Il giorno più lungo: analisi del voto nel Regno Unito.

Theresa May ha perso la scommessa delle elezioni anticipate. Dopo un lungo scrutinio fino all’ultimo collegio, i Conservatori sono il partito più votato, ma la maggioranza non garantisce la governabilità. In una situazione di Hung Parliament (“governo appeso”), il Primo Ministro è costretto a una fragile alleanza con i Democratici Unionisti dell’Irlanda del Nord, mentre Corbyn ottiene un miracoloso 40%.

Nulla di fatto per i Tories, ansiosi di veder consolidato il loro esecutivo con un incremento di voti sufficienti per sedersi al tavolo delle trattative con l’Europa e dettare condizioni favorevoli sulla Brexit. Alle ore 22 dell’8 di giugno, il voto dei cittadini britannici apparve già chiaro con il primo exit poll alla chiusura dei seggi: Conservative 314 seggi, Labour 266, Scottish National Party 34, Libdem 14, Plaid 3, Green 1, Ukip 0, Others 18. I seggi totali nella House of Commons sono 650, quindi la maggioranza assoluta per governare come unico partito (326 seggi) non è stata raggiunta. I risultati finali effettivi non hanno cambiato di molto la distribuzione di voti: i Conservatori arrivano a 318 seggi (42,5%) e i Laburisti a 262 seggi (40%).

L’esito della tornata elettorale non era quello che May si aspettava, quando due mesi fa annunciò le elezioni con un 20% in più rispetto al rivale Corbyn. Si palesa il significato della leggenda inglese secondo la quale i ministri dell’interno siano la grave stone del partito al momento delle elezioni. Il ministro degli Esteri ombra del partito laburista, Emiky Thornberry, ha chiesto a Theresa May di dimettersi nel caso sia confermato il risultato uscito dai primi exit poll. Alle 23.37 il Financial Times titolò “Disaster for May”, illustrando una situazione molto complessa per l’intero paese: con l’assenza di un governo stabile la sera stessa del voto, il cosiddetto Hung Parliament, si è indebolita la valuta inglese e anche la posizione dell’esecutivo per negoziare la Brexit con Juncker. Vincenzo Longo di IG Markets sottolinea che “l’incertezza politica è massima e non è una cosa da poco conto per un Paese non è abituato a una simile situazione”. Francesco Citta di Copernico SIM ritiene che “potrebbero esserci interessanti spunti sul fronte azionario soprattutto considerando quelle società il cui fatturato è generato dalle esportazioni”. Il crollo della sterlina impone dunque alla Banca d’Inghilterra “un atteggiamento da colomba”.

Non è la prima volta che il sistema elettorale maggioritario con collegi uninominali, un solo turno di votazione e la formula plurality (definito modello di Westminster), non fornisca una maggioranza monopartitica, molto più facile da gestire delle coalizioni nelle altre democrazie europee, sviluppando così il cosiddetto Cabinet Government. Due volte dal 1945 al 2005 il partito più grande ai Comuni si è trovato senza una maggioranza sufficiente per governare: nel 1974, quando il leader laburista Wilson chiese e ottenne subito lo scioglimento anticipato del parlamento e nel 1977-78 quando il Labour governò con un appoggio esterno dei liberali. Oggi, a dispetto della precedente alleanza di David Cameron con i Liberaldemocratici dal 2010 e il 2015, questi ultimi hanno rifiutato qualsiasi appoggio ai Tories poiché in contrapposizione con i negoziati della hard Brexit: “We are getting a lot of calls so just to be clear: No Coalition. No deals.”

Nella notte fervevano gli accordi per scongiurare una seconda elezione ravvicinata e impedire a Jeremy Corbyn, vincitore morale delle elezioni dopo aver riportato il partito laburista agli alti consensi di vent’anni prima, di formare un nuovo governo. La scelta ricadde sul Democrati Unionist Party, che ha ricevuto 10 seggi (0.91%) e sono pronti a sostenere “di principio” Theresa May finché un leader così a sinistra come Corbyn imperversa Westminster. George Osborne, esponente dei conservatori e avversario di May, stigmatizza la nuova intesa tra questa e il DUP: “Il nostro governo, sebbene in carica, è in minoranza e dipende dai capricci di dieci parlamentari unionisti. Le decisioni più importanti saranno prese a Belfast invece che a Londra”. Per tacciare le polemiche, la premier risponde:”Let’s work“.

Che cos’è il DUP? E’ il partito più grande tra tutti i movimenti unionisti in Irlanda del Nord, cioè quei cittadini protestanti che sono contrari all’indipendenza del paese e favorevoli a restare nel Regno Unito, in netto contrasto con i partiti cattolici propensi all’unione con la Repubblica di Irlanda. Collocabile nell’area politica della destra populista, il DUP è contrario all’aborto e ai matrimoni gay, mentre alcuni suoi dirigenti sono conosciuti per i loro commenti conservatori ed estremisti sui temi etici e sui diritti degli omosessuali. Qualche anno fa il partito nominò ministro dell’Ambiente un negazionista del cambiamento climatico; sono promotori di una spesa pubblica più alta e soprattutto di una “soft Brexit”: un’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea negoziata e che, possibilmente, porti alle minori conseguenze nei rapporti con il resto dell’Unione. Perché è proprio questa la concessione che gli unionisti strapperanno ai Tories per consentire la fragile alleanza: nessuna conseguenza al confine con la Repubblica d’Irlanda durante la post-Brexit.

Durante la campagna elettorale, a discapito dei conservatori fu la cattiva gestione della sicurezza che ha facilitato gli attentati di Manchester e Londra (il 22 maggio e il 4 giugno), un riflesso storico dei ben più gravi attentati di Madrid dell’11 marzo 2004, a soli tre giorni dalle elezioni in Spagna: entrambi i tragici episodi hanno spostato il consenso dell’elettorato rispettivamente dal partito di governo a quello dell’opposizione (nel caso spagnolo, massicciamente verso la vittoria del PSOE di Zapatero) e sollecitando la partecipazione dell’elettorato. Nel Regno Unito infatti l’affluenza è stata del 69%, la più alta in vent’anni.

Ma gli errori di May e del tracollo di seggi sono stati politici. Tra i principali il mantra “strong and stable government”, incapace di rispondere alle problematiche prima di tutto sociali anziché economiche, quello “Brexit means brexit”, recepito dagli elettori di ogni schieramento come una sfida che amplifica il logorio della fiducia sull’uscita effettiva dall’Europa, e la “dementia tax”, la “tassa sulla demenza senile” che, in breve, proponeva di togliere l’assistenza sanitaria gratuita se il patrimonio delle persone che soffrono di questa malattia supera le centomila sterline, compresi i beni immobili. La proposta scatenò una bufera e dovette essere modificata, ma il dado era tratto e la gogna mediatica fece il resto.

Così fu premiata la leadership di Corbyn, il vecchio socialista massacrato dai tabloid britannici, definito populista e retrogrado da tutti gli analisti politici, screditato dall’ex segretario Tony Blair (“ai labours attendono vent’anni di sconfitte, si vince al centro e non a sinistra”), minimizzato da Renzi, Sandro Gozi, Staino, dal deputato pd Andrea Romano (“Corbyn è l’autolesionismo dei laburisti”) e dal giornalista Cerasa (“le proposte di Corbyn funzionano nei talk show”), ha raggiunto il 40%, di cui il 63% dei voti degli inglesi tra i 18-34 anni. Con un programma coerente, radicale e di sinistra, opposto alle intese catch-all e alle manovre liberiste dei Tories, conduce il Labour Party alla ribalta e guadagnando 31 seggi rispetto alle elezioni del 2015 e superando le percentuali di tre leader laburisti precedenti (Brown, Harman, Miliband). Un successo simile a quello dell’omologo Bernie Sanders negli Stati Uniti, naturale dimostrazione che le vittorie non arrivano dalla sinistra verso il centro. Blair ha preso 13 milioni 510mila voti nel 1997, 10 milioni 700mila nel 2001, 9 milioni 550mila nel 2005. Corbyn ne ha presi 12 milioni 850mila. E se secondo qualche giornalista (Cazzullo del Corriere della Sera, esempio) questi risultati non sono merito dei laburisti, né perciò del loro leader, ma soltanto della erronea campagna dei Conservatives giacché la May non è la Thatcher, è ora di convincersi a gettare i panni dell’italiano che confronta le tornate elettorali come il campionato di Serie A: non è sempre colpa dell’impreparazione dell’avversario se la squadra che più detestiamo inizia a riscuotere punti.

L’abilità del politico sta nel comprendere i bisogni sociali, sapervi dare risposta e confrontarsi con tutte le parti in causa. Consumandosi le scarpe, convincendo i giovani a partecipare attivamente e all’appropriarsi dello strumento della democrazia rappresentativa, restituendo dignità alla professione e speranza alla collettività, riabilitando il lavoro di tutti nella costruzione di un paese inclusivo che sappia dare possibilità di realizzazione a chiunque, senza pregiudizi di censo o di orientamento. La diversità del sistema inglese la possiamo notare nelle vivide immagini di lealtà e rispetto al momento della proclamazione dei vincitori dei collegi a cui i cittadini possono assistere, conoscendo i propri candidati in faccia, storia impensabile in Italia. E a vincere non sono sempre dei maschi bianchi eterosessuali, ma cittadini e cittadine appartenenti a una realtà cosmopolita e multiculturale: perché l’impegno non ha religione né classe, perché non è la “meritocrazia” escludente che premia la politica, perché è la conoscenza e la qualificazione della persona a determinarne la competenza.

Il modello Westminster non è più sotto stress: più dell’80% dei voti sono andati ai partiti tradizionali, e le istanze autonome (SNP) sono sempre più in calo. Ma l’appoggio del DUP potrebbe non bastare all’esecutivo della May fino a scadenza naturale della legislatura e, se non un rimpasto delle maggioranze, ne conseguirà un’altra elezione. Le trattative con gli unionisti non sono terminate, e il futuro del prossimo Cabinet potrebbe decidersi lunedì a soli quattro giorni dal voto, quando la premier incontrerà i gruppi parlamentari. Mentre la destra barcolla, c’è la remota possibilità di una definitiva ascesa di Corbyn, candidato vincente dal 1983 nel suo collegio di Islington North, il primo laburista a trionfare a Kensington, il quartiere più lussuoso e esclusivo di Londra per una manciata di voti.

La coerenza di un programma premia in tutte le fasce sociali, e non si vince sempre con i compromessi al centro.

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