La canzone di Marinelli: “Principe libero”

Il film biografico in due episodi sulla vita di Fabrizio De André contiene i momenti più importanti dei quarant’anni dell’artista, riportato sul grande schermo dal coraggioso Luca Marinelli che, senza pretesa di imitazione, ha ricostruito un personaggio tanto caro al nostro paese.

Comincia in medias res il lungo racconto in due episodi della vita del cantautore Fabrizio De André. Il regista Luca Facchini precisa che “Principe libero”, citazione del pirata Samuel Bellamy utilizzata da De André (“…e ho altrettanta autorità di fare guerra al mondo intero quanto colui che ha cento navi in mare”) per la copertina del suo penultimo disco “Le nuvole” (1990), non vuole essere un documentario. Per il regista laureato alla New York University la pellicola vuole essere un omaggio a colui che è stato, e che è tuttora, uno scrigno per ogni italiano. Chi ama Fabrizio lo ama in modo possessivo e ritiene di essere l’unico ad averlo compreso, custodito. Per i genovesi, e in certa misura anche per i sardi, De André va molto oltre le sue canzoni; rappresentare dunque nell’ambito della fiction un simbolo di tante generazioni attraverso un attore, romano per giunta, è una scelta molto più che azzardata.

Agosto 1979: Le prime scene catapultano lo spettatore insieme alla famiglia De André riunitasi in Sardegna nella tenuta di Tempio Pausania. Faber, così viene soprannominato dall’amico Paolo Villaggio, è interpretato da Luca Marinelli, giovane attore protagonista di film di grande successo in Italia come lo zingaro in “Lo chiamavano Jeeg Robot” e nell’ultimo capitolo della trilogia di Caligari “Non essere cattivo”. Subito i primi piani rendono merito al trucco di Marinelli, ai capelli di una misura perfettamente compatibile con l’artista genovese, alle sigarette e all’alcol, immancabili per oltre tre ore e un quarto di film. Ciò che stupisce è la voce, non baritonale nella medesima tonalità di Fabrizio, ma godibile e autentica: i brani della colonna sonora sono in buona parte cantati dall’attore protagonista, soddisfacendo nostalgici e giovani ammiratori dell’artista.

Fabrizio e Dori Ghezzi, all’epoca sua compagna dopo essersi separato dalla prima moglie Puny, convivono dalla metà degli anni Settanta nella tenuta de L’Agnata nel cuore gallurese, tra i sugheri e i lecci, allevando pecore e vacche, componendo i prossimi dischi. Proprio in quell’agosto, all’ombra dell’ultimo sole, avvenne il rapimento dei due cantanti, e l’arpeggio in si bemolle minore de “La domenica delle salme” (musica che in questi anni mi sono chiesto perché non sia mai stata usata per un film) unisce le scene drammatiche del sequestro da parte dell’Anonima Sarda. Il racconto comincia da qui, sulla cattiva strada.

Un lungo flashback riporta lo spettatore alla giovinezza di Fabrizio che rincorre l’ansia di scoprire il mondo nei caruggi di Genova, secondo protagonista di questa storia. Lunga e parallela al mare, protetta dai monti, “Genova macaia”, i cui abitanti sono diffidenti proprio perché, racconta Simone Pieranni “la postura urbana, schiacciata tra i monti e il mare, determinata quindi dalla natura, inchiodata dalla cupezza di uno spazio che a tratti sembra restringersi”. Gianni Brera raccontava che le due squadre genovesi non avrebbero mai giocato un buon calcio proprio per colpa di questa “macaia”. E il giovane Fabrizio, vessato dal buon nome della famiglia e dall’ingombrante cognome con il padre, ricerca una spiritualità di fondo nella città vecchia, dove non si crede che il paradiso fosse solo lì al primo piano lungo Via del Campo, tra le botteghe, gli ubriaconi e le puttane. Dove in un attimo di libertà ci si dedica a quella conosciuta appena, alle labbra assenti di quelle belle passanti che non si è riusciti a trattenere. “Prostitute, che a De André apparivano come rappresentanti di un’epoca storica che scivolava via e come tale doveva essere resa epica attraverso le sue canzoni, in alcuni casi potevano essere informatrici, persone di poca dignità umana, mostri contemporanei. De André voleva fidarsi, piegare la realtà che vedeva alla sua controparte trasognata. Per immaginare come sarebbe potuta andare.”

Una volta ricevuta la prima chitarra, Marinelli-Faber, insieme all’amico Paolo Villaggio, vestito da un disinibito Gianluca Gobbi che muove il compianto comico con profonda e arguta ironia, intrattiene musicalmente i borghesi e li schernisce, frequenta le bettole, fuma e beve e procrastina in eterno l’esame di diritto. Dopotutto anche Carlo Martello, il re salvatore della cristianità, reclamò un momento per fare all’amore in mezzo ai glicini e al sambuco. Mentre il padre è rassegnato alle belinate del figlio disinteressato agli studi, arrivano i primi contratti discografici, prima rifiutati dal timido cantautore, impaurito dal vedere il proprio cognome sulle copertine. Si sposa con Puny e nascerà il figlio Cristiano, mentre in una buia notte sanremese si ucciderà l’amico Luigi Tenco, a cui dedicherà “Preghiera in gennaio”. E Marinelli continua a scrivere, rifiutandosi di salire su un palco, preferendo comporre un disco che parlasse di Gesù Cristo, l’uomo, l’anarchico, in un momento di rivoluzioni e di cambiamenti sociali. Se nel “sessantotto la gente scendeva in piazza con la falce e con il martello, tu prendi il martello e ci inchiodi il Cristo”.

Marinelli-Faber incontrerà Dori, cantante all’apice della carriera, e il valzer per un amore cambia casa, lascia periodicamente Genova con Puny e Cristiano per inseguire Dori a Milano, e poi il primo concerto alla Bussola di Viareggio, i successi in teatro e la contestazione giovanile che ha come bersaglio l’artista e il mondo discografico, i prezzi alti dei biglietti e il disimpegno borghese dei suoi testi. “Storia di un impiegato” è un disco da bruciare, sarà fischiato e criticato aspramente perché senza idee e politicamente schierato per una sinistra extraparlamentare che ancora non si riconosce, non si valorizza. Così ci sono i verdi pascoli della Sardegna, l’abbandono della comodità e la rinuncia al consumismo. Il viaggio ritorna alla sua premessa, una famiglia allargata che ha trovato un suo equilibrio, il riconciliarsi tra la nuova compagna di vita Dori e il figlio Cristiano, tra il padre Giuseppe e Fabrizio.

Eppure, la sequenza del sequestro è la più commovente dell’intera pellicola. Lo spartiacque tra un De André utopista, quello che si dava delle regole prima che gliele imponessero gli altri, e un uomo che deve rinunciare al suo credo anarchico per salvare la propria vita e quella di Dori. I quattro mesi di prigionia sembrano interminabili, quando il riscatto riesce a essere pagato ai banditi e i due amanti vengono liberati. Fabrizio, nella realtà, non accuserà mai i propri rapitori “poveri cristi” e resterà sempre grato oltre ogni disavventura per l’umanità del suo trattamento.

Usciranno altri due dischi: “L’indiano” e “Creuza de ma”. Il primo con richiami al mondo selvaggio sardo e all’esperienza del rapimento (“Hotel Supramonte”), e a un canto d’amore scritto appositamente per Dori (“Se ti tagliassero a pezzetti”). Il secondo un disco interamente in genovese, un esempio di world music anni prima di “Passion” di Peter Gabriel. Poi ci sarà la morte del padre, con ricordi tanti e nemmeno un rimpianto, che gli imporrà di smettere di bere. Il matrimonio con Dori, un po’ in anticipo sul suo stupore, e “Le nuvole”, che segna un ritrovato equilibrio e la consacrazione definitiva a “Principe libero”.

Il finale è un omaggio, all’uomo e all’artista, alla vita che Luca Marinelli ha mostrato sul grande schermo senza timore o impaccio romanesco. Perché non è possibile raccontare l’artista senza raccontare l’uomo. Il cast convince e le riprese sobrie e senza barocchismi tecnici tendono al documentarismo: anche se Marinelli è presente in quasi tutte le scene, sono il paesaggio e la scenografia a vivere insieme al protagonista e alle sue fragilità. Al suonatore che si incazza quando è trattato da pedina dai suoi simili, quando deve intrattenere per forza, e alle costrizioni sociali preferisce la solitudine, l’ebbrezza del whisky mescolato alle sigarette, alle compagnie del porto e del mare, là dove le acciughe fanno il pallone.

Per necessità di sceneggiatura molti aspetti della vita del musicista sono stati tralasciati: il rapporto con Fernanda Pivano e altri musicisti come Nicola Piovani, Mauro Pagani, Massimo Bubola, Ivano Fossati e Francesco De Gregori con il quale ha composto “Volume 8” (e alcuni brani di “Rimmel”) nella casa in Gallura, a pochi passi dall’oceano, dalle storie di ieri, quando Francesco registrava di giorno su un registratore a pile, a differenza di Faber, compositore nottambulo incallito.

Il prodotto destinato alla televisione in due serate, il 13 e il 14 febbraio, è un’operazione Rai fiction pienamente riuscita. Non speriamo di riproporlo sui palchi dei talent o imbrigliarlo in libri o pellicole, quanto più a omaggiarlo e ricordarne la poesia dei testi, della figura di padre della letteratura cantata. Dylan è riuscito a meritarsi il Nobel, c’è dunque ancora speranza per la canzone d’autore. Nel freddo gennaio del 1999 ci lasciò un principe libero. Con la radio che ronzava per il mondo cose strane, con le piazze della sua Genova macchiate di sangue qualche estate dopo. Da allora non siamo più riusciti a volare.

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