HIGHLIGHT: Il referendum in Turchia

Il 16 aprile 2017 è stato un giorno importante nella storia della Repubblica di Turchia. Atlas ha deciso di trattare questo argomento a freddo, completandolo domani con delle interviste ad alcuni giovani cittadini turchi in Erasmus con la nostra redattrice Ilaria La Torre.
In questo primo appuntamento vediamo invece insieme cosa è successo in Turchia.

 

IL REFERENDUM COSTITUZIONALE.
La riforma costituzionale promossa dal Presidente Recep Tayyip Erdogan e fortemente sostenuta dall’AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo, di tendenza islamica) e dal MHP (Partito di Azione Nazionalista) non ha ottenuto i 2/3 dei voti del Parlamento turco ed è stato quindi necessario ricorrere al giudizio popolare.
Il pacchetto di riforme include 18 emendamenti che darebbero una svolta presidenziale alla repubblica turca. In particolare è prevista: l’abolizione del ruolo di Primo Ministro, la guida dell’esecutivo da parte del Presidente della Repubblica, l’aumento del numero di parlamentari da 550 a 600, una nuova procedura di impeachment e la possibilità per il Presidente di nominare 12 dei 15 giudici della Corte Costituzionale e 6 dei 13 membri del Supremo Consiglio dei Giudici e dei Pubblici Ministeri (organo dedito a trasferimenti, rimozioni e promozioni del personale giudiziario).
I sostenitori del SÌ chiedono una Turchia più forte davanti all’instabilità sociale interna e alla minaccia del terrorismo. I sostenitori del NO temono una deriva autoritaria della Turchia democratica.
Domenica 16 aprile l’affluenza è stata dell’85% e il risultato finale ha visto prevalere il col 51,4% dei voti (25’156’860) contro il 48,6% dei NO (23’777’014).

 

LE ACCUSE DI BROGLI ELETTORALI.
Poco dopo la pubblicazione dei risultati finali i partiti di opposizione hanno accusato Erdogan e l’AKP di brogli elettorali: durante lo spoglio dei seggi il Supremo Consiglio elettorale turco (YSK, Yüksek Seçim Kurulu) ha ritenuto valide anche le schede senza il proprio timbro ufficiale, le quali ammonterebbero a circa 2,5 milioni.
L’HDP (Partito Democratico dei Popoli) avanza una denuncia penale contro i membri dell’YSK accusandoli di «abuso d’ufficio» e aggiunge che «la Costituzione non dovrebbe essere cambiata in un contesto simile […] Secondo i nostri dati, il NO ha raggiunto almeno il 53-54% dei voti».
Anche l’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) patteggia per l’HDP e in un rapporto preliminare sul referendum turco afferma che il voto non ha rispettato gli standard internazionali.
Il 19 aprile L’YSK respinge le richieste di annullamento del referendum presentate dalle opposizioni: l’HDP dichiara di voler interpellare la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, mentre il CHP (Partito Repubblicano del Popolo) afferma di voler ricorrere alla Corte Costituzionale e al Consiglio di Stato (Danıştay, la più alta corte amministrativa della Turchia).
Il 25 aprile il Danıştay respinge il ricorso perché «la decisione presa dal Supremo Consiglio elettorale sull’ammissione di schede non timbrate […] non è un provvedimento amministrativo».

 

LE FRATTURE SOCIALI.
La società turca è divisa lungo più linee di frattura, ma la base elettorale di Erdogan è sempre stata abbastanza compatta nel corso degli anni. La pubblicazione dei risultati del referendum costituzionale ha però evidenziato delle crepe anche all’interno dell’elettorato fedele al Presidente: Erdogan perde per la prima volta il sostegno di 4 delle 5 città più importanti della Turchia (Istanbul, Ankara, Smirne e Adana) e anche le città costiere dell’Egeo e del Mediterraneo hanno votato NO. Il cuore dell’Anatolia centrale invece continua a sostenere l’ex primo ministro e l’AKP.
Un fil rouge c’è: le regioni cosmopolite e quelle costiere vivono di commercio e turismo e soffrirebbero la tensione che una deriva autoritaria turca potrebbe generare nelle relazioni con l’Occidente; le zone più rurali sono invece tradizionalmente più conservatrici e temono maggiormente l’instabilità sociale interna che una crisi politica causerebbe. Il sud-est curdo è poi storicamente contro i tentativi da parte di Ankara di accentrare il potere e di reprimere le minoranze.

 

UNA NUOVA TURCHIA?
La vittoria del SÌ ha lasciato il Paese profondamente diviso ma Erdogan dimostra di avere ancora un ampio consenso: negli ultimi 15 anni il PIL turco è cresciuto a dismisura e il decollo economico ha beneficiato anche le classi sociali più umili, in particolare quelle all’interno della penisola anatolica. La politica a tendenza islamista ha poi fidelizzato la parte più religiosa e conservatrice della popolazione, che dopo il tentato colpo di stato del 15 luglio 2016 si è legata ancora di più alla figura di Erdogan.
«Se però metà del paese lo ama, l’altra metà lo detesta», scrive Davide Lorenzini, e in effetti l’anima più cosmopolita della Turchia guarda all’Europa e all’Unione Europea e non apprezza l’impronta nazionalista e repressiva degli ultimi anni.
Qual è dunque il futuro della Turchia? Sicuramente quello di una nazione sempre meno europea e sempre più mediorientale, guidata dalle speranze di rivalsa di un uomo solo.

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