L’impiccato #1: Dalla Russia col doblone

“Impiccato”: 

1. agg. Soggetto ad impiccagione. 

2. agg. fig. Stretto alla gola. 

3. s. Gioco di carta e matita dove uno dei giocatori sceglie segretamente una parola e gli altri devono indovinarla.

 

È stato necessario che il mondo intero ne venisse a conoscenza affinché gli italiani, per lo meno quelli che mancarono l’acquisto dell’Espresso domenica 24 febbraio 2019, ne fossero informati: la Lega ha trattato con Mosca un finanziamento da 65 milioni di euro. E Matteo Salvini, dopo mesi di chiassoso silenzio, a seguito delle rivelazioni di Buzzfeed, è finalmente stato costretto ad esprimersi in merito alla vicenda. 

O quasi. Perché la domanda, posta dal direttore Marco Damilano ben quasi cinque mesi fa, e tutt’oggi ripetuta ben poco, non ha ancora avuto una risposta: durante il «viaggio a Mosca del Ministro Salvini il 17 ottobre [2018, ndr], cosa è successo in quelle dodici ore di buco della visita?». 

Le uniche certezze finora, da una parte, risalgono al giorno successivo, il 18 ottobre, quando Gianluca Savoini, Gianluca Meranda e Francesco Vannucci parteciparono alla trattativa con alcuni emissari russi all’hotel Metropol di Mosca. Con «le elezioni […] dietro l’angolo». Dall’altra, alla strettissima attualità. Perché il Ministro Salvini ha mentito. Almeno tre volte. 

La prima volta quando ha affermato che Gianluca Savoini è un «uomo qualunque». In quanto fu proprio il Presidente dell’Associazione Lombardia-Russia a “portare” alla Duma Salvini.

La seconda quando il leader leghista ha affermato di non sapere cosa Savoini ci facesse a Mosca e di non averlo invitato. Visto che quest’ultimo da anni fa da cerniera tra Salvini e la stampa durante le visite del vice-premier in Russia.

La terza quando ha dichiarato che «Savoini ha questa associazione di interscambio Lombardia-Russia, non è una persona della Lega [e] non ha nessun ruolo ufficiale nella Lega». Tale associazione non condividerà forse nulla con il partito del Ministro, ufficialmente, ma ufficiosamente hanno una cosa in comune: gli uffici della storica sede della Lega in via Bellerio a Milano.

Se Gianluca Savoini ha il diritto di non rispondere alle domande riguardanti il caso, all’opinione pubblica e ai pm che lo indagano per corruzione internazionale, Matteo Salvini no. Perché per il vice-premier sarà pure «una perdita di tempo» riferire in Parlamento, ma per la democrazia, che Norberto Bobbio definiva «il governo del potere pubblico in pubblico», no. Fa bene, anche se più in veste di avvocato che di Ministro della Pubblica Amministrazione, Giulia Bongiorno a chiamarlo «trappola», il Russiagate italiano. Perché ciò altro non è che un buco nero in cui non Salvini, non Savoini, non la Lega, ma l’intero Paese rischia di sprofondare: «la Repubblica del ricatto». Dove la res publica è privatizzata e svenduta, la trasparenza intrasparente e per pochi.

Se Matteo Salvini, come dice, vuole lavorare, chiarisca prima per chi lo sta facendo, o intende farlo: per sé e per il tornaconto del proprio partito, oppure per l’Italia? Altrimenti, se vuol continuare a tacere, o cambi la forma repubblicana, oppure cambi mestiere. Sempre ne abbia mai fatto un altro.

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