Globalizzazione e sovranità: Karl Polanyi e le elezioni italiane

Nel 1944 l’economista, sociologo, filosofo e antropologo ungherese Karl Polanyi pubblica il suo più grande saggio, “La grande trasformazione”. Oggi, in seguito alle ultime tendenze politiche, a partire dall’elezione di Donald Trump fino ad arrivare al netto risultato delle elezioni politiche italiane, il pensiero dell’intellettuale magiaro torna attuale con grande forza, offrendo una lente per interpretare l’attualità socio-economica e politica. Cosa sta succedendo? Le elezioni del 4 marzo passeranno alla storia come ulteriore tassello di un mosaico in composizione, composto da innumerevoli tessere che rappresentano l’inquietudine e le insicurezze prodotte da una nuova “grande trasformazione” che, negli ultimi 30 anni, ha interessato il mondo: la globalizzazione.

I momenti di grande trasformazione socio-economica sono da sempre esistiti, questo non è il primo e non sarà l’ultimo, ed è facilmente intuibile che processi di questo tipo generano sempre dei vincitori, chi riesce ad adattarsi senza problemi, e dei vinti, che vengono sradicati dai loro lavori, usi e costumi.

Nel saggio intitolato “La grande trasformazione” l’autore ungherese fornisce due esempi. Il primo si riferisce ai cosiddetti “Enclosure Acts”, le leggi che dal XVII secolo in Inghilterra obbligarono a recintare i terreni comuni, a fronte di rilevanti spese legali. L’obiettivo era quello di centralizzare la proprietà nelle mani di pochi e rendere i campi più produttivi ed efficienti. Di conseguenza, l’effetto fu un forte danneggiamento per i contadini, scoraggiati dalle spese per l’operazione, che persero le loro terre, a favore dei grandi proprietari, che ne uscirono arricchiti. Questo creò, da un lato, una concentrazione delle proprietà terriere nelle mani dell’aristocrazia inglese e, dall’altro, grandi masse di contadini che avevano perso tutto. Per questo motivo è passata alla storia come la rivoluzione dei ricchi contro i poveri.

Tuttavia, scrive Polanyi, la corona inglese non è stata a guardare impassibile la grande trasformazione che stava avvenendo, ma ha agito per renderla socialmente accettabile: “L’Inghilterra ha resistito alle calamità delle enclosures, poichè i Tudor e gli early Stuart hanno usato il potere della Corona per rallentare il processo di progresso economico fino al momento in cui diventò socialmente sostenibile – usando il potere del governo centrale per sostenere le vittime della trasformazione e cercando di canalizzare il processo di cambiamento per renderlo meno devastante”. Di seguito, un passo da “La grande trasformazione”:

“Questo ruolo (il ruolo del governo) spesso consiste nell’alterare la velocità dei cambiamenti, accelerandoli o rallentandoli a seconda della situazione; se pensiamo che la velocità sia inalterabile o, addiritutta peggio, che l’interferire sia un sacrilegio, allora nessuno spazio rimane all’azione del governo. Da questa velocità, in larga parte, dipenderà se gli sconfitti potranno adattarsi alla nuove condizioni senza danneggiare fatalmente la loro sostanza, umana e economica, fisica e morale”. (Karl Polany, “La grande trasformazione”, 1944)

Al contrario, il secondo esempio fornito da Polanyi racconta una storia diversa, quella della rivoluzione industriale avvenuta tra il XVIII e il XIX secolo, una radicale trasformazione, come quella del bruco in farfalla scrive Polanyi, ma che portò con sé effetti devastanti per la gente comune. Certamente, per alcuni fu occasione di arricchimento e progresso, per tanti altri una condanna. Stiamo parlando dell’Inghilterra raccontata da Dickens in Oliver Twist, quella delle “satanic mills”, delle città industriali, delle squallide slums, dei lunghi orari di lavoro dei bambini.

I problemi, come spiega Karl Polanyi, nascono quando questi processi di grande cambiamento non vengono governati dalla politica, accelerati o frenati a seconda del bisogno. Quando cioè i processi di cambiamento da un lato, e di adattamento dall’altro, non vanno avanti di pari passo. Il problema non è quindi solamente la direzione delle grandi trasformazioni, ma è il tasso di velocità con il quale avvengono a non permettere a chi fa più fatica, gli sconfitti di questi processi, di adattarsi. La tesi dell’ungherese è dunque la seguente: pensare che i grandi processi socio-economici si autoregolino è un’utopia, il ruolo della politica è fondamentale. Deve essere la politica a guidare le trasformazioni, e non viceversa. Da qui la durissima critica al libero mercato e alle teorie del laissez faire.

Cosa centra tutto questo con le elezioni italiane? Le elezioni italiane rientrano in una tendenza globale che, inaugurata dalla Brexit, proseguita ed esplosa con Trump, erroneamente ridimensionata da chi, con scarsa visione, ha interpretato i risultati di Le Pen in Francia, di Wilders in Olanda o dell’Afd in Germania come una frenata della tendenza, torna oggi di nuovo alla ribalta in tutta la sua forza. È necessario a questo punto osservare le recenti consultazioni elettorali occidentali con uno sguardo più ampio, cercando di rifuggire i particolarismi nazionali. Risulta evidente, dopo aver fatto questo, un filo conduttore.

Le elezioni italiane e gli altri eventi sopracitati rientrano in un trend globale ed in costante ascesa che può essere chiamato “sovranismo populista”, termine più preciso per descrivere la realtà rispetto a un largamente inflazionato e troppo vago “populismo”, da un lato non in grado di catturare la specificità dell’attuale momento e dall’altro accompagnato spesso da un’accusa poco celata nei confronti di un popolo ritenuto irresponsabile e ignorante. Un’accusa infondata il più delle volte, perché il popolo è portato a cedere più facilmente al fascino della retorica populista quando manca un’alternativa credibile e seria, quando cioè la Politica è assente. Dunque, quando il populismo attecchisce, è sempre a causa di un’assenza. Di conseguenza, può essere interpretato come un sintomo di un qualcosa che non va, ma non come la spaventosa malattia che minaccia le fondamenta democratiche dell’occidente, come esageratamente troppo spesso raccontato.

In questo caso, l’assenza è chiara: la volontà di governare i processi di globalizzazione e tutte le implicazioni che ne derivano. È proprio la globalizzazione la “grande trasformazione” dei nostri tempi e il sovranismo ne è la diretta risposta. Di esempi se ne possono fare diversi: in primis l’immigrazione, materia per cui l’Unione Europea ha deciso di chiudere gli occhi, facendo finta di non vedere quello che sta succedendo e non promuovendo una regolamentazione seria; la delocalizzazione e i relativi effetti di dumping sociale, cioè il fatto che un bene può essere venduto a un prezzo inferiore perché è stato prodotto a un prezzo più basso in un paese straniero, meccanismo che mina i mercati interni sia dei beni che del lavoro; la decisione di tagliare sui diritti sociali in un disperato, ed inutile, tentativo di restare competitivi abbassando il costo e le tutele del lavoro, per attrarre fantomatici investimenti esteri; l’assenza di politiche industriali lungimiranti e strutturali, a cui vengono preferiti inutili bonus una tantum, ormai familiari per noi italiani; il rifiuto di politiche economiche a sostegno dello stato sociale, imbrigliati nelle maglie strette dell’Unione Europea e delle sue regole.

Questa dovrebbe essere la lezione di queste consultazioni elettorali, soprattutto per la sinistra, sconfitta e ormai avviata verso posizioni di rincalzo in tutto l’Occidente: fare autocritica e una riflessione quanto mai radicale (nel senso di andare alla radice dei problemi) sulle dinamiche socio-economiche della globalizzazione, capire chi sono gli sconfitti di questi processi e ascoltarli. Soprattutto la sinistra, perché la sua essenza dovrebbe essere questa, stare dalla parte dei più deboli, altrimenti si viene cancellati, come sta succedendo ovunque.

Una lettura e una riflessione sul saggio di Karl Polanyi potrebbe essere il primo passo per la nascita di una nuova sinistra, che sappia interpretare la realtà contemporanea, le sue sfide ma anche le grandi opportunità che offre il mondo globalizzato. Il messaggio finale che ci lascia lo studioso ungherese è quello di vedere il mercato e l’economia non come fini ultimi, ma come parti di una società più ampia. Di conseguenza le privatizzazioni, le liberalizzazioni, le deregolamentazioni e il rispetto dei parametri europei non possono dettare le politiche di uno stato, diventandone il fine ultimo ed unico, ma devono essere strumenti a servizio della società. L’economia deve essere al servizio della società e del benessere dei cittadini, non il contrario.

Un pensiero riguardo “Globalizzazione e sovranità: Karl Polanyi e le elezioni italiane

  • 6 Marzo 2018 in 21:23
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    Ottimo il richiamo a the great transformation di Karl Polanyi che ben si attaglia alla situazione. Un po utopistico pensare che questa sinistra ne possa trarre ispirazione ed insegnamento. Ma sognare non e vietato anzi e proprio quello che ci manca.

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