I tagli della difesa militare e la credibilità internazionale

Fin dalla crisi del 2007-2008, la situazione italiana è stata caratterizzata da un notevole taglio delle spese militari, già prima inferiori rispetto a quelle dei principali paesi partner europei e degli Stati Uniti in termini di percentuale rispetto al PIL.

Oggigiorno, la riduzione del bilancio economico delle forze armate nostrane è proseguito senza interruzioni: di fronte a una spesa militare di circa quindici miliardi di euro otto anni fa, oggi il quantitativo oscilla sui tredici miliardi di euro. Questo trend negativo ha causato profonde conseguenze: da una parte, si è ridotto il livello di efficienza delle forze armate – e cioè sono diminuite le spese destinate all’addestramento e alle esercitazioni; dall’altra, gli investimenti per la modernizzazione degli strumenti aereo, navale e terrestre hanno visto molte limitazioni – comportando il rinvio di alcuni programmi.

Essendo l’Italia un paese dove la spesa militare incide solamente per lo 0,8% del prodotto interno lordo – di fronte a una richiesta della NATO di aumentare tale livello a circa il 2% del reddito nazionale – inevitabili sono state le conseguenze a livello internazionale. In un tale contesto sia gli Stati Uniti che la NATO hanno fatto pressioni sull’Italia per rivalutare i tagli al bilancio della Difesa.

Washington non ha mai gradito la politica del Belpaese degli ultimi anni che ha manifestato la volontà di mettere in un secondo piano la necessità di aumentare le spese militari. Gli Stati Uniti, dalla crisi del 2007-08, hanno spinto sempre di più gli alleati europei ad intervenire maggiormente a livello internazionale, anche nelle missioni internazionali militari. Ovviamente, questo è possibile solo con un cospicuo aumento delle risorse. L’alleato statunitense ha dovuto anche affrontare recentemente le crisi in Nord Africa – specie in Libia –, mostrando un continuo intervento a livello internazionale. In particolar modo, due sono quindi le richieste degli Stati Uniti: aumentare le spese militari italiane – proprio nel momento in cui il Pentagono è sottoposto a un programma di riduzione del bilancio – e mantenere gli impegni in politica estera, tramite le missioni come quelle in Afghanistan.

La continua pressione, fatta dagli ambienti diplomatici americani e dall’Alleanza Atlantica – come anche dimostrato dal segretario norvegese Stoltenberg a inizio anno – mostra come una riduzione eccessiva del bilancio della difesa in Italia abbia portato gli alleati a preoccuparsi della capacità italiana di continuare a impegnarsi su più fronti internazionali di crisi. Da più parti, specie nei vertici più alti militari a Roma, si è cercato di proporre – finora senza successo – un cambiamento di rotta, con la speranza di mettere fine alla situazione disastrosa in cui versano le forze armate italiane.

Rispondere ai tagli delle spese militari e al problema critico delle forze armate, anche con una riforma ad hoc, potrebbe avere delle positive ripercussioni per la politica estera italiana: il nostro paese sarebbe in grado di adempiere in maggiore entità agli impegni internazionali; inoltre, avere uno strumento militare renderebbe l’Italia più credibile sul piano internazionale; in terza istanza la NATO potrebbe contare sempre su un partner tradizionale, ma – questa volta – più attivo per la stabilità nel Mediterraneo e nel Nord Africa, che è una delle maggiori polveriere del sistema internazionale.

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