Ipse Dixit: Decaffeinato

Cappuccetto rotto

«Ha ragione chi pensa, dice o scrive che la giovane cooperante milanese rapita in Kenya da una banda di somali avrebbe potuto soddisfare le sue smanie d’altruismo in qualche mensa nostrana della Caritas, invece di andare a rischiare la pelle in un villaggio sperduto nel cuore della foresta».

Ipse dixit.

 

«La sua scelta avventata rischia di costare ai contribuenti italiani un corposo riscatto».

E dire che una volta per sistemare i buonisti bastavano trenta denari…

 

«Ci sono però una cosa che non riesco ad accettare e un’altra che non riesco a comprendere».

Facciamo anche due.

 

«Se tuo figlio è in pericolo di vita, il primo pensiero è di riportarlo a casa, ci sarà tempo dopo per fargli la ramanzina».

D’altronde, chi non rimproverebbe quel coglione del proprio figlio per essersi fatto rapire?

 

«E non riesco a comprendere che tanta gente possa essersi così indurita da avere dimenticato i propri vent’anni».

O la logica aristotelica.

 

«L’energia pura, ingenua e un po’ folle che a quell’età ti spinge ad abbracciare il mondo intero, a volerlo conoscere e, soprattutto, a illuderti ancora di poterlo cambiare».

Eppure dopo i trent’anni anche Hitler divenne vegano.

 

«Le delusioni arrivano poi, quando si diventa adulti e si comincia a sbagliare da professionisti».

Ma anche da pubblicisti.

 

«Silvia Romano non ruba, non picchia, non spaccia».

Altrimenti si meriterebbe questo ed altro, ‘sta stronza!

 

Silvia «non appartiene alla tribù […] degli sdraiati».

A differenza di molti giornalisti.

 

«La sua unica colpa è di essere entusiasta e sognatrice».

Beh, del fatto di essere un essere umano, ne vogliamo parlare?!

 

«A suo modo, voleva aiutarli a casa loro».

Come Massimo, da casa propria, a suo modo voleva aiutare Silvia. Ingrati!

 

«Chi in queste ore sul web la chiama “frustrata”, “oca giuliva” e “disturbata mentale” non sta insultando lei, ma il fantasma della propria giovinezza».

Eppure “frustrata”, “oca giuliva” e “disturbata mentale” sembrava lo dicessero proprio a lei.

 

Repetita iuvant

«Nella tazzina di ieri difendevo Silvia».

Colpendola ripetutamente alla tempia con un salvagente.

 

«Per tutto il giorno mi è toccato rispondere alle mail di lettori che criticavano il mio eccesso di empatia nei confronti della ragazza e degli ideali di gioventù».

Torture che nemmeno un rapimento in Kenya…

 

«Mai avrei immaginato che nel frattempo, dentro al mondo dei social, si stesse alzando una marea di segno opposto».

È che, non solo a Sandokan, a molti è venuta la diarrea.

 

«Era successo questo: qualche furbacchione aveva preso l’incipit della rubrica – dove riconoscevo la logica di alcune argomentazioni contro la cooperante per arrivare nelle righe successive a rovesciarle – e me lo aveva attribuito».

A voi un esempio:

 

«A quel punto è partito lo “shit storm”.

L’altrui.

 

«Centinaia di gabbiani da tastiera hanno trovato il tempo per insultarmi e minacciarmi, ma non per leggere il Caffè fino in fondo: e sì che è piuttosto breve».

D’altro, si sa, i gabbiani sono attratti dall’immondizia.

 

«In tanti anni di corsivi quotidiani ho scritto la mia quota parte di sciocchezze, ma non ho mai replicato a un attacco ingiusto».

Solo a quelli giusti.

 

«Se stavolta lo faccio [replicare, ndr], è solo per segnalare un pericolo che ci riguarda tutti».

Tutti quelli che insultano una volontaria rapita.

 

«I social hanno instaurato la dittatura dell’impulso».

Le sigarette l’hanno solo rafforzato.

 

«Si tratta di una minoranza esigua, ma non trascurabile, perché determinata a usare uno strumento alla moda per condizionare, storpiandola, la realtà».

Buongiornissimo! Caffè!

 

«Persone che, in nome del Bene, arrivano ad augurarti di morire».

Morire no, solo di andare affanculo.

 

«E hanno talmente fretta di fartelo sapere da non accorgersi nemmeno che su Silvia tu la pensi come loro».

O forse, semplicemente, no.

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