Gli effetti della discriminazione

Il 23 maggio 2018 si è svolta a Forlì la manifestazione Contro ogni discriminazione, organizzata da Forlì Città Aperta, Casa Madiba, Romagna Migrante e Refugees Welcome. I partecipanti hanno manifestato per il diritto alla casa e per il diritto al lavoro, e hanno manifestato contro la subordinazione del permesso di soggiorno alla residenza e al contratto di lavoro.

La manifestazione si è svolta a due settimane dall’uccisione di Sacko Soumayla, il ventinovenne di origini maliane e attivista sindacale che si batteva per i diritti dei braccianti agricoli della Piana di Gioia Tauro.

Il senso della manifestazione è stato proprio questo: non si è trattato di un corteo a carattere unicamente antirazzista, ma di un gruppo di persone che protestano contro il mancato rispetto dei diritti di tutta quella parte di società che fatica a trovare un lavoro che non sia precario e che fatica a mantenere una casa a causa di contratti impossibili. Questa fetta di società, come ben sappiamo, si allarga pericolosamente e, come ben sappiamo, non è certo costituita dai soli migranti.

In seguito alla manifestazione è stato fatto circolare un comunicato che conteneva le parole di un immigrato, Mamadou Diallo, un operaio che possiede il permesso di soggiorno. Nonostante questo, quando è andato alla ricerca di una casa non l’ha trovata.

“Sono andato in un’agenzia a cercare una casa. L’ho trovata. Mi piaceva. Sono andato con un mio amico che anche lui lavora ed è a posto con i documenti, e con un altro mio amico di Forlì Città Aperta, uno di Forlì. Credevo di fare il contratto. Invece mi dicono di no. Il proprietario vuole uno che abbia il contratto fino al 2021. Allora il mio amico italiano dice che lui può dare tutte le garanzie e che comunque avere un contratto di due anni è oggi un miracolo. Va bene dice quello dell’agenzia. Tornate domani. Il giorno dopo ci dice: Il proprietario non vuole stranieri. Allora il mio amico italiano dice: facciamo il contratto in tre, loro due e io, così io garantisco che l’affitto viene pagato. Niente da fare. Noi dobbiamo lavorare, ma non dobbiamo avere una casa”.  Durante il suo discorso, Mamadou si chiede se si tratti di razzismo o di ignoranza, anche se non è importante, perché il risultato è sempre lo stesso.

Nemmeno i lavoratori di Gioia Tauro hanno una casa, al massimo possono aspirare alla baraccopoli di San Ferdinando. Anche in quel caso, non ci sono solo migranti, ma tutti i braccianti sono accomunati dallo stesso stile di via, molto simile alla schiavitù.

Anche in Sicilia si pone lo stesso problema. In certi paesi le condizioni di vita sono così precarie che i siciliani, quelli che lavorano anche 20 ore al giorno e per meno di mille euro al mese, fuggono appena si presenta l’occasione, mentre i migranti continuano a essere sfruttati.

È come se tutto si svolgesse in una sorte di riciclo della povertà, una guerra tra poveri, e in questo senso l’Italia è tutta uguale, da nord a sud. Larghissime sacche della popolazione non possono avere una casa e nemmeno un lavoro che possa definirsi tale. Ormai anche la stabilità è diventata un lusso, e tutti ne siamo consapevoli. I toni hanno di gran lunga superato il razzismo per raggiungere la completa discriminazione, e non importa la nazionalità.

La manifestazione del 23 giugno non era solamente antirazzista: il lavoro e la residenza sono diritti di tutti. La vera differenza sta nel fatto che quando si tratta di migranti la posizione della società è più netta: avere un’opinione è più semplice, favorevole o contraria che sia, il discorso politico è più acceso e gli effetti dell’immigrazione sono immediatamente evidenti. Quando si tratta dei cittadini italiani, gli effetti devastanti della mancanza di diritti sono estremamente più lunghi e tutto resta in ombra finché non accade qualcosa di eclatante. Ma gli effetti della discriminazione sono gli stessi per tutti, anche per coloro che credono che la causa di tutti i mali sia l’immigrazione.

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