In Austria vince l’Europa: eletto l’europeista Van der Bellen

È stata una campagna elettorale lunga ed estenuante per i cittadini austriaci chiamati ad eleggere il futuro presidente in un contesto molto delicato per l’intera Europa. Il primo turno di queste elezioni presidenziali si è svolto il 24 aprile 2016 e ha visto emergere l’euroscettico Hofer con un 35,1%, seguito dal candidato indipendente dei Verdi Alexander Van del Bellen, che si è affermato con un 21,3% tagliando fuori i candidati dei partiti tradizionali di centro – Partito Popolare e Partito Socialdemocratico – e rendendo necessario il ballottaggio. Tuttavia, il risultato del secondo turno che dava vincente Van der Bellen per un risicato 0.6% è stato annullato dalla Corte Costituzionale austriaca il 1° di Luglio, in accoglimento del ricorso presentato dalla FPÖ. A causa di molteplici irregolarità verificatesi in occasione dello scrutinio dei voti per corrispondenza – le buste con le schede postali erano state compromesse prima dello spoglio – la Corte ha deciso di far ripetere le elezioni in tutta l’Austria il 4 dicembre. Questa volta non ci sono stati dubbi sull’esito: l’europeista Alexander Van der Bellen (53,3%) ha staccato di ben 7 punti percentuali il campione dell’ultra destra Norbert Hofer (46,7%).

Alexander Van der Bellen, 72 anni, professore emerito di economia  presso l’università di Innsbruck, ha dimostrato che l’Austria sta con l’Europa. Dopo la Brexit e la vittoria di Trump in America, si parlava già di “Auxit” – l’uscita dell’Austria dall’Unione Europea – nel caso avesse prevalso Hofer. Al contrario, il neo-presidente è un progressista di sinistra e convinto sostenitore dell’Unione Europea, simbolo di una sconfitta pesante per la destra radicale e populista di tutto il continente. Il professore si è espresso  più volte sull’importanza dell’integrazione e sul dovere sociale dell’accoglienza ai rifugiati, respingendo con fermezza la retorica anti immigrati cavalcata dal suo avversario. Del resto, lui stesso si è definito più volte un “figlio di profughi”, in riferimento al fatto che proviene da una famiglia di stranieri fuggita dalla Rivoluzione bolscevica, che ha trovato rifugio e accoglienza nella piccola Austria. Ha ribadito, subito dopo la vittoria, che questo è stato “un voto pro-europeo” per “la libertà, l’uguaglianza e la solidarietà”.

Norbert Hofer, 45 anni, ex ingegnere areonautico, non poteva essere più diverso dal suo rivale. Il candidato più giovane a concorrere per le presidenziali austriache ha iniziato la sua carriera politica nel 1994 come consigliere del Freedom Party of Austria (FPÖ) fino ad essere nominato nel 2013 3° presidente del National Council, la camera bassa del parlamento. Si è distinto dai precedenti leader dell’estrema destra per i toni pacati e il mantenimento della calma che contraddistinguono i suoi discorsi; in netta controtendenza allo stereotipo del leader populista. È stato definito dagli esperti un estremista “travestito da pecora” per la sua capacità esprimersi contro l’immigrazione, l’Islam e l’Unione Europea, i temi più duri del suo partito, con temperanza e modi educati. D’altra parte però, questo contegno è venuto meno quando ha deciso di presentarsi alla Camera, congiuntamente ai membri del suo partito, con un fiordaliso azzurro all’occhiello: simbolo usato dai nazisti clandestini in Austria quando tra il 1933 e 1938 il partito era vietato.

Come Trump, che ha fatto della “rust belt” del Mid West – la zona dei vecchi stati industrializzati ora in declino – la sua roccaforte di consensi, anche Hofer ha attratto la maggior parte dei suoi voti dall’equivalente austriaco. La regione di Obersteiermark, a sud della capitale, è l’epicentro della protesta della ‘working class’ stanca delle istituzioni, che ha fatto sentire la propria frustrazione appoggiando il nazionalismo conservatore del FPÖ. Hofer, considerato il “volto amabile” di un partito di estrema destra, ha fatto leva proprio sull’insicurezza economica e il risentimento verso la classe politica tradizionale, oltre a promettere rigidi provvedimenti contro l’immigrazione e a fomentare diffidenza verso l’islam.

Alexander Van der Bellen, per contro, è stato consacrato da Vienna e dalle grandi città, dove ha raccolto voti soprattutto tra le donne e i più giovani. L’elezione di Trump e il successo della Brexit hanno scatenato inaspettatamente una reazione contraria al populismo e alla chiusura che stanno imperversando in molte  zone d’Europa. Diversamente dall’Inghilterra, infatti, dove le classi più giovani e istruite – schierate in maggioranza per il “Remain” – sono state surclassate da un elettorato più vecchio a favore dell’uscita dall’Unione Europea, in Austria ha prevalso la lungimiranza dei giovani, più fiduciosi e ottimisti sul futuro dell’Europa e dei suoi valori.

L’ “Effetto Trump” – così lo hanno definito i media –  sta alimentando la visibilità di movimenti reazionari in tutta Europa, forti del vecchio mantra populista che ancora riesce a colmare paure e insicurezze. Se si osserva quanto si sono ingranditi i seguiti di leader come Marine Le Pen, Geert Wilders e lo stesso Hofer, e quanto questi si stanno verosimilmente avvicinando alla guida dei rispettivi governi con partiti anti sistema e radicalmente euroscettici, capiamo che, probabilmente, lo spostamento di opinione non è dovuto a una congenita predisposizione degli europei al fascino della demagogia.  Esplicativo in tal senso è stato in una sua recente intervista l’Alto Commissario Onu per i Rifugiati, Filippo Grandi, quando ha detto che “il grande fallimento delle istituzioni è quello di non aver capito abbastanza presto che gran parte delle angosce dell’opinione pubblica, di fronte alla globalizzazione e alle sue conseguenze, sono reali e non si possono ignorare”. Servono dunque precisione di analisi e risposte chiare e comprensibili, da parte del governo austriaco così come dall’Unione Europea, per costituire una valida alternativa a questi movimenti e rassicurare i cittadini sulle tre principali aree di ansietà: la minaccia al posto di lavoro, alla sicurezza e alla identità.

Non bisogna dimenticare che quello austriaco è stato un voto contro la classe politica che fino ad oggi si è tradizionalmente alternata al potere. Entrambi i candidati, infatti, provengono da partiti solitamente ai margini della scena politica e che non hanno mai avuto reali possibilità di governare il paese. Elezioni di governo anticipate non sono da scongiurare neanche dopo la vittoria di Van der Bellen, data l’instabilità della coalizione dei partiti di centro – SPÖ e ÖVP – che oggi costituisce la maggioranza. I cittadini austriaci, con il loro voto, hanno dato una possibilità a chi li rappresenta di provare a fare meglio, ma se non ci sarà un risposta convincente ai problemi del paese, a sfidare nelle prossime elezioni quella maggioranza indebolita ci sarà proprio la FPÖ, attualmente  in cima ai sondaggi.

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