La controrivoluzione culturale polacca

Chi ha detto che il mondo deve evolvere coerentemente a un modello marxista in una sola direzione, verso una miscellanea di culture e razze, un mondo di ciclisti e vegetariani che usano solo energie rinnovabili e combattono ogni forma di religione? Niente di tutto ciò ha a che fare con i valori tradizionali polacchi. Va contro quello a cui la maggioranza dei polacchi tiene di più: tradizione, senso della propria storia, amore per il proprio paese, fede in Dio e una normale vita di famiglia, composta da un uomo e una donna. (Witold Waszczykowski)

La citazione riportata qui sopra è di Witold Waszczykowski, ex ministro degli esteri polacco, nel corso di un’intervista rilasciata alla Bild nel 2016. Sebbene le dichiarazioni di Waszczykowski siano sempre da prendere con cautela in quanto personaggio eccentrico e non particolarmente credibile, testimoniano tuttavia una visione del mondo e della società ben chiara: la volontà di attuare una controrivoluzione culturale in senso estremamente conservatore. Una visione che sta trovando piena attuazione nelle azioni del governo di destra nazionalista e che nel corso delle ultime settimane, per quanto riguarda specificatamente il tema dell’aborto, è tornata particolarmente di attualità.

Cosa è successo?

Nelle ultime settimane, in seguito alla costante e influente spinta dei vescovi polacchi e di vari gruppi religiosi, è ripresa la discussione in Parlamento della proposta popolare di legge “Stop Aborcji”, promossa in particolare dal gruppo “Życie i Rodzina” “Vita e Famiglia” che mira a un’ulteriore limitazione della possibilità di abortire. Per la prima volta la Chiesa polacca è intervenuta a gamba tesa nel confronto politico, con un comunicato pubblicato mercoledì scorso in cui si leggeva una frase che lasciava pochi dubbi: “I vescovi chiedono la ripresa immediata dei lavori parlamentari sull’approvazione della legge di iniziativa parlamentare Stop Aborcji”, parole che sanciscono un chiaro intervento negli affari politici dello stato polacco da parte delle autorità religiose. Le importanti manifestazioni di protesta, in seguito alla lettera firmata dai vescovi hanno spinto il quotidiano liberale “Gazeta Wyborcza” a titolare in prima pagina il 19 marzo “kobiety przeciw biskupom”, “donne contro vescovi”.

La prima pagina di Gazeta Wyborcza il 19 marzo

È importante ricordare che la normativa polacca in materia, vigente dal 1993, sia già tra le più draconiane d’Europa, consentendo l’interruzione di gravidanza solo in tre casi: pericolo di vita per la madre, malformazioni del feto, casi di stupro. Se la nuova proposta diventasse legge, la presenza di gravi malattie del feto non permetterebbe più di praticare l’aborto legalmente. Escludendo Malta e Città del Vaticano, gli unici paesi europei con una regolamentazione più restrittiva sono Irlanda (a metà maggio si terrà un referendum sull’argomento), Andorra, Liechtenstein, San Marino e Irlanda del Nord. Inoltre, anche la legislazione in materia ai tempi della Polonia sotto egida comunista era fortemente più liberale, infatti la legge del 1956 e il decreto esecutivo del 1959 consentivano l’aborto in ogni fase della gravidanza.

Come nei primi giorni dell’Ottobre del 2016, quando un analogo tentativo da parte dell’attuale governo fu alla fine respinto dal parlamento a causa delle oceaniche manifestazioni di massa contrarie al provvedimento, anche in questi giorni in tantissime città polacche migliaia di uomini e donne stanno protestando per fermare la proposta di legge.  Queste manifestazioni sono culminate nel “czarny piątek”, il “venerdì nero” che ha visto scendere in strada nella sola capitale Varsavia, secondo gli organizzatori, 90000 manifestanti.

Il dibattito

La manifestazione del 23 marzo a Varsavia

Secondo le organizzazioni femministe sono più di 100 mila le donne polacche che sono costrette a ricorrere all’aborto clandestinamente, nella maggior parte dei casi andando in altri paesi come Slovacchia, Repubblica Ceca, Germania o Ucraina. Inoltre, circa il 90% degli aborti effettuati legalmente è causato proprio da malformazioni o gravi malattie del feto, questo significa che, togliendo questa possibilità, l’aborto sarà riconosciuto solamente in casi in cui la salute della madre sia in pericolo o in seguito a stupro, che rappresentano il 10% dei casi.

Kaja Godek, leader del movimento “Vita e Famiglia” ha dichiarato che, se la legge venisse approvata, non verranno più effettuati negli ospedali diagnosi prenatali, poiché, come da lei dichiarato: “L’idea alla base della diagnosi è stata distorta. Doveva servire a preparare i genitori a ricevere un bambino da aiutare, e invece ha reso più facile la scelta dello sterminio”.

Parole forti e decise che hanno trovato sulla stessa lunghezza d’onda Jarosław Kaczyński, deus ex machina del governo guidata dal partito Diritto e Giustizia (senza però avere cariche ufficiali), che ha chiarito, se mai ce ne fosse stato bisogno, le sue idee sull’interruzione di gravidanza, assicurando che si impegnerà per “assicurare che, anche in caso di gravidanze molto difficili, quando è sicuro che il bambino morirà o nascerà fortemente deformato, le donne finiscano col partorire in modo che quel bambino possa essere battezzato, sepolto e avere un nome»

Un’altra immagine della manifestazione del 23 marzo, con il Palazzo della Cultura e della Scienza sullo sfondo

Di idea opposta Krystyna Kacpura, che dirige la Federazione per le Donne, un’associazione che si occupa di contraccezione, diritti sessuali e pianificazione familiare,  ha commentato il voto del Parlamento dicendo che si tratta di un «giorno nero per le donne polacche: se il disegno di legge sarà approvato definitivamente, le donne polacche moriranno. Siamo trattate come esseri non necessari: siamo lì solo per partorire e se partoriamo un bambino molto malato, siamo comunque lasciate da sole e senza alcun aiuto».

Una società spaccata

La contrapposizione all’interno della società polacca, un tempo guida per tutta l’Europa orientale nella lotta per la democrazia, è molto forte. Da un lato abbiamo i cittadini delle grandi città, che abitano ad esempio a Varsavia, Cracovia, Breslavia o Danzica, città moderne, aperte alle diversità e di mentalità progressista, con facoltà universitarie che accolgono migliaia di studenti dall’estero ogni anno e che scendono per strada a protestare contro l’attuale governo e la regressione democratica, in atto sia sul piano prettamente politico che su quello culturale. Trascorrendo un periodo di studio a Varsavia un anno fa, è proprio questa la Polonia che ho avuto modo di conoscere in modo diretto: professori di orientamento spiccatamente liberale, studenti aperti agli stranieri e curiosi di scoprire le differenze tra le diverse culture, cittadini fortemente europeisti che parlano perfettamente l’inglese ed impegnati politicamente. Vivendo per un breve periodo esclusivamente in queste città, risulta molto difficile immaginarsi che 8 milioni di polacchi abbiano votato Andrzej Duda, esponente di punta di Diritto e Giustizia e attuale Presidente polacco, in occasione delle elezioni presidenziali del 2015.

Tuttavia, la Polonia è grandissima e non è solo Varsavia o Cracovia ma anche grandi territori rurali, dove il cosmopolitismo delle grandi città lascia il posto a un fanatismo religioso che ha importanti e saldissime radici storiche nella società polacca. Ed è proprio in questi territori che Diritto e Giustizia fa il pieno nel 2015, ottenendo un risultato storico ed inaspettato che gli permette di guidare, tuttora saldamente, l’esecutivo polacco.

La legge “Stop Aborcji” verrà discussa ed esaminata dalla commissione per la famiglia e gli affari sociali durante la seconda settimana di aprile ma le possibilità che le donne polacche vedano loro riconosciuto un diritto di civiltà sembrano poche. Nell’ottobre del 2016, in una situazione analoga, il governo decise di frenare davanti alle proteste che si infiammarono. Riuscirà ancora una volta la società civile polacca a difendere i propri diritti? Quel che è certo è che i cittadini polacchi sono chiamati in prima persona a resistere alla deriva illiberale che sta travolgendo il loro paese, tra tentativi di neutralizzare la magistratura, controllare i media pubblici, una xenofobia crescente e una chiesa sempre più potente e ammanicata con il potere.

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