La Brexit riaccende la plurisecolare questione di Gibilterra.

Lo scorso 29 marzo, a poco più di 9 mesi dal voto con cui i cittadini britannici hanno votato per l’uscita dall’Unione Europea, Theresa May ha ufficialmente messo in moto l’attivazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona. A dare il via alle tensioni è stato però un altro documento: quello presentato, a qualche giorno di distanza, da Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, dal quale emerge che, una volta portata a termine la Brexit, nessun accordo tra Regno Unito e Unione Europea potrà essere automaticamente applicato a Gibilterra senza un accordo tra Spagna e Regno Unito.

E il fatto che Madrid possa esercitare questa sorta di potere di veto -bloccare potenzialmente l’applicazione di un eventuale accordo al territorio di Gibilterra e sfruttare così la sua posizione di forza per scrivere la parola fine a un ormai secolare contenzioso territoriale- ha immediatamente acceso gli animi. Le reazioni non si sono fatte attendere, tanto da Gibilterra – da dove il Primo Ministro Fabián Picardo ha, senza mezzi termini, accusato la Spagna di “bullismo” e di manipolare i negoziati sulla Brexit al solo fine di riconquistare la sovranità perduta sul proprio paese- quanto da Londra.

Per esempio, queste le parole di Matthew Norman, riportate da Internazionale: “Forse abbiamo perduto l’India, ma, diamine, il sole non tramonterà mai sui nostri macachi di Barberia o sulle nostre pecore dell’Atlantico meridionale”, -e cioè su Gibilterra o sulle Falklands/Malvinas.

Se già questo può sembrarvi assurdo e privo di senso, aspettate di leggere quelle di Michael Howard, ex leader dei Tories: “Thirty five years ago this week ­another woman prime minister sent a task force half way across the world to defend the freedom of another small group of British people against another Spanish-speaking country. I am absolutely certain our current Prime Minister will show the same resolve.” Con pochi giri di parole, Howard lancia un monito: Theresa May, proprio come Margaret Thatcher nel 1982 per le Falklands/Malvinas, agirà con risolutezza e determinazione per proteggere la sovranità britannica su Gibilterra, messa in pericolo, ancora una volta, da un paese hispanohablante. Il tutto, ovviamente, sconfessato in un batter d’occhio dalla diretta interessata che, dalla Giordania, risponde con una celebre frase di Winston Churchill: “to jaw-jaw is always better than war-war” –e cioè: “è sempre meglio parlarsi che farsi la guerra”.

 

Ma perché Gibilterra è un argomento così spinoso per le relazioni tra Regno Unito e Spagna?

Per capire quali sono le radici di questa contesa territoriale bisogna andare indietro di tre secoli, alla Guerra di Successione spagnola. Alla morte di Carlo II di Spagna, si apre infatti una guerra tra le grandi potenze europee -desiderose di imporre il proprio candidato al trono- che si conclude con la firma del Trattato di Utrecht nel 1713, il quale, oltre a designare Filippo V futuro re di Spagna, assegna Gibilterra agli inglesi.

Alla base delle rivendicazioni spagnole vi è proprio il testo di questo trattato, il quale cedeva la proprietà, ma non la sovranità “della città, del castello di Gibilterra, insieme al porto e alle fortezze e fortificazioni ad essa appartenenti” –senza fare menzione alcuna tra l’altro dell’istmo o delle acque che bagnano la Rocca, considerate pertanto da Madrid come parte delle proprie acque territoriali.

I cittadini di Gibilterra, tuttavia, si sono sempre strenuamente opposti alle pressioni spagnole, rivendicando il proprio essere britannici e rifiutando qualsiasi proposta di condivisione della sovranità tra Londra e Madrid –come il 98% dei no al referendum del 2002 dimostra chiaramente.

La Brexit sembra però poter cambiare le carte in tavola. Al termine del processo delineato dall’articolo 50, infatti, la frontiera tra Spagna e Gibilterra diventerà “frontiera esterna”, e la Spagna sarà responsabile del suo controllo. Il timore di lunghe code generate dai controlli su persone e merci in transito tra Spagna e Gibilterra -e i danni economici che questi comporterebbero- potrebbero aprire una finestra di opportunità per la Spagna: che i gibilterriani preferiscano esser parte dell’Unione Europea in una sorta di “tacita annessione alla Spagna” -come è stata definita- piuttosto che restar fuori dall’Unione pur di mantenere la cittadinanza britannica?

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