Giovani senza presente



Il 4 marzo 2018 si recheranno alle urne per la prima volta circa 1.42 milioni di cittadini. Sono persone sotto i 23 anni d’età che compongono un gruppo abbastanza eterogeneo: vi sono compresi i diciottenni che stanno ancora frequentando le scuole superiori (a cui il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha rivolto un appello durante il messaggio di fine anno), gli universitari, chi lavora già da qualche anno o chi sta cercando un’occupazione. Bisogna inoltre tener conto del fatto della consistente fascia di giovani che non lavorano né studiano. I cosiddetti NEET, acronimo di not in education, employment or training, sono le persone fra i 15 e i 24 anni di età che non sono inseriti nè all’interno del sistema scolastico né di quello lavorativo; la percentuale italiana, il 19,9%, è quasi il doppio della media europea, che si attesta intorno all’11,5%, e supera quella di Grecia, Spagna e Bulgaria.

I problemi che le nuove generazioni si trovano ad affrontare sono generalmente simili in tutti i Paesi europei, come osservato nel rapporto Occupazione e sviluppi sociali in Europa (ESDE) della Commissione Europea. La difficoltà principale continua ad essere quella di trovare un lavoro, o comunque un impiego che non sia precario; considerando che la forza lavoro calerà dello 0,3% annuo da ora fino al 2060, i più giovani dovranno farsi carico del mantenimento di una popolazione anziana in costante crescita; inoltre, a causa della mancanza di stabilità che inevitabilmente caratterizza le vite dei ragazzi di oggi, tendono ad aspettare più a lungo prima di acquistare una casa o formare una famiglia. Nell’Europa meridionale, e specialmente in Italia, tali questioni sono percepite in maniera più amplificata, in quanto mancano anche adeguati provvedimenti per far fronte a questa situazione. La quota di giovani disoccupati in Italia è tornata a salire, secondo quanto rileva l’Istat, toccando il 40,1% nello scorso dicembre, al livello più alto da giugno 2015. Per i pochi che riescono a trovare lavoro, si tratta di impieghi precari, contratti a chiamata (quando non in nero) e il più delle volte scarsamente remunerati. Questa condizione ha delle dirette ripercussioni sul fatto che, ad esempio, gli italiani siano fra gli ultimi a lasciare la casa dei genitori rispetto alla tendenza europea, o che le madri italiane siano quelle con l’età più alta alla nascita del loro primo figlio (in media 32 anni). La carenza di assistenza nei confronti dei giovani disoccupati è da imputare al livello di spesa sociale destinato alle pensioni, molto più alto nell’Europa mediterranea rispetto ai Paesi del nord. Questo porta alla situazione, purtroppo alquanto diffusa, per cui una famiglia si trova a dover dipendere dalle pensioni dei nonni; il che non fa altro che inserirsi in un meccanismo per cui diventa sempre più difficile per i giovani lasciare la famiglia e diventare autonomi.

Non sorprende, dunque, che la nuova generazione che si sta preparando al voto non si trovi così a suo agio nei confronti della classe politica. Complice anche una campagna elettorale vuota di contenuti effettivi e incentrata sulla strumentalizzazione degli eventi in grado di riscuotere il maggior grado di attenzione da parte dell’opinione pubblica, i giovani si sentono inevitabilmente distaccati dai politici, che considerano come una sorta di casta lontana da loro e incurante di quelli che sono i problemi che pesano di più sulle loro spalle. Sintomo del generale disinteressamento giovanile nei confronti della politica è l’astensionismo, che raggiunge la quota del 70% per quanto riguarda le persone fra i 18 e i 20 anni d’età. Vista la carenza di concrete proposte politiche che li riguardino, i giovani si sentono più attratti dai discorsi che puntano ai sentimenti, più che alla razionalità. Ecco come si spiega il largo appoggio dato dalle persone sotto i 35 anni al Movimento 5 Stelle, che raccoglie comunque il 50% dei consensi degli elettori tra i 35 e i 44 anni di età. È comprensibile che i giovani, non vedendosi rappresentati dai partiti classici, si identifichino con elementi che si pongono al di fuori e contro gli schemi tradizionali.

Al contempo, è interessante osservare come sia cresciuta molto l’attenzione delle nuove generazioni verso le forze di estrema destra, rappresentate da partiti come Lega e Casa Pound. Se la coalizione di centrodestra riesce aguadagnare approvazione soprattutto grazie all’appeal esercitato da leader giovani come Matteo Salvini e Giorgia Meloni, a prescindere dal reale valore dei loro programmi politici, i ragazzi che si definiscono “fascisti” (molto spesso senza rendersi conto del fatto che se possono esprimere liberamente le loro opinioni è perchè viviamo in una democrazia che è stata fondata sull’antifascismo) lo fanno più per moda, attratti da valori quali il senso di appartenenza a una comunità e l’etica del sacrificio, che riescono a suscitare un coinvolgimento emotivo maggiore. L’avvicinamento dei giovani a posizioni così estreme può essere giustificato anche dal fatto che, andando controtendenza rispetto ai loro coetanei degli altri Paesi europei, i ragazzi italiani sono più euroscettici degli adulti. Considerando l’instabilità della loro situazione attuale e l’incertezza che avvolge il loro futuro, sono facilmente affascinati da chi apparentemente riesce a individuare un “responsabile” dei loro problemi, che quasi sempre viene identificato con l’Europa o con i flussi migratori. A sessant’anni dall’entrata in vigore dei trattati che istituirono la CEE, firmati a Roma il 25 marzo 1957, l’Italia si sta trasformando in uno dei Paesi più diffidenti nei confronti dell’Unione Europea, da molti indicata come colpevole della lenta ripresa economica e della mancanza di aiuti per la gestione degli sbarchi dei migranti.

L’astensionismo è invece un elemento piuttosto diffuso tra i giovani europei, nonostante anche in questo caso le percentuali relative all’Italia siano più alte. In un Paese che sta invecchiando sempre di più e sempre più rapidamente, non propenso ai cambiamenti e che non valorizza sufficientemente i giovani, per questi ultimi le elezioni ormai alle porte rappresentano un’incognita con cui non sanno come rapportarsi. Probabilmente chi di questi alla fine andrà alle urne, ovvero poco più di un terzo, opterà per un voto di protesta. Il fatto che i sentimenti prevalenti dei nuovi elettori nei confronti della casse politica siano sfiducia e disinteressamento dovrebbe rappresentare un campanello d’allarme, ma sono in pochi a pensare che verrà ascoltato.

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