INTERVISTA: Il referendum in Turchia // INTERVIEW: Turkey’s referendum

[English version below]

Colpita dagli eventi del referendum in Turchia, ho deciso di voler approfondire la questione, facendo due chiacchiere con degli amici turchi che ho avuto la fortuna di conoscere durante il mio Erasmus. Ho voluto condividere queste chiacchiere con voi, lettori di Atlas, sperando di presentare un punto di vista originale sulla questione turca.

Le protagoniste della mia intervista sono due ragazze: la prima, A. , presenterà la sua visione di cittadina turca al 100%,  la seconda, B. , è franco-turca, o meglio, di origine curda. Abbiamo deciso insieme di non rivelare i loro nomi per questioni di privacy. Ne approfitto per ringraziarle dei pomeriggi spesi insieme a lavorare, chiacchierare e bere caffè.

Ti aspettavi questo risultato, prima del referendum?

A. mi risponde accennando un sorriso: “Dipende da cosa intendi per ‘aspettarmi questo risultato’. Ovviamente, credo che se fossimo stati sicuri dell’assenza di corruzione, il risultato sarebbe stato differente. I dati e le analisi a livello internazionale e nazionale mostrano che una manipolazione è avvenuta. La cosa triste è che siamo così abituati alla corruzione che non ci facciamo più tanto caso. Quindi una parte di me già sapeva che le cose sarebbero potute andare in questo modo.”

B. aggiunge qualcosa di molto importante: “Io sono franco-turca: non ho avuto, quindi, la possibilità di percepire le sensazioni e l’aria che si respirava in Turchia prima del referendum. I miei genitori (che sono rifugiati Curdi, ndr.) erano sicuri che non si sarebbe mai arrivati al presidenzialismo, ma io avevo molti dubbi a proposito. In qualunque caso, il risultato è anche più controverso, visto lo scarto molto piccolo tra il sì e il no.”

Pensi che ci sia stata una manipolazione? Solo alle urne o anche in precedenza?

La risposta di A. è dritta al punto: “La manipolazione è avvenuta specialmente prima delle elezioni. Facciamo l’esempio della copertura mediatica: la campagna di Erdogan ha ottenuto più del 90% dello spazio totale. Come sarebbe stato possibile per gli altri partiti comunicare il proprio messaggio se non avevano neanche la possibilità di mostrare le loro idee e i loro volti? Penso che la situazione sia molto peggiorata dal tentato golpe: la conseguenza più importante è che ora non è considerata pericolosa loro l’opposizione radicale, ma qualsiasi persona che abbia idee leggermente diverse da quelle del partito di governo. Tanti militari, politici, giornalisti, sono ora in prigione, e anche alcuni dei miei professori. Tutto questo mi fa dubitare della veridicità del golpe, troppe domande rimangono ancora aperte: per esempio, perché scegliere Istanbul e non Ankara? Perché l’aereo di Erdogan non è stato colpito dalla contraerea nelle mani dei golpisti?”

Tornando alla nostra domanda, B. sottolinea cosa la campagna referendaria diretta ai Turchi emigrati all’estero: “Penso che una sorta di manipolazione sia avvenuta, per questo che ho sempre pensato che il sì avrebbe potuto vincere. Erdogan ha fatto un grandissimo sforzo nella campagna referendaria: media, pubblicità, telefonate, messaggi. Quello che stupisce è che la sua campagna è stata anche più martellante all’ estero, ma forse quello che è ancora più sorprendente è la risposta degli emigrati turchi, che hanno risposto, per la maggior parte, positivamente al presidenzialismo.

Come è possibile che se è così risaputo che una manipolazione dell’elettorato sia avvenuta, non ci sia stata nessuna protesta?

A. mi interrompe immediatamente: “Ti devo correggere qui. C’è stata una mobilitazione dopo il referendum, anche se solo a livello delle singole municipalità. In molti sono scesi per strada, giovani, anziani, musulmani, cristiani, curdi. Non possiamo assolutamente pensare che l’opposizione sia omogenea, comprende tantissimi gruppi molto diversi tra loro. Nella mia città (Izmir, ndr.) ci sono state forti proteste. Nonostante ciò, i due partiti di opposizione, HDP (partito curdo, che protegge anche i diritti delle minoranze, LGBT etc.) e CHP (partito kemalista, ndr.) non sono riusciti a creare una manifestazione organica a livello nazionale, neanche dopo lo scandalo delle schede elettorali prive del timbro ufficiale.”

La posizione di B. mi fa immediatamente capire come le dinamiche di personalizzazione della politica (e dei referendum), che non suonano nuove per i nostri lettori italiani, avvengano in tutto il mondo: “Un fattore che considero molto importante è il modo in cui le persone hanno recepito il referendum e il quesito referendario. Era un referendum su Erdogan, più che un referendum sul presidenzialismo. Il cittadino medio ha semplicemente supportato il proprio leader forte, che nella campagna ha continuato con le sue promesse di grandezza e forza. Anche l’opposizione si è concentrato sul battere Erdogan piuttosto che opporsi al presidenzialismo. Questo ha creato una sorta di sentimento di dualismo nella nazione, un  ‘con noi o contro di noi’ (ai lettori italiani questa frase ricorderà il fascismo, e mi scuso per averla usata, ma era quella che rendeva meglio il senso, ndr.). Nessuno ha pensato agli effetti di lungo periodo di questa modifica della costituzione. Chiunque salirà al potere (non importa che sia di destra, di sinistra, razzista, autoritario etc.) avrà enormi poteri nelle sue mani. E la storia ci insegna dove la concentrazione di potere può portare. D’altro canto, penso che non si possa pretendere che persone con valori e basi differenti si debbano comportare come avremmo fatto noi europei. Non possiamo forzare nessuno a scegliere la forma di potere che ci fa sentire più a nostro agio. Quindi, forse, una parte della popolazione turca crede veramente che il proprio voto per il presidenzialismo sia un voto per la nazione e il suo benessere, contro la ‘mission civilisatrice’ occidentale. Credo che grandi colpe di questo nazionalismo siano anche da attribuire ai paesi europei e al loro agire.”

Spostandoci sull’ Unione Europea, come è vista in generale dai cittadini turchi?

Entrambe le mie ospiti concordano sul fatto che dipende molto dal vissuto del singolo cittadino.

A. : “Le persone meno istruite credono che l’UE sia solo un “club per i cristiani”, dove la corruzione morale è all’ordine del giorno. Questo è triste e divertente allo stesso momento, perché coloro che accusano l’Europa di immoralità sono gli stessi che poi supportano la poligamia e la sottomissione della donna al padre-marito in Turchia. Al giorno d’oggi la poligamia è anche più semplice di 10 anni fa, e questo è davvero preoccupante, mi rende immensamente triste. Inoltre, i sostenitori di Erdogan generalmente pensano che l’Unione Europea vada considerata positivamente fino a quando da vantaggi alla Turchia e al suo popolo, senza interferire con la sua politica interna. Ovviamente queste sono le visioni più conservatrici, e in generale la visione progressista è molto più filoeuropea, e punta a rafforzare la collaborazione con l’UE attraverso partenariati e ONG.

B. : “Molti vedono l’Europa come molto lontana dai valori e dalle idee turche, altri, specialmente i giovani più istruiti, vedono l’UE come un sogno. Personalmente, non so se il popolo turco possa considerarsi europeo: i valori europei e quelli turchi mi sembrano talvolta molto (troppo) differenti. Ma cosa vuole essere l’Europa? Un club per chi condivide le stesse idee o qualcosa di più cosmopolita? Non so darti una risposta. In ogni caso,  anche il modo in cui l’Unione sta agendo nei confronti della Turchia è controverso: supporta accordi nei settori di maggiore pressione politica interna all’ Unione (es. immigrazione), continuando con aspre critiche per il comportamento del paese in altre aree, come la protezione diritti umani o la questione curda. E’ come se i rapporti tra Unione Europea e Turchia fossero continuamente tacciati da opportunismo, in entrambi i sensi.

Ecco i punti principali dell’intervista che ho voluto condividere con voi. Non hanno la pretesa di coprire tutti gli ambiti della questione turca e del post referendum in Turchia, ma di dare una visione d’insieme da una prospettiva diversa, quella di chi vive gli eventi del referendum sulla propria pelle.


[English version]

Impelled by the result of Turkish referendum on presidential powers, I will elaborate on it, with the help of some chats with Turkish friends I have had the pleasure to get close to during my Erasmus experience. Now I want to share with you, followers of ATLAS, these small talks, with the hope that it will help you better understand the Turkish question, as it has done  for me. The two protagonists of my interview are both girls: the first one, A., is Turkish, and can present us the point of view of a 100% Turkish citizen; the other one, B., is Franco-Turkish and her origins are Kurdish. We decided to keep them anonymous, but I want to thank them again for the time spent together working, talking and drinking coffee.

Did you expect this result, before the referendum?

A. replied  with a timid smile: “It depends on what you mean by expecting. Obviously, I think that if we were sure that there was no corruption, the result would have been different. Records at international and national level show that manipulation has taken place. The sad thing is that we are used to it, we are used to corruption. Consequently, a part of me already new that things might have gone in this way.”

B. added something interesting: “I am French-Turkish, so I did not have the possibility to perceive how people reacted to the referendum in Turkish everyday life. My parents (who are Kurdish refugees in France, Ed.) were sure it could never happen, but me, I had more doubt on it. In any case, the gap between yes and no is so small, and it makes the result even more controversial.”

Do you think a manipulation took place? Only at the ballot box or even before?

A.’s answer was pretty straightforward: “I think it took place, especially before the elections. Talking simply of media coverage, Erdogan’s campaign obtained more than 90% of the total space given for election issues on the TV. How could other parties reach people if they were even not allowed to show their programs and their faces? The situation worsened after the attempted coup d’état: after that, not only was the opposition considered dangerous, but also every person that thinks in a slightly unusual way. Plenty of military officials, politicians, and journalists were jailed, and even some of my professors of my home university. It seems as if presidentialism is a direct consequence of it. And this make me doubt even more the fact that the coup could have been real. Too many questions remained open: for example, why choose Istanbul and not Ankara? Why did Erdogan manage to fly away without his plane being hit by artillery, which was in control of the rebels? And so on. ”

B. stressed the situation of Turkish emigrants: “I think that manipulation occurred, that’s why I have always though that the “yes” could win. Erdogan put an enormous effort in the campaign before the referendum: media, advertisements, phone calls, messages. The surprising fact is that he did it not only in Turkey, but also across Europe to gain emigrants votes. And surprisingly the majority of them responded positively, supporting presidentialism (for example in the Netherlands). The opposition was given far less space to present its ideas, also abroad.”

But how is it possible that, if it is well-known that manipulation occurred, there was no protest organized at general level?

A. immediately stopped me: “I must correct you here. There was mobilization after the referendum, but only at municipal level. They were full of people, of all ages and from all ethnic or religious groups. We cannot say that the opposition to Erdogan is unique or homogenous. It involves very different people. For example, in my city (Ed. Izmir), there were massive protests. Otherwise the two main opposition parties, HDP (it was the Kurdish party, but also protects LGBT and minorities rights, Ed.) and CHP (Kemalist party, Ed.), did not manage to create an organic mass protest, even after the scandal of the voting papers without the YSK seals. ”

The position of B. made me realize how the same dynamics of personalization of politics , that is nothing new for all our Italian readers, occurs all across the world: “A factor that I consider really important talking about this is the way people thought of this referendum. It was a referendum on Erdogan, more than a referendum on presidentialism. Even the oppositions concentrated on beating Erdogan at the ballot box more than opposing presidentialism itself. This created a sort of “with us or against us” feeling across the country. People simply supported their strong leader, who continued with his promises of greatness and power. Nobody thought ofthe long-term effect of modifying the constitution. Any leaderthat gains power (no matter if he is leftist, rightist, racist, or whatever) now will have enormous power in his hands. And history has taught us where this concentration of powers can lead. On the other hand, I think we cannot expect that people with different values behave the same way we Europeans do. We cannot force anyone to choose the form of power we are more used to. So maybe some Turkish people truly believe that their vote for presidentialism is a vote for the wellness of their country, and against Western ‘mission civilisatrice.’ I believe that nationalism in Turkish terms is also linked to anti-European sentiment. ”

Turning to the EU, how is the European Union perceived by Turks?

Both my guests agree on the point that it depends on the background of the person.

A.: “Less educated people think that the EU is just “a club for the Christians,”, where moral corruption occurs every day. That’s sad and funny at the same time, because these are the same people that thinks that a man should be free to marry 3 women and that a woman should not go out alone or without covering her hairs, not be educated at all and not have the basic freedoms. Now polygamy is even easier in Turkey than 20 years ago. This makes me so sad. Moreover, supporters of Erdogan generally think that the EU is good as long as it gives advantages to Turkey, but that is should not interfere with [the] Turkish internal system, both in the political and social issues. Obviously, the progressivists have a vision closest to the Western one: reinforcing the collaboration with theEU through NGOs and EU financed programs.”

B.: “Some of them see Europe as really far away from Turkish ideas and facts. Others, especially young educated people, perceive it as a dream. Personally, I don’t know if Turkish people are European. Europeans and Turkish values seem, to me, quite different. But what should Europe be? A club for same-shared values or something more cosmopolitan? I really don’t know. I also think the way the EU is behaving with Turkey is controversial. They support agreement with Turkey when we talk on immigration, but criticize the country for other areas, such as its behavior on human rights protection and on the Kurdish issue. It seems that both the EU and Turkey relate to each other only in terms of opportunism.”

These are the main points I wanted to share with you. They are not meant to cover all the issues connected with the Turkish question, but to give an overall view from insiders’ perspectives.

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