I fatti del 2018: Novembre – Dicembre

Novembre

Il 6 novembre 2018 le elezioni del midterm ci regalano l’immagine di un Paese scisso in due. I democratici conquistano la maggioranza alla Camera e i conservatori mantengono ed espandono quella in Senato. I risultati sono interpretati ambo i lati come una vittoria: “Domani è un giorno nuovo per l’America” –  commenta Nancy Pelosi, capogruppo democratica alla Camera. Dall’altro lato invece, Trump twitta, con le parole dello scrittore capitalista Ben Stein, un risultato differente: “Solo cinque volte negli ultimi 105 anni un presidente in carica ha vinto seggi al Senato nelle elezioni midterm. Trump ha del magico”. Insomma, è possibile leggere il risultato attraverso la sfumatura che più ci piace. Rimane però una grande certezza: la spaccatura netta del Paese si riversa anche su Washington e rende sempre più netta la linea di demarcazione fra forze politiche. Perciò, quella “differenza minima” che accomunava il “medio deputato repubblicano” e quello “medio democratico” è diventata sinonimo di débâcle. Lo spazio per il “centro” è andato restringendosi. Le forze politiche che riescono a conquistare l’elettorato non sono più le forze intermedie ma quelle radicali; che non vuol dire estremiste.

Trump: quasi un’anatra zoppa
In politica estera il presidente manterrà un buon grado di autonomia ma non in politica interna; difatti, The Donald potrà riscontrare difficoltà con l’approvazione di alcune delle sue proposte a cui si potrà frapporre il veto parlamentare. L’altra arma a doppio taglio è invece quella dell’impeachment. La Camera ha facoltà di proporlo e nell’ala più risoluta dei dem c’è già chi, è pronto ad invocarlo.

Year of the Women: tra socialismo, integrazione e ecologismo
Il midterm ci lascia però un dato: dei 23 seggi vinti dai Democratici alla Camera 15 conquistati da donne. Non è nuova infatti, anzi dura da anni, la loro mobilitazione politica. I temi, le proposte, spaziano verso orizzonti più ampi dell’esclusivo femminismo. Non solo proposte di policies focalizzate sulle pari opportunità, ma ambiente, armi, integrazione, istruzione, sanità, lotta alle discriminazioni e molto altro ancora. Alcune delle tante dicono:

“È tempo di mostrare a Washington, […] che il cambiamento sta arrivando e il futuro appartiene a tutti noi.”
Ayanna Pressley: prima donna afroamericana eletta alla Camera per rappresentare il Massachusetts

“Nella mia famiglia, non c’erano faccende da bambine e faccende da bambino. C’erano solo cose da fare. Quindi è quello che faremo. Ho dei grandi piani per questo Stato.”
Kristi Noem: prima governatrice del South Dakota

 “Abbiamo l’opportunità di reimpostare le aspettative su ciò che la gente pensa quando pensa al Kansas. Sappiamo che ci sono così tanti di noi che accolgono tutti, che vedono tutti e che sanno che tutti dovrebbero avere l’opportunità di avere successo.”
Sharice Davids, che assieme a Debra Haaland (New Mexico) è la prima donna nativo-americana eletta al Congresso

In assenza di qualcuno che dia voce chiara alle questioni morali del nostro tempo, spetta a noi dar loro voce.”
Alexandria Ocasio Cortez: astro nascente del socialismo democratico

Dicembre

Era il 2016, gli Stati Uniti erano in campagna elettorale e il candidato repubblicano in corsa per la presidenza della Casa Bianca, Donald Trump, prometteva il ritiro delle truppe dai luoghi in cui non erano necessarie e la costruzione di un muro che separasse l’America dal Messico. Dopo due anni, il tycoon cerca di mantenere le sue promesse.

A metà dicembre 2018, Trump ha annunciato il ritiro delle truppe dalla Siria e dall’Afghanistan. A qualche mese di distanza dall’attacco chimico del nord della Siria, seguito da un bombardamento “trilaterale” ad opera di Stati Uniti, Regno Unito e Francia, lo stesso Trump ritiene di aver compiuto la propria missione, anche se non tutti sono favorevoli alla sua scelta.

In primis i curdi, finora sostenuti da Stati Uniti e Francia. Adesso sono loro soltanto a doversi destreggiare tra i turchi e tra le milizie dello Stato Islamico, che non è mai definitivamente scomparso dalla Siria. Macron è ugualmente preoccupato da questa decisione perché vedeva nell’alleato americano il ruolo del leader, soprattutto considerando il numero esiguo di truppe francesi stanziate in Siria. Il presidente francese ha risposto via Twitter al magnate americano definendo il gesto “deplorevole” e l’alleato “inaffidabile”.

Le contestazioni non sono mancate dallo stesso gruppo repubblicano, tra tutti il senatore Lindsey Graham, il quale ha etichettato il presidente come un “jackass” (idiota) e accusandolo di buttare giù il nome degli USA. Oltre al senatore Graham, sono contrari il consulente per la sicurezza, John Bolton e il Pentagono, nella persona del Segretario della Difesa Jim Mattis, che ha tentato di distogliere Trump dall’idea del ritiro, ma senza ottenere risultati. Il Segretario Mattis rappresenta l’ultimo di una lunga lista di consiglieri e ministri, iniziata con il Ministro di Giustizia Sally Yates, che in meno di due anni hanno rassegnato le dimissioni. Pochi giorni dopo il licenziamento Trump ha affidato l’incarico di Segretario della Difesa al vice di Mattis, Patrick Shanahan.

L’iniziativa di Trump è stata invece promossa dal capo di stato russo, Vladimir Putin, che non vedeva di buon occhio la presenza americana in Siria. Il Presidente Putin ha tuttavia espresso il suo dissenso nei confronti delle dichiarazioni del Segretario di Stato Mike Pompeo, riguardo la volontà degli Stati Uniti di uscire dal trattato Inf – trattato siglato nel 1987 da Reagan e Gorbaciov sull’abolizione dell’utilizzo di missili di media gittata.

L’altra grande promessa di Trump riguardava il muro al confine con il Messico, muro per il quale il magnate americano ha chiesto ai democratici di stanziare 5 miliardi di fondi per la costruzione, nonostante ci siano già delle barriere erette al confine nelle zone più esposte. Mentre al Congresso il dibattito continua, a dicembre sono già morti due bambini guatemaltechi, l’ultimo la notte di Natale.

 

Camilla Folena

Emanuele Albanese

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