Il Sudafrica al voto

Oggi si tengono le elezioni nazionali in Sudafrica. Il parlamento sudafricano verrà rinnovato per la sesta volta dal 1994, quando si tennero le prime elezioni democratiche e inclusive di tutte le minoranze etniche del Paese. L’African National Congress, il partito che ha dato il maggior contributo alla fine dell’apartheid e che ha governato ininterrottamente per 25 anni, risulterà quasi certamente il primo partito, ma con poche probabilità di ripetere le maggioranze schiaccianti che l’hanno portato alla vittoria nelle cinque elezioni precedenti. Tra la relativa incertezza sull’esito del voto e le questioni in ballo, queste elezioni risultano le più incisive dal ritorno della democrazia.

25 anni dopo

Il 27 aprile 1994 si conclude ufficialmente il periodo dell’apartheid, il regime di segregazione razziale durato per quasi cinquant’anni. Per la prima volta il diritto di voto, prima riservato solo alla minoranza bianca, fu esteso anche alla maggioranza nera e alle altre etnie e portò all’elezione di Nelson Mandela, allora leader dell’ANC, come presidente del Sudafrica. Mandela fu un uomo simbolo della tattica della non-violenza, avendo lottato in modo pacifico contro il regime dell’apartheid, per cui trascorse 27 anni in carcere. Padre della rinascita democratica del Paese, uno dei suoi meriti fu quello di instaurare un dialogo costruttivo con l’ala trattatista del National Party, il partito segregazionista al potere fino al 1994, il cui rappresentante Frederik de Klerk ricoprì il ruolo di vicepresidente nel primo parlamento democraticamente eletto.

Si può affermare che il compromesso sia stato l’elemento di base di questa transizione. Nel 1996, infatti, venne costituita la Commissione per la Verità e la Riconciliazione per valutare i crimini dell’apartheid, a cui ebbero accesso sia i responsabili che le vittime delle discriminazioni. La scelta di un impianto di questo tipo e la decisione di far presiedere la commissione a una figura influente come l’arcivescovo anglicano Desmond Tutu rappresentarono la volontà di costruire un futuro in comune, evitando sia la “giustizia dei vincitori” che l’oblio.

Il 1994 doveva rappresentare la fine della parte più buia della storia del Sudafrica e l’inizio di una nuova fase, in cui le disuguaglianze si sarebbero progressivamente ridotte. Venticinque anni dopo, però, le differenze e le distanze permangono su molti livelli.

I problemi dell’ANC

Negli ultimi 25 anni, il Sudafrica ha visto succedersi governi monocolore di maggioranza dell’ANC. Se all’inizio questo partito poteva essere visto come la tanto attesa occasione per la maggioranza nera per far sentire la propria voce, nel corso del tempo si è indubbiamente allontanato dalle sue posizioni iniziali. Essendo sempre stato (almeno finora) un partito obiettivamente invulnerabile dal punto di vista elettorale, i governi che si sono succeduti sono stati progressivamente più irresponsabili. I numerosi casi di corruzione hanno messo in dubbio la fedeltà del partito ai suoi obiettivi iniziali di graduale integrazione di tutte le componenti sociali, e gli elettori delusi hanno visto i loro leader fare di tutto pur di preservare il loro status. Gli episodi di corruzione hanno macchiato anche i ranghi più alti del partito, portando a conseguenti divisioni interne:

  • Nel 2008, il presidente Thabo Mbeki, in carica dal 1999, rassegnò le proprie dimissioni pochi mesi prima della scadenza del suo mandato, dopo essere stato messo in minoranza all’interno del partito e poi sfiduciato;
  • Jacob Zuma venne dismesso dal suo incarico di vicepresidente nel 2005 da Mbeki in seguito a accuse di corruzione; venne eletto alla presidenza nel 2009 e riconfermato nel 2014, ma a causa del sovrapporsi di altre accuse di corruzione e frode venne costretto alle dimissioni nel 2018, sostituito dal vicepresidente Ramaphosa.

I punti chiave delle prossime elezioni

I partiti che si presentano ufficialmente a queste elezioni sono circa 50, ma sono tre quelli principali:

  • Il già menzionato African National Congress, partito di sinistra punto di riferimento della maggioranza nera, al potere dal 1994 e guidato dal presidente in carica Cyril Ramaphosa
  • La Democratic Alliance, partito di centro erede dei movimenti liberali bianchi anti-apartheid, affermatosi nel 2014 come principale partito di opposizione, con a capo Mmusi Maimane (primo uomo di colore a ricoprire il ruolo di leader dell’opposizione)
  • Il partito degli Economic Freedom Fighters, collocato a sinistra dell’ANC e guidato da Julius Malema.

L’ANC, che fino a qualche tempo fa poteva contare su un solido 60% di voti, negli ultimi anni ha visto diminuire i suoi consensi per non essere stato in grado di raggiungere quell’uguaglianza sociale di cui aveva fatto una priorità fin dall’inizio. In particolare, è molto sentita la questione della proprietà terriera: in quanto eredità del regime dell’apartheid, la minoranza bianca in Sudafrica tuttora detiene molti più terreni rispetto alla maggioranza nera. Per gli EFF l’eliminazione di questo tipo di disparità è sempre stato cruciale, al punto da arrivare a proporre una redistribuzione forzata della proprietà come metodo più efficace e più rapido; la DA, nonostante non sia così radicale, è d’accordo sull’importanza del problema e ha promesso di inserire una riforma della proprietà terriera nel bilancio.

A questo si aggiunge il calo di fiducia nella classe politica in seguito agli episodi di corruzione, le incertezze nei confronti dello stato traballante dell’economia e l’elevato tasso di disoccupazione, soprattutto giovanile. Adora, più di 26 milioni di persone si sono registrate per votare, ma i sondaggi riportano che circa 6 milioni di giovani ancora non l’hanno fatto. A una generazione di distanza dalla fine dell’apartheid, oggi hanno l’opportunità di votare moltissimi giovani “nati liberi”, ovvero dopo l’eliminazione del regime segregazionista. Staremo a vedere se potrà fare la differenza.

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