La Brexit e l’Irlanda del Nord

Il 23 giugno 2016 nel Regno Unito si è tenuto il referendum sull’adesione del Paese all’Unione europea (UE) in base al quale il 51.9% degli aventi diritto al voto (17.410.742) ha votato per il ‘Leave’, mentre il 48.1% 16.141.241 ha votato per il ‘Remain’ (fonte: The Electoral Commission). Tuttavia, l’Irlanda del Nord, in quanto nazione costituente del Regno Unito, si è espressa per il 55.7% (440.707) a favore della permanenza nell’Unione europea, contro un 44.3% (349.442). Sul totale dei voti validi espressi (33.551.983), quelli nord-irlandesi equivalgono allo 0.2% dei ‘Leave’ e allo 0.3% dei ‘Remain’ totali registrati. L’affluenza, infine, è stata di 9 punti percentuale al di sotto di quella nazionale (72.2%). Questa è la fotografia elettorale della nazione più piccola del Regno Unito, con una popolazione di neanche 2 milioni di persone, poco meno del 3% di quella totale.

La posizione legale dell’Irlanda del Nord, come della Scozia e del Galles, riguardo il ritiro del Regno Unito dall’Unione europea è stata definita sia dall’Alta Corte dell’Irlanda del Nord (ottobre 2016) sia dalla Corte Suprema del Regno Unito (gennaio 2017): il governo del Regno Unito è l’unico deputato a determinare lo svolgimento e la natura stessa del processo di uscita del Paese dall’Unione europea. Chi sosteneva la posizione contraria, infatti, riteneva che, nel caso in cui l’attivazione dell’articolo 50 sarebbe dovuta passare attraverso un atto parlamentare e non tramite la prerogativa reale (che conferisce ampia autonomia al governo), allora sarebbe stata necessaria un’autorizzazione formale da parte dell’Assemblea legislativa dell’Irlanda del Nord. Questo punto merita un approfondimento.

Il Regno Unito è uno stato plurinazionale. Oltre all’Inghilterra fanno parte la Scozia, il Galles e l’Irlanda del Nord, quest’ultime dotate di assemblee legislative e governi autonomi dal 1999. Mentre in Galles vige un modello ‘a competenze definite’, Scozia e Irlanda del Nord possiedono un modello ‘a competenze assegnate’, ossia sono devoluti tutti gli ambiti legislativi non espressamente riservati al governo centrale. Qualora il Parlamento di Londra volesse dunque legiferare su materie di competenza devoluta è obbligato a richiedere il consenso dei parlamenti delle singole nazioni. Parecchie competenze dell’Unione europea (agricoltura, pesca, ambiente, politica regionale) sono largamente o interamente devolute all’interno del Regno Unito. Il governo di Londra ha tuttavia proposto di accentrare tali competenze comunitarie una volta che l’uscita dall’UE sarà formalizzata, per poi redistribuirle in un secondo momento ai governi nazionali. Questo ha messo sul piede di guerra le amministrazioni decentrate.

Nella vicenda in questione, vi sarebbero le condizioni per sollevare un caso politico, richiedendo che un’eventuale legge sul ritiro dall’Unione europea votata da Westminster dovrà ricevere il consenso del parlamento nord-irlandese. La richiesta trova legittimità dagli Accordi di Belfast (o anche conosciuti come Accordi del Venerdì Santo) che hanno posto fine al conflitto decennale tra unionisti e nazionalisti e portato la pace nell’isola a fine anni Novanta. Questi hanno creato un’architettura costituzionale intrinsecamente connessa con l’appartenenza del Regno Unito all’Unione europea. Il secondo pilastro dell’accordo (Strand 2) definisce infatti le relazioni istituzionali tra Irlanda del Nord e Repubblica di Irlanda, con la creazione di un Consiglio Ministeriale Nord-Sud incaricato di promuovere la cooperazione bilaterale nell’isola. Il Consiglio deve tener conto della “dimensione dell’Unione Europea come materia pertinente, compresa l’attuazione delle politiche dell’UE, dei programmi e delle proposte attualmente in esame nell’ambito dell’UE. Devono essere presi provvedimenti per assicurare che i punti di vista del Consiglio siano presi in considerazione e rappresentati adeguatamente negli appropriati incontri dell’UE.” (para 17, capo 2).

Alla luce di ciò, la Brexit comporterà inevitabilmente l’espunzione di ogni riferimento all’UE dal momento che una delle parti firmatarie non sarà più uno Stato membro, ma rimane ad oggi poco chiaro come questo possa avvenire senza compromettere l’equilibrio e la struttura stessa dell’accordo. Fermo restando poi che il Regno Unito ha degli obblighi nei confronti della Repubblica di Irlanda derivanti dal diritto internazionale (l’articolo 27 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati recita infatti che “una parte non può invocare le disposizioni del suo diritto interno [ndr la legge sul recesso dall’UE] per giustificare la mancata esecuzione di un trattato.” 

Infine, l’accordo ha previsto “il diritto per nascita di tutti gli uomini e le donne dell’Irlanda del Nord di identificarsi e di essere riconosciuti come irlandesi o britannici, o entrambi, dal momento che così possono optare, e di conseguenza confermano che il loro diritto di avere le due cittadinanze britannica e irlandese è riconosciuto da entrambi i governi e non sarà condizionato da alcun futuro cambiamento nello status dell’Irlanda del Nord. Risulta a tutti chiaro a questo punto quanto complicato possa essere il panorama che si profila all’orizzonte dal punto di vista politico, ma soprattutto giuridico. In sostanza, è vero che l’ amministrazione decentrata non ha competenza legislativa riguardo la Brexit, ma ha voce in capitolo sulla legge finale di recesso se quest’ultima lede la propria autonomia costituzionale.

Senza ombra di dubbio una questione su tutte preoccupa i negoziati: il confine con la Repubblica d’Irlanda. La libertà di circolazione di persone e merci rischia di essere compromessa se non si trovano soluzioni creative. Nessuno dice di volere i controlli alla frontiera, ma è pur vero che quella diventerà una frontiera esterna dell’Unione europea. Certamente si possono trovare soluzioni di libero scambio, unione doganale soft, controlli a distanza etc., ma il punto è fin dove la volontà politica si spingerà. E’ stata avanzata perfino l’ipotesi di spostare la frontiera dalla terraferma ai porti e agli aeroporti, traslando di fatto il confine in mare. Ma ciò ha scatenato la reazione immediata degli unionisti che non vogliono avere alcun tipo di confine con la Gran Bretagna. L’Irlanda del Nord potrebbe allora rimanere nell’unione doganale mentre il resto del Paese si ritira, permettendo uno scambio tariff-free al confine con il sud. Tuttavia, non sembra realistico che l’Unione europea possa permettere un simile scenario, dal momento che la Gran Bretagna beneficerebbe del trasferimento secondario di beni da Belfast.

Alla fine di tutto, che sia un hard o un soft control, la paura che attanaglia le due sponde della Manica è che possano risorgere i fantasmi del passato in un luogo in cui le tensioni, i malumori e gli scontri non si sono mai del tutto sopiti. D’altronde, il divario etnico-religioso che divide l’Irlanda del Nord si è palesato ancora una volta nel voto per il referendum. Le zone nazionaliste cattoliche hanno votato in massa per restare nell’UE, mentre la parte della regione unionista protestante ha votato per il ‘Leave’. Così come i due grandi partiti nazionalisti, il Sinn Féin e il Partito Socialdemocratico e Laburista si son contrapposti al più importante partito unionista, il Partito Unionista Democratico (DUP), attualmente nella maggioranza che sostiene il governo May.

STATE OF PLAY. Nella Risoluzione del 5 aprile 2017, Il Parlamento europeo ha definito i principi e le condizioni per il suo consenso all’accordo di recesso del Regno Unito. Una linea rossa è stata ben definita: la stabilità dell’accordo di pace in Irlanda del Nord deve essere preservata, evitando l’introduzione di un confine all’interno dell’isola. Il 29 aprile successivo il Consiglio europeo ha adottato le linea guida che definiscono la posizione generale e le priorità dell’UE per tutta la durata dei negoziati. Si è stabilito un percorso a due fasi: nella prima (“il divorzio”), le parti devono trovare un compromesso sulla questione del confine, dei diritti dei cittadini UE e britannici e degli obblighi finanziari di Londra; solo allora si procederà alla seconda fase in cui prenderà forma il negoziato commerciale. A meno che le parti non si accordino per un periodo transitorio, Londra uscirà formalmente dall’Unione europea a marzo 2019.

Il Consiglio europeo, nella sua ultima riunione di ottobre, avrebbe dovuto riconoscere che i progressi fatti fin allora erano stati sufficienti per poter procedere con la fase successiva. Nulla di tutto ciò. La decisione è stata rimandata al prossimo Vertice di dicembre. In poco meno di un mese bisogna perciò trovare il bandolo della matassa e portare tutti i nodi al pettine. Pena l’immobilità. Che né l’Unione europea né il Regno Unito, in questo momento, possono permettersi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *