Il sogno di Xi: L’unificazione tra Cina e Taiwan in cinque punti

Per Xi Jinping, presidente della Repubblica Popolare Cinese e segretario del Partito Comunista, la riunificazione della Cina con l’isola di Formosa/Taiwan è un processo inevitabile. Lo ha detto nel suo discorso di inizio anno, rimarcando l’aspetto dell’unificazione secondo la formula “un Paese, due sistemi” come uno degli obiettivi più importanti per il Dragone.

Quella di Taiwan è una situazione particolarmente complessa, che merita di essere chiarita per punti chiave.

Che cos’è Taiwan?

La Repubblica di Cina, o Taipei cinese, è un cosiddetto Stato de facto (cioè senza riconoscimento giuridico internazionale) costituito dai dissidenti cinesi che nel 1949 persero la guerra civile contro i comunisti guidati da Mao Zedong, e si rifugiarono nell’isola di Formosa. Non riconosce la Repubblica Popolare Cinese (cioè la Cina comunista) e reclama la sua sovranità sulla Cina continentale. Non ha mai proclamato l’indipendenza. Ha relazioni formali con pochissimi Sati, tra cui la Santa Sede. Non la riconoscono invece gli Stati Uniti, il Canada e i Paesi dell’Ue.

Perché la Cina vuole Taiwan?

Per due motivi. Il primo è di natura geo-strategica: Taiwan si trova in un’area marittima di importanza vitale per la navigazione nell’Oceano Pacifico. Grazie alla sua posizione e alla rete di alleanze, permette agli Stati Uniti e al Giappone di mantenere una situazione di equilibrio nel Pacifico occidentale, e di avere un avamposto difensivo. La seconda ragione è di natura politica: promettendo l’unificazione, Xi Jinping infiamma il nazionalismo cinese e svia l’opinione pubblica domestica da un andamento negativo dell’economia e dalla battaglia che sta conducendo contro la corruzione interna al partito.

Cosa significa “un Paese, due sistemi”?

Con questa formula, Xi promette di gestire l’unificazione in maniera pacifica. La nuova dottrina del presidente smentisce il principio “una Cina” in vigore dal 1992. In pratica, la Cina tratterebbe Taiwan come una regione amministrativa speciale, al pari di Hong Kong e Macao, che godono di ampia autonomia. Tuttavia, dal 2018 Xi ha anche lanciato il progetto dell’Area della Grande Baia, volto a integrare maggiormente le due regioni speciali nell’economia continentale. Di fatto, sta nascendo l’inedita formula “un Paese, due sistemi misti”, in cui la pianificazione economica dipende dal governo centrale socialista. La promessa di una forte autonomia sarebbe un’esca per attrarre Taiwan e poi sottometterlo.

Il ponte che collega Macao e Hong Kong, inaugurato nel 2018, è il simbolo dell’integrazione tra le due regioni amministrative speciali

Una guerra è possibile?

Il conflitto è attualmente molto difficile, ma non improbabile. Innanzi tutto, Taiwan non vuole essere annesso: meno del 16% degli abitanti è favorevole alla riunificazione, e stanno crescendo alcuni partiti politici nazionalisti che chiedono l’indipendenza. Xi Jinping ha affermato che la Repubblica popolare potrebbe usare la forza per annettere l’isola. Altre variabili da considerare sono il peggioramento delle relazioni tra Stati Uniti e Cina, che hanno in Taiwan uno dei teatri fondamentali, e il nazionalismo cinese, che potrebbe esasperarsi fino a chiedere a Xi una soluzione rapida.

Qual è il ruolo degli Stati Uniti?

Se la Cina vuole attaccare Taiwan, deve considerare la possibilità concreta di una guerra su media scala con gli Usa. Con una serie di provvedimenti, a partire dal 2017 Donald Trump ha avvicinato gli Stati Uniti alla Repubblica di Cina, permettendo visite reciproche delle navi da guerra nei rispettivi porti e incoraggiando i viaggi diplomatici. Tuttavia, per ora queste leggi non sono state ancora applicate. Se ciò accadesse, e se la guerra commerciale tra Usa e Cina si inasprisse, potremmo attendere una reazione violenta da parte di Pechino, che per ora continua a preferire l’unificazione pacifica.

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