I veri nemici del sogno europeo sono gli europeisti stessi

La federazione europea non si proponeva di colorare in questo o quel modo un potere esistente. Era la sobria proposta di creare un potere democratico europeo”. Così scriveva nel 1984 Altiero Spinelli, uno dei padri fondatori dell’Unione Europea e coautore del celebre Manifesto di Ventotene. Da grande sognatore quale era, Spinelli auspicava un federalismo europeo che partisse dal basso, dal popolo, per il definitivo superamento degli Stati Nazione che per secoli non avevano fatto altro che mandare fratelli europei a trucidarsi a vicenda in nome dell’assurdo concetto della sovranità nazionale. L’Europa avrebbe avuto la sua legittimazione nel popolo europeo, perché tutto deve partire e tutto deve tornare al cittadino.
Poi però sono arrivate le politiche neoliberiste, che al popolo europeo hanno sostituito i mercati finanziari. Oggi sono loro i veri protagonisti dell’Europa, nonché i responsabili della sua incapacità di diventare realmente un’Unione. Quindi possiamo anche continuare a dire che i veri nemici dell’Ue sono i partiti euroscettici, i populismi, Salvini, Le Pen e chi più ne ha più ne metta, ma mentiamo a noi stessi: i veri nemici del sogno europeo sono gli europeisti stessi, che continuano a sostenere l’Europa dei mercati finanziari e delle agenzie di rating scordandosi sempre di più del cittadino europeo.

Da quando il governo giallo-verde si è insediato a Montecitorio, il primo di giugno, c’è stata una netta polarizzazione del dibattito pubblico sull’Unione Europea. Da una parte ci sono quelli che vedono nell’Ue la causa di ogni male italiano e reclamano a gran voce di uscire dall’Euro, dall’altra invece i paladini di Bruxelles che al provincialismo dei primi contrappongono una visione idilliaca della comunità europea. Nel mezzo nulla.
Siamo sinceri, la polemica leghista contro l’Unione Europea è imbarazzante, fuorviante e stucchevole. Per certi versi anche codarda, visto che Salvini strizza l’occhio a chi chiede l’Italexit senza però assumersi la responsabilità e il coraggio di parlarne apertamente. I suoi incontri con gli altri leader europei sono stati un fallimento colossale e anziché presenziare i negoziati per la riforma del Patto di Dublino, che è la prova di come i paesi di prima accoglienza come Italia e Grecia siano lasciati soli nella gestione dei migranti, il ministro dell’Interno preferisce chiudere semplicemente i porti.

Da qui allora la tendenza dei non salviniani e dei giovani di sinistra verso quella che considero la più grande banalizzazione possibile in questo specifico dibattito politico: diventare il baluardo dell’Ue, qualsiasi cosa le sue istituzioni dicano o facciano. Siamo praticamente nella paradossale situazione in cui se supporti questa Europa sei bravo, intelligente e cosmopolita, ma se ti azzardi a criticarne i meccanismi vieni immediatamente etichettato come bifolco e mentalmente chiuso.

L’idea di unire i vari popoli europei, da sempre in guerra tra di loro, in un unico grande progetto politico, è probabilmente il più grande capolavoro che sia mai stato concepito dall’uomo. Quello che sognavano i padri fondatori come Spinelli era proprio questo, un processo di pace in cui l’integrazione sociale e culturale precedesse gli interessi di carattere economico. Ma l’Unione Europea non ha fatto questo e ha preferito creare il mercato europeo anziché il cittadino, dove la logica del “dentro tutti per interesse” ha preso il sopravvento sul processo di costruzione di un’identità europea. Se questa è l’Europa, allora coloro che si ostinano a difenderla, sempre e comunque, sono i primi grandi traditori del sogno europeo.

L’Ue si è ridotta a una mera esperienza economica. Non capisco nemmeno perché le abbiano cambiato nome: quello precedente, Comunità Economica Europea, era di gran lunga più appropriato.
Il problema non è il mercato comune, ma la troppo libera finanza. Non c’è alcun meccanismo di controllo dei capitali, che sono liberi di fluttuare da un paese all’altro. È la vittoria del mercato sullo stato, o meglio, del mercato finanziario europeo sull’Unione Europea stessa. I capitali, per definizione, vanno sempre negli stati più forti a meno che quelli più deboli non facciano qualcosa per attirarli, come per esempio tassi d’interesse più elevati o agevolazioni fiscali. Così le logiche dei mercati finanziari determinano le politiche di quei paesi che, come l’Italia, sono industrialmente forti ma deboli finanziariamente.

Abbiamo un mercato unico europeo ma non abbiamo ancora una società europea, e se l’Ue vuole avere un futuro ha necessariamente bisogno di creare quell’identità comunitaria che ha sempre dato per scontata.
Da dove partire? Per esempio dall’istruzione. Un’ottima idea potrebbe essere quella di introdurre nelle scuole dell’obbligo l’insegnamento dell’educazione civica europea, oppure creare scuole e università europee che, diversamente da quelle già esistenti, non abbiano costi proibitivi e non siano destinate solo alle élite. O ancora, prevedere dei periodi di scambio obbligatori, più o meno lunghi, durante gli studi superiori.
Si dovrebbe poi intervenire nel settore delle politiche sociali per la creazione di un sistema di welfare diffuso che permetta gli stessi standard di vita, servizi e assistenza in tutti i paesi europei. Infine, l’Ue deve mostrarsi in grado di proteggere i propri cittadini dalle sfide e dai problemi che la globalizzazione presenta quotidianamente, per esempio aiutando le piccole-medie imprese sempre più minacciate dalla competizione sleale e dal dumping sociale.
Insomma, abbiamo bisogno di un’Europa meno liberista e più socialdemocratica.

Chi auspica un ritorno allo stato nazione è o pazzo oppure non si è reso conto della portata globale del mondo e del contesto in cui viviamo, ma chi è entusiasta di questo tipo di Europa e la difende indefessamente ha i paraocchi che non gli permettono di vedere le molte contraddizioni interne. Un’altra Europa, che sia veramente un’Unione, è possibile ma sono necessarie riforme dalla vasta portata. Bisogna rivedere i rapporti di forza all’interno dell’Ue e destrutturare una volta per tutte l’eccessiva concentrazione di potere che è nelle mani dell’asse franco-tedesco. Solo quando l’Europa sarà composta da primi inter pares che mettano al centro il cittadino europeo e non i mercati finanziari, allora si potrà dire di aver finalmente realizzato il sogno europeo.

La popolarità dell’Ue è ai minimi storici e in questo la sinistra europea ha una grande responsabilità. Anziché combattere per un’Europa vicina al cittadino e ai suoi bisogni, la sinistra si è schierata dalla parte delle grandi industrie e delle grandi concentrazioni del potere economico, contribuendo ad allargare quella frattura fra le istituzioni di Bruxelles e la società civile che si è andata formando in questi anni. La stessa nascita degli euroscetticismi è la diretta conseguenza dell’incapacità della sinistra di farsi carico dei problemi della società. Si è quindi arrivati al punto che la sinistra appare sempre più il partito saccente delle élite, mentre la destra ha saputo allacciare un rapporto con i cittadini come non lo ha mai avuto prima.
Ora però siamo alla resa dei conti: o la sinistra esce dal letargo politico nella quale si è cacciata e inizia finalmente a creare un’Europa sociale, oppure la destra protezionistica continuerà ad acquisire terreno fino a che non sarà abbastanza forte da porre definitivamente fine al meraviglioso sogno europeo.

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