La creazione del nazionalismo

La pagina Facebook di Matteo Salvini, lo si accetti o meno, è diventata negli ultimi mesi la cartina tornasole del mal di pancia di alcuni strali della popolazione italiana, che utilizzano l’abusata cassa di risonanza dei social per imbarbarire ulteriormente un discorso politico già di per sé ridotto ai minimi termini. La quintessenza delle centinaia di migliaia di commenti e condivisione ai messaggi dell’inquilino (latitante) del Viminale, potrebbe essere riassunta così: “Grazie Capitano, mi hai fatto tornare ad essere ORGOGLIOSO di essere ITALIANO”.

L’orgoglio nazionale, sbandierato ai quattro venti dalla maggioranza di governo e dai suoi sempre più numerosi sostenitori, assume generalmente due morfologie, a seconda di quale sia il bersaglio polemico: sovranismo, se presume un ritorno alla piena sovranità nazionale a scapito delle istituzioni comunitarie e sovranazionali; e nazionalismo, se indirizza il suo livore xenofobo verso l’immigrazione, individuata come la chiave di tutti i problemi del Paese. Non a caso, immigrazione e Unione Europea sono state individuate da diversi studi come elementi in correlazione diretta nel favorire l’ascesa dei populismi di estrema destra in seguito alla crisi del 2008.

La grande abilità di Salvini e del suo staff comunicativo, in questo contesto, è stata la creazione di un nazionalismo italiano che, come ha scritto Christian Raimo su Internazionale online, non è nient’altro che un insieme di “piccoli miti sull’identità sempre più regressivi, identitari e tossici”. L’apparato ideologico di quello che fu il partito secessionista per antonomasia ha avuto successo nel nazionalizzarsi plasmando un’identità italiana composta da un unico elemento: la diversificazione culturale, religiosa, persino genetica verso l’altro inteso unicamente come l’immigrato africano.

Un nazionalismo italiano come lo ha architettato Salvini non ha precedenti nella Storia. Il Fascismo pensava ad un nazionalismo che riportasse l’Italia ai fasti dell’Impero Romano e le restituisse le terre irredente agognate e mai concesse dopo la vittoria mutilata sancita a Versailles. L’eroica impresa di D’Annunzio a Fiume, di qualche anno precedente all’ascesa di Mussolini, ebbe un certo sapore romantico, quello di un nazionalismo colto che aveva nel letterato abruzzese e nella corrente del Futurismo la sua massima espressione artistica. L’avvicinamento di Mussolini all’antisemitismo e le leggi razziali del 1938 sembrarono più una cieca, ma non per questo perdonabile, accondiscendenza all’alleato nazista che una reale convinzione.

Più che un ritorno al Fascismo, secondo lo storico britannico Niall Ferguson, i Salvini, i Le Pen, i Trump sembrerebbero strizzare l’occhio al demagogismo americano di fine ‘800, incarnato dal tale Dennis Kearney che fece parecchi proseliti in California al grido di “The Chinese must go“.

È difficile tracciare una genealogia del nazionalismo italiano, perché fino al 1861 non esisteva neppure l’Italia, ma decine di Regni e persino città-stato fieramente indipendenti. L’unificazione, avvenuta come una serie di annessioni manu militari, ha creato uno stato unitario di fatto, senza un’identità definita. Il campanilismo e il settarismo divennero la cifra distintiva in un Paese nel quale spesso si rimarcano le differenze col Comune limitrofo, o addirittura tra quartieri di uno stesso Comune. La questione meridionale e la presenza della Chiesa cattolica hanno generato ulteriore confusione, contribuendo a quell'”Uniti nella diversità” sbandierato con marcato accento tedesco da un albergatore di Bolzano in occasione delle celebrazioni per il 150esimo dell’Unità.

Un qualche patriottismo, se esiste, è diretta conseguenza di sparute imprese eroiche o di singoli individui particolarmente meritevoli: la Resistenza, Enrico Mattei, Pietro Mennea, Paolo Sorrentino, la Nazionale del 1982 e quella del 2006. Non c’è spazio per il razzismo, né per un’identificazione negativa e oppositiva, in un sentimento di appartenenza che rimane perlopiù isolato e legato a momenti simbolici e difficilmente ripetibili.

Con il suo retroterra storico e politico, l’Italia, nata da un’unificazione complessa, dovrebbe al contrario identificare più di ogni altro la sua appartenenza a chi sta tentando di fare in grande quello che al nostro Paese, pur con tante difficoltà, è tutto sommato riuscito: l’Unione Europea. Non c’è entità statale che, come l’Italia, possa identificarsi di più nel processo comunitario e sovranazionale.

La realtà dei fatti, fotografata dal termometro politico, mostra dati differenti: il consenso verso l’UE è bassissimo, e i dati odierni di Eurobarometro confermano che solo il 44% dei cittadini italiani ritiene l’appartenenza al processo di integrazione una risorsa benefica; nel frattempo, cresce il nazionalismo becero di Salvini e di Facebook, che identifica l’orgoglio nazionale nei porti chiusi, negli slogan su presunti primati nazionali, e in leggi retrograde che assimilano, come in un sillogismo, la sicurezza e l’immigrazione.

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