La banalizzazione della politica

Quando all’età di venti anni mi sono immatricolato ad un corso di laurea della Facoltà di Scienze Politiche, ero convinto che la politica fosse una cosa seria e quella del politico una figura estremamente complessa: nel mio immaginario essa doveva essere competente, dotata di lungimiranza, capacità di analisi e presa in carico dei problemi, ed in grado di compiere scelte razionali per migliorare le condizioni di vita di un Paese, intendendo per questo non un soggetto astratto bensì la totalità della popolazione che all’interno dei suoi confini conduce la propria esistenza. Oggi, invece, di anni ne ho ventiquattro e la mia idea della politica è cambiata radicalmente: stento quasi a credere che sia ancora una cosa seria.
Il dibattito politico dei nostri giorni ha raggiunto livelli di bassezza avvilenti, non solo in Italia, anche se di questo fenomeno noi ne siamo probabilmente i portavoce. E’ inoltre doveroso precisare che in un tale processo di decadimento rientrano in eguale misura sia le forze di governo che quelle dell’opposizione. Insomma, il nostro intero scenario politico è affetto dalla gravissima malattia dell’inadeguatezza.

Basta accendere la televisione, leggere un articolo o sfogliare la home di qualsiasi social network per rendersi conto di come la politica si sia ridotta ad una mera questione di hashtag, dirette Facebook, twitt e followers. La politica è ormai comunicazione politica, dove le logiche del marketing un tempo utilizzate dalle aziende per la vendita di beni e servizi vengono ora utilizzate nel “mercato politico”, con i partiti-imprese che vendono promesse elettorali per lo più irrealizzabili ai consumatori, cioè la popolazione, con la finalità di ottenere il maggiore profitto che è, in questo particolare mercato, il consenso elettorale. Di conseguenza anche in politica trovano sempre più spazio le attività di raccolta dati, profilazione degli elettori, contenuti personalizzati, indagini statistiche e claim.
Per carità, la propaganda ha sempre svolto un ruolo fondamentale, anche in passato, però oggi la comunicazione politica ha prevaricato sulla politica stessa. I mass media non sono più il vettore con cui i partiti comunicano i propri programmi ed attività ai cittadini, ma sono diventati il terreno di confronto tra le parti e “centri operativi” di formulazione di programmi elettorali sulla base degli umori della popolazione.
Il caso Cambridge Analytica ha per la prima volta acceso i riflettori sul problema: la compagnia britannica di consulenza e marketing online è stata infatti accusata di aver prelevato, senza autorizzazione, una quantità enorme di dati personali da Facebook in modo da delineare, tramite l’uso di appositi algoritmi, il profilo psicometrico di ogni utente, consentendo poi di agire su di esso con una serie di contenuti personalizzati e influenzare così le sue scelte politiche ed elettorali. Si sa per certo che questa azienda abbia svolto un ruolo fondamentale sia nelle ultime elezioni presidenziali americane che nel referendum per la Brexit, ed è la prova tangibile di come la nostra privacy e libertà di ricerca e scoperta sul web siano fortemente minacciate da questa forma di cyber-politica.

La politica è ormai marketing e lo dimostra il fatto stesso che il precursore di questo nuovo modo di intenderla in Italia è stato Silvio Berlusconi quando, nel 1994, si è candidato per la prima volta ottenendo il 42% dei voti. Forte di una mentalità imprenditoriale, il Cavaliere ha organizzato Forza Italia come una holding ed un grande merito nel suo successo elettorale dev’essere senz’altro tributato a Publitalia, ovvero la concessionaria esclusiva di pubblicità del Gruppo Mediaset.

Un esempio ancor più emblematico è quello dell’attuale Ministro dell’Interno Salvini, che ha sicuramente compreso più di tutti il forte impatto che i social hanno oggi sulla popolazione. Una dimostrazione della sua grande capacità di mobilitare la rete, ma anche, a mio avviso, di sfiorare il ridicolo e il patetico, è stato il concorso Vinci Salvini indetto nel febbraio 2018 nell’ambito delle campagna elettorale #4marzovotoLega. In un video pubblicato su tutti i suoi canali social, Salvini ha spiegato il regolamento di questo concorso, che consisteva in una gara di Mi Piace ai post della sua pagina ufficiale Facebook. Più Mi Piace si mettevano e più veloce si era, più punti si accumulavano. Il vincitore giornaliero di questa gara al Mi Piace vinceva un post con la sua foto diffusa su tutti i canali social di Salvini ed una chiacchierata al telefono con quest’ultimo. E se si era scaltri, veloci e fortunati abbastanza da essere tra i 4 vincitori settimanali (mancavano appunto 4 settimane al voto) si aveva l’imperdibile opportunità di incontrare Salvini in persona per un caffè ed un video, anche questo da pubblicare su tutti i social network. D’altronde, come affermato dallo stesso Salvini nel video, “se vinci Salvini, vinci Salvini”.
I suoi fan di Facebook si sono scatenati, convinti che una raccolta punti a suon di Mi Piace fosse il giusto modo di essere politicamente impegnati.

Se i comunicatori politici avevano trovato nel Salvini leader della Lega un prezioso committente, nel Salvini Ministro dell’Interno hanno trovato un vero e proprio mecenate. Lo stesso giorno in cui si insediava il governo Conte, il primo di giugno, il neoministro firmava infatti un decreto ministeriale per l’assunzione dei propri esperti in comunicazione social. Di conseguenza, se prima del governo questi esperti percepivano lo stipendio dalla Lega, oggi sono invece stipendiati dal Viminale stesso e, quindi, dai cittadini che pagano le tasse, per un totale di 314mila euro l’anno.
È emblematico il fatto che uno dei primissimi decreti firmati dal nostro Ministro dell’Interno sia stato proprio quello per l’assunzione e la creazione di uno staff social ministeriale, perché dimostra chiaramente come la comunicazione politica abbia preso il sopravvento sulla politica stessa. Oggi non importa più quello che si fa e come lo si fa, l’importante è saperlo vendere bene. In questo modo si riescono a mascherare inadempienze, responsabilità ed incapacità attraverso l’uso di tecniche di comunicazione specifiche che alterano la percezione che le persone hanno della realtà.

La politica non è più una cosa seria. Per esserlo è fondamentale che il gioco delle parti, quello tra rappresentanti e rappresentati, funzioni perfettamente. Ma se i rappresentanti nascondono la propria inadeguatezza dietro roboanti twitt trasformando vittorie di Pirro in mastodontici successi, e i rappresentati si dedicano alla cosa pubblica con i Mi Piace, è chiaro che la politica diventi fallimentare.  Si rischia cosi di trasmettere il messaggio che sia tutto un grande show, trascurando i problemi reali e frenando ancor di più la crescita di un Paese che naviga già in cattive acque.

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