Il referendum costituzionale (spiegato a chi vota per la prima volta)

Del referendum costituzionale, in questi giorni, ha parlato veramente chiunque: dai più esimi politologi ai più titolati costituzionalisti, passando per uomini dello spettacolo, attori, cantanti, giornalisti e chi più ne ha più ne metta. Quindi, noi potremmo scegliere bene di inserirci in questo grande filone e spiegare le ragioni del SI’ e del NO in modo prolisso e accademico, perché malgrado tutto le nostre conoscenze ci permetterebbero di farlo. Eppure, non è questo che vogliamo fare: prima cosa, perché un argomento così trattato rischia di diventare banale; seconda, perché potremmo anche entrare nel merito dell’articolo 116 relativo al bilancio o del 57 sulla scelta dei senatori, ma se lo facessimo, chi leggerebbe il nostro pezzo? E chi lo capirebbe?
Per questo, abbiamo deciso di tentare questo format nuovo: spiegare il referendum costituzionale, con le ragioni del SI’ e del NO, a chi vota per la prima volta. O meglio, a chi non ha gli strumenti per capire per cosa si sta votando ed è stanco di sentire quella noia mortale su Renzi che se ne va se vince il NO o sulle sette piaghe d’Egitto che cadrebbero sull’Italia qualora non vincesse il SI’. Questo non significa che noi siamo detentori della verità: semplicemente, proviamo a mettere il nostro studio al servizio di un’informazione non populista; esattamente come il dottore non prescrive pozioni ma medicine, noi spiegheremo il SI’ e il NO senza retorica. Buona lettura.

Perché SI’
Di Marco M. Capponi

Oggi più che mai, l’Italia ha bisogno di una trasformazione forte. E questo è normalissimo, perché il mondo cambia di continuo, ad una velocità che è ormai sfuggita al nostro controllo, e qualsiasi Stato deve cercare di restare al passo con i tempi. Il modo migliore che ha di farlo, è quello di riformare la propria Costituzione, cioè quel testo fondamentale che è così straordinariamente forte da stare al di sopra di qualsiasi altro potere, in modo tale da impedire che un uomo solo, o un gruppo di uomini, possano fare di testa loro.
La Costituzione italiana è ormai molto antica, essendo in vigore dal 1 gennaio del 1948; e chiaramente, quando è nata, per mano di uomini saggi e molto giudiziosi, doveva far sì che il potere venisse distribuito, equilibrato, diffuso, per evitare che si ripetesse la terribile esperienza di una dittatura feroce come quella fascista. Tuttavia, il sistema che la Costituzione ha messo in vigore ha funzionato poco e male: certo, dittature non ce ne sono più state, ma prendere qualsiasi decisione è diventato praticamente impossibile, perché ogni volta bisogna tenere in conto il parere di tutte quante la campane, che spesso suonano a ritmi differenti e striduli, creando un’assordante cacofonia.
La riforma costituzionale si propone proprio di superare questo problema. E lo fa nella maniera migliore in assoluto, perché evita anche che si generi di nuovo quella situazione di uomo forte al comando che i Padri Costituenti avevano in ogni modo voluto evitare. Come? Semplicissimo: eliminando il Senato elettivo, e conferendo il potere di dare la fiducia al Governo soltanto alla Camera dei Deputati, che viene eletta dal popolo. In questo modo, non si creano due maggioranze opposte, come avviene nel sistema attualmente in vigore, il cosiddetto “bicameralismo perfetto”. Prendere le decisioni diventa più semplice e rapido, e si impedisce anche che il Governo, il cui potere in base alla Costituzione non è quello di fare le leggi, bensì di farle eseguire, ricorra a una serie di trucchetti per velocizzare le sue decisioni e diventare esso stesso un creatore di leggi. La riforma ha l’incredibile capacità di rendere il Parlamento, quell’organo che noi scegliamo in prima persona, molto forte. Il Governo, che in Italia non si elegge, rimane debole e controllato. Il cuore della Costituzione del 1948 viene rispettato in pieno, molto di più di quanto non lo si faccia ora.
Ma ora la domanda che mi si potrebbe rivolgere è la seguente: e se la legge elettorale, quella che viene chiamata “Italicum”, dovesse creare una maggioranza forte alla Camera, chi impedirà al Governo di fare comunque quel che gli pare e piace, visto che solo questa Camera dà la fiducia? Anche qui, la risposta è presto detta: semplicemente, dopo il mandato di un Parlamento, che sceglierà un Governo del suo colore politico, la palla passerà di nuovo agli elettori. Loro valuteranno se quel Governo si è comportato bene o male, utilizzando il loro voto. La riforma fa in modo che noi cittadini diventiamo molto più potenti, e in ogni momento dobbiamo essere tenuti in seria considerazione. Niente più manovre di palazzo per stabilire chi ci governerà; col nostro voto saremo pienamente sovrani.
Inoltre, non si può ignorare che se anche la legge elettorale fosse totalmente sbagliata e non rispettosa dei nostri diritti, come è già accaduto in passato, con la riforma la Corte Costituzionale, cioè il supremo tribunale che stabilisce se una legge è compatibile o meno con la Costituzione, potrà decidere da prima che quella legge non entrerà mai in vigore. Non avremo nulla da temere da una sua eventuale applicazione.
E passiamo al Senato: se la Camera ha tutto questo potere, che senso ha mantenerlo? Non sarebbe più facile eliminarlo, anziché creare un organo strano, fatto di 100 uomini che vengono scelti, per ora neanche troppo chiaramente, tra le Regioni e i Comuni? La risposta è ancora una volta più semplice del previsto: il Senato infatti rappresenterà il punto di vista delle amministrazioni territoriali. Questo significa che, anziché avere un doppione di rappresentanti, come succede ora, ne avremmo di due tipi: i deputati, che incarnano il nostro voto per la nazione; e i senatori, che di volta in volta e nelle loro aree di competenza potranno valutare se l’impatto che ha una determinata legge nel loro territorio sarà positivo o negativo. Ne esce un Senato che non blocca il meccanismo di formazione delle leggi, ma anzi lo rinvigorisce di continuo e ne giudica la funzionalità.
Infine, un’altra motivazione non certo indifferente per scegliere il SI’ è quella dei rapporti tra Stato e Regioni, il cosiddetto Titolo V della Costituzione. Con la riforma, si stabilisce chiaramente chi ha determinati compiti e chi ne ha altri, facendo in modo che non si generino conflitti che poi spetterebbe alla Corte Costituzionale risolvere. Lo Stato avrà maggiore potere laddove le Regioni si sono dimostrate inefficaci, spesso perché lasciate in mano a uomini corrotti che avevano in testa soltanto il loro tornaconto, altre volte perché se non si spiega bene quello che una Regione può o non può fare è naturale che si creino dei problemi. La nuova Costituzione premierà le Regioni virtuose, dando loro maggiori autonomie, e farà rigare dritte quelle che invece vogliono fare di testa loro. Avremo uno stato decentrato ma con criterio, e tutti i diritti delle Regioni e dei Comuni saranno rappresentati all’interno del Senato.
Insomma, mi sembra chiaro che, a mio modo di vedere, il SI’ sia di gran lunga la scelta migliore. Non è perfetta certo, ma la perfezione non esiste, e se la si cerca in maniera maniacale si finisce a star sempre fermi al punto di partenza. D’altronde, è da più di 30 anni che i partiti promettono di cambiare, con la creazione di ben tre Commissioni bicamerali. Tuttavia, non lo hanno mai fatto: è una esigenza che noi italiani abbiamo, e che i politici stessi hanno, perché si son resi conto che così non si può andare avanti. Che sia questa la volta buona? Spetta al nostro voto deciderlo.

Perché NO
Di Leonardo Gorrieri

Innanzi tutto vorrei chiarire subito un punto: votare NO al referendum costituzionale non vuole dire negare la necessità reale e urgente che l’Italia ha di apporre dei cambiamenti al suo assetto istituzionale. Modificare la costituzione non è peccato, anzi, trattandosi di un testo scritto, seppur magistralmente, ormai quasi settanta anni fa, in un contesto politico e internazionale molto diverso da quello attuale, probabilmente qualche aggiornamento è più che ragionevole. Ma poiché la costituzione regola i principi fondamentali del nostro Paese, qualsiasi intervento su di essa va pensato e ponderato con grande attenzione: il senso stesso del referendum è esattamente chiedere al popolo, ai cittadini (a noi uno per uno!) che cosa ne pensano della riforma in esame. Questo vuol dire che ogni cittadino è tenuto a informarsi, a farsi una idea propria sulla questione utilizzando gli strumenti che ritiene più utili e infine, il 4 dicembre, a esprimere un suo giudizio al riguardo: posto che di riforme perfette non ne esisteranno mai, se il cambiamento sarà giudicato positivamente rispetto alla situazione attuale allora si voterà SÌ; se il cambiamento sarà giudicato peggiorativo rispetto allo status quo allora il voto sarà NO.
Entriamo ora dunque nel merito della riforma. L’Italia si presenta oggi con due Camere, Camera e Senato, con eguali poteri: si tratta del così detto bicameralismo perfetto e comporta tra le altre cose che una legge per venire approvata deve passare più volte da una Camera all’altra finché queste non si accorderanno su un testo identico. Se a questo si aggiunge che la tradizione proporzionale italiana fa sì che in ognuna delle Camere troviamo una miriade di micropartiti, quasi tutti in grado di influire in modo determinante sull’iter della legge in fase di approvazione (commentando, proponendo modifiche…), si capisce bene perché i tempi parlamentari sono così lunghi e i processi complicati.
Lo stesso governo risente di questa frammentazione poiché, non essendoci un solo partito con una maggioranza sufficiente da garantirgli di governare, deve necessariamente appoggiarsi per avere la fiducia su una più o meno vasta coalizione di piccolissimi partiti, spesso anche piuttosto diversi tra loro, che gli impediscono di agire in modo dinamico e univoco, pena la sfiducia.

Il governo Renzi si è impegnato (finalmente!) a sbloccare proprio questa situazione: la nuova legge elettorale, l’Italicum, risolve in parte il problema della proliferazione di micro partiti in Parlamento, creando grazie al premio di maggioranza del 54% vaste e più solide maggioranze alla Camera in sostegno al governo; l’attuale riforma costituzionale in esame (quella su cui ci sarà il referendum) vuole invece tra le altre cose risolvere il problema del bicameralismo perfetto. Come? Semplice: il Senato non sarà più eletto dai cittadini, il numero dei senatori sarà tagliato fino a 100 membri scelti tra sindaci e consiglieri regionali (nell’idea di farne un organo rappresentativo degli interessi territoriali) e avrà soltanto il potere di proporre (ma non di imporre…) alla Camera modifiche ai testi di legge.

Detta così sembra convincente, e invece mi sorge spontanea una domanda: chi controlla la maggioranza e il governo? Ora mi spiego: la combinazione delle due riforme descritte sopra va a creare un sistema in cui ci sarà una grande maggioranza alla Camera (maggioranza creata dal premio di maggioranza, non dalle reali percentuali con cui si sono espressi i votanti alle elezioni!) che sosterrà il governo nel suo operare. Questo asse Camera-governo crea sicuramente compattezza e governabilità ma non ha alcun bilanciamento in grado di vigilare sulla bontà delle decisioni. Senza naturalmente arrivare a ipotizzare le derive autoritarie che questa situazione potrebbe permettere, se semplicemente si creano leggi diciamo per semplificare “sbagliate”, chi potrebbe fermarle una volta che il Senato ha solo potere consultivo, il Presidente della Repubblica non ha potere di veto e i giudici della Corte Costituzionale sono eletti sempre dalla Camera dei Deputati? Per chiarezza, non è un male in assoluto che ci sia una vasta maggioranza di governo, ma questa deve necessariamente essere accompagnata da un adeguato contraltare, quale che sia.

Sempre a proposito del Senato, mi trovo perfettamente d’accordo sul volerlo sfoltire e trasformare in un organo di rappresentanza degli interessi dei territori come d’altro canto accade in moltissimi altri Paesi del mondo, ma dubito che così come si pensa di trasformarlo possa effettivamente essere utile allo scopo. Proprio perché rappresentante del territorio, penso che esso debba essere eletto direttamente dai cittadini che sul territorio ci abitano e non composto da un pugno di consiglieri regionali non sempre con le adeguate competenze politiche…

Per quanto riguarda infine il Titolo V, che regola i rapporti tra Stato, regioni e province, il problema è invece più semplice: le riforme degli anni passati hanno creato una sorta di federalismo a metà per cui per esempio le regioni possono spendere sempre più soldi ma, stante che non hanno il potere di imporre autonomamente tasse sul loro territorio, i buchi creati nei loro bilanci vengono coperti dall’intervento dello Stato, che per farlo è costretto a tassare più pesantemente l’intera nazione. C’è stato quindi un aumento massiccio dei costi e di conseguenza della pressione fiscale, che ha fatto sì che i cittadini invece di attribuire la colpa ai cattivi amministratori riversassero la loro rabbia sul governo. Un altro problema è dato dal fatto che a volte la suddivisione delle competenze tra Stato e regioni non è sempre chiara: ci sono materie di competenza esclusiva dell’uno o delle altre ma anche materie concorrenti sulle quali entrambi hanno diritto di parola.

Insomma, che sia necessaria una modifica anche in questo campo è opinione unanime ma le soluzioni sono due: completare il federalismo dando i poteri e le autonomie mancanti alle regioni o fare un passo indietro e riassettare il tutto a favore dello Stato centrale. La riforma in effetti modifica questa situazione a favore dello Stato ma, nonostante questo, mi sembra però che lo faccia in modo non sufficientemente incisivo e che lasci comunque un buon grado di confusione: se è vero che vengono eliminate le province e le materie concorrenti, è anche vero che resta non chiara suddivisione tra direttive generali (statali) e norme gestionali specifiche (regionali), per non parlare della possibilità di volta in volta di concedere autonomie speciali a regioni considerate virtuose con il rischio di aggravare il divario tra queste e quelle che non lo sono. Insomma, si è optato per un’altra via di mezzo di poco migliore della prima.

In conclusione, soppesando i pro e i contro di questa riforma, io penso che questi ultimi prevalgano decisamente e da qui il mio NO, dovuto alla sensazione che si stia esagerando, che per garantire un po’ di stabilità in più si passi a un sistema senza più limite alcuno al potere della maggioranza.

La priorità fondamentale per un cittadino è tutelare il proprio potere di decidere e influire attraverso il diritto di voto, potere che con un sistema come quello che si andrebbe a creare sarebbe sovra stimato per coloro che fanno parte della maggioranza e al contrario sarebbe pressoché annullato per tutti gli altri (pur rappresentando potenzialmente addirittura la metà del Paese!). Non bisogna dimenticare che il governo, qualsiasi governo, è temporaneo, ma la Costituzione non si cambia facilmente: quando si pensa a quest’ultima non si può votare pensando al breve periodo ma bisogna necessariamente essere lungimiranti.

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