La crisi ignorata in Sudan

Al culmine di un’escalation in corso da diverse settimane, il Sudan si trova ora nel pieno di una crisi politica e umanitaria. Lo spodestamento dell’ex presidente Omar Hassan al-Bashir ha dato inizio a un periodo di tensioni tra la giunta militare e l’opposizione civile, in contrasto sul futuro del Paese. La situazione è degenerata il 3 giugno, quando l’inasprimento della repressione ha portato i militari ad accanirsi sulla folla, sparando sui manifestanti e uccidendone decine.

Quai sono le origini della crisi sudanese?

La deposizione del presidente

Prima di essere destituito, l’ex presidente Omar Hassan al-Bashir ha guidato un regime autocratico durato per trent’anni. Durante la sua lunga presidenza, si è ritrovato più di una volta al centro di aspre critiche, soprattutto per il suo coinvolgimento nei sanguinosi scontri etnici nella regione del Darfur, dove nei primi anni 2000 si sono consumate violenze atroci tra le tribù nomadi (tollerate e a volte supportate dal governo) e le tribù sedentarie.

Il Sudan è uno dei Paesi al mondo con il più basso reddito pro-capite, ma fra i più ricchi di materie prime. La maggiore fonte di ricchezza per il Sudan è, infatti, il petrolio, che ha contribuito alla crescita della classe media a partire dalla fine del secolo scorso. Tuttavia, negli ultimi anni i guadagni provenienti dal commercio del petrolio si sono assottigliati progressivamente, spingendo il Sudan al limite del collasso economico; per evitare di far precipitare la situazione, lo scorso dicembre al-Bashir ha scelto di adottare misure di austerity, tagliando i sussidi su grano e carburante. Ciò ha dato inizio a un movimento di protesta che, nonostante i ripetuti scontri con le autorità, è proseguito per mesi.

Le manifestazioni che chiedevano le dimissioni di al-Bashir hanno raggiunto l’apice il 6 aprile, quando hanno raggiunto il quartier generale delle forze militari per chiedere che l’esercito destituisse il presidente con la forza. Cinque giorni dopo, i militari hanno annunciato la rimozione del presidente. Ma è diventato ben presto chiaro che l’esercito, una volta raggiunto il potere, non ha alcuna intenzione di farsi da parte: per questo le proteste sono continuate, chiedendo che la giunta militare lasciasse il posto a un governo civile democraticamente eletto.

I militari e l’opposizione

Chi si trova quindi al centro della complessa fase di transizione?

Il potere, al momento, è detenuto a tutti gli effetti dalla giunta militare, ovvero il Transitional Military Council (TMC) guidato dal generale Abdel Fattah al-Burhan.  La giunta militare è aiutata da paesi come Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, che hanno fornito consistenti contributi economici, ed Egitto, che ha messo a disposizione supporto diplomatico.

Il fronte militare, però, non è compatto. Oltre al TMC, infatti, sono presenti anche le Rapid Support Forces, un potente gruppo paramilitare che deriva dai janjawid, miliziani filo-governativi appartenenti alle tribù nomadi responsabili delle violenze nei confronti dell tribù sedentarie in Darfur. Queste hanno come leader il generale Mohamed Hamdan, conosciuto come Hemeti, responsabile di alcune delle azioni più cruente commesse in Darfur. Per anni ha supportato e collaborato con l’ex president al-Bashir, fino al suo rovesciamento lo scorso aprile.

L’opposizione è rappresentata principalmente dall’Associazione dei Professionisti del Sudan (SPA), che comprende dottori, avvocati, liberi professionisti, e in generale gli esponenti di quella classe media schiacciata negli ultimi anni. L’SPA ha avuto un ruolo centrale nel dare un’impostazione unitaria e coerente al movimento di protesta, indirizzandolo verso la richiesta di un governo civile, e documentando gli effetti che le armi e gli altri strumenti di repressione dell’esercito hanno  sui manifestanti.

Nelle folle che protestano il gruppo più consistente è sicuramente composto dai giovani, proporzione che riflette la demografia del paese, ma si possono incontrare persone di tutte le età. Anche le donne stanno avendo un ruolo prominente: le foto e i video che ritraggono Alaa Salah, giovane donna sudanese, mentre intona cori di protesta, sono diventati virali.

Alaa Salah durante una protesta contro l’allora presidente alBashir in aprile.

La repressione

L’episodio più cruento degli ultimi mesi si è consumato lunedì 3 giugno. Il fronte dell’opposizione e la giunta militare avevano dato l’impressione di riuscire a instaurare un dialogo per gestire a transizione del paese; nonostante ciò, il 3 giugno la giunta militare ha annunciato che le nuove elezioni si sarebbero tenute nell’arco di nove mesi, mentre l’opposizione aveva chiarito che sarebbero stati necessari almeno tre anni per garantire lo svolgersi delle elezioni in totale sicurezza e trasparenza.

Il TMC ha poi proseguito con la brutale repressione di uno dei principali nuclei di protesta nella capitale Khartoum,  picchiando e sparando direttamente sui manifestanti. L’organizzazione dei medici ha dichiarato che diverse centinaia di persone sono state ferite e ha stimato il numero dei morti a oltre cento, inclusi circa quaranta cadaveri ripescati dalle acque del Nilo. Si è trattato dell’episodio di violenza più grave dalla deposizione di al-Bashir in aprile: in quell’occasione, i militari appena saliti al potere avevano perpetrato atti ugualmente sanguinosi nei confronti della popolazione civile, quali stupri e rapine, e limitando l’accesso a internet e alle reti mobili.

I rappresentanti del movimento di opposizione, in risposta alle uccisioni e alle violenze, hanno incitato alla disobbedienza civile totale e allo sciopero generale.

Una crisi ignorata

La cosa più scioccante di tutto questo è che la crisi in Sudan sta passando sostanzialmente inosservata. L’Unione Africana ha revocato la partecipazione del Sudan fino a quando non verrà stabilito un governo civile; l’ONU sta rimuovendo il suo personale non necessario dal Paese; il Consigliere per la Sicurezza nazionale americano, John Bolton, ha condannato gli episodi di Khartoum, definendoli “aberranti”. Ma non sono state prese alcune concrete ed incisive misure a livello della comunità internazionale. Si rischia così che una crisi politica e umanitaria di questa portata scivoli via – o degeneri – nell’indifferenza generalizzata.

 

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