriele Del Grande e qual è la sua storia?

35 anni, toscano, viaggiatore, scrittore e giornalista indipendente. Si definisce così Gabriele Del Grande all’interno del suo blog. Fondatore del blog Fortress Europe,un osservatorio sulle vittime della frontiera,  in cui dal 2006 ha raccontato sei anni di viaggi nel Mediterraneo lungo i confini dell’Europa, alla ricerca di storie che fanno la storia. Lavora in particolare sulla questione dei migranti e sulle peripezie che attraversano per arrivare in Europa, e a tal proposto ha scritto numerosi libri e girato un docufilm.

Del Grande si trovava in Turchia, nella provincia sud-orientale di Hatay, al confine con la Siria. Lì il 9 aprile è stato fermato durante un controllo di sicurezza perché sprovvisto del necessario permesso di stampa per svolgere il servizio di giornalista in Turchia, da sempre paese difficile per la libertà di stampa. Detenuto senza un’accusa formale di reato, l’11 aprile è stato trasferito a Mugla in un centro di identificazione ed espulsione.

Per giorni non ha potuto avere contatti con nessuno, neanche con l’Ambasciata italiana nonostante il ministro degli Esteri Alfano- attenendosi alla Convenzione di Vienna del 1963- avesse inviato il vice console italiano nel carcere in cui Del Grande era detenuto. Poi il 23 aprile il primo contatto con la famiglia e subito è partito il “tira e molla”- che ha investito le istituzioni e soprattutto ha visto grande mobilitazione popolare- per la sua liberazione.

E il lieto fine: il 24 aprile Del Grande è ritornato in Italia. Appena atterrato, all’aeroporto di Bologna ha affermato di essere libero ma che è stato soltanto un “caso fortunato” rispetto agli altri 174 colleghi ancora detenuti. Nel raccontare la vicenda alla stampa il giorno seguente ha detto di aver subito una violazione molto grave delle libertà fondamentali, sia come individuo sia come giornalista, spiegando il trattamento subito e le spiegazioni non date da parte di Ankara.

Una storia di libertà violate che si intreccia inevitabilmente con la storie di altri giornalisti come Can Dundar ed Erdem Gul. Quella di Dundar  e Gul è un’altra storia di violazione di libertà. Il teatro è sempre la Turchia.

Due anni fa Can Dundar e il suo collega Erdem Gul sono stati arrestati e tenuti in carcerazione preventiva per tre mesi con l’accusa di spionaggio, per aver raccontato che i servizi segreti turchi avevano fornito armi agli estremisti islamici in Siria. Nel maggio 2016 sono tornati a piede libero, ma furono condannati in primo grado a 5 anni e 10 mesi di reclusione per aver rivelato segreti di stato.

I due giornalisti sono stati rilasciati dopo che la Corte Costituzionale turca ha giudicato una “violazione dei diritti individuali, di libertà di espressione e di stampa” la loro detenzione in attesa di giudizio. All’uscita di prigione Dundar ha ringraziato, sarcasticamente, il presidente Erdogan per aver fatto conoscere al mondo la Turchia della censura ed ha descritto come “storica” la sentenza della Corte Costituzionale con la speranza che proprio questa sentenza possa spianare la strada per la liberazione di altri giornalisti fermati in Turchia.

Storie di diritti, storie di libertà, storie che si incastrano con il ricordo di Giulio Regeni. Caso irrisolto, caso senza una verità reale. Da settembre 2015 Regeni abitava in un appartamento del Cairo per scrivere una tesi sull’economia egiziana. Il 25 gennaio 2016 Giulio Regeni aveva un appuntamento in piazza Tahrir, ma in quella piazza non è mai arrivato.

Rapito, barbaramente torturato per giorni e successivamente ucciso, il corpo di Regeni è stato ritrovato nove giorni dopo, il 3 febbraio sul ciglio di una strada del Cairo con evidenti segni di percosse e torture. Giulio Regeni, al Cairo, si occupava dei sindacati egiziani. Un argomento particolarmente sensibile per il governo egiziano di Al-Sisi. A un anno e tre mesi dalla morte del ricercatore italiano ancora non si è giunti alla verità, sia per i depistaggi operati dal Cairo sia perché, forse, l’Italia ha troppi interessi per cercarla davvero.

Qualche giorno fa i genitori di Giulio Regeni hanno parlato e con tutto il dolore di due genitori che hanno perso un figlio, ma con la tenacia di chi ancora non si è arreso nella battaglia verso la verità hanno affermato: “Il diritto alla libertà va pensato sempre in relazione all’alterità, è una costante ricerca di equilibrio tra la propria libertà e quella degli altri e questo richiede un atteggiamento di ascolto verso gli altri. Questo è un degli insegnamenti che ci giunge da Giulio”.

Ed è proprio questo l’insegnamento che dovrebbe attecchire nelle coscienze di tutti.

 

 

 

 

 

 

 

 

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