La grande corsa all’Artico: cause e implicazioni

Come affermato dall’ex Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, l’Artico è l’epicentro dei cambiamenti climatici e dal suo destino dipende la sopravvivenza di città costiere come Miami, Venezia e delle isole del Sud-est Asiatico. Il riscaldamento e scioglimento dell’Artico è importante per il destino del pianeta per una serie di ragioni: in primo luogo, la calotta polare è così grande da creare un suo microclima e la sua attrazione gravitazionale influisce sulla distribuzione degli oceani, questo significa che i poli fungono da “regolatori del clima”. Un recente studio ha dimostrato come l’acqua dolce groenlandese prodotta dallo scioglimento dei ghiacciai, stia rallentando il corso della corrente circolare dell’Atlantico Meridionale. Normalmente le acque equatoriali salgono, si raffreddano e ritornano in circolo innescando la circolazione atmosferica atlantica, regolando clima e coltivazioni. Ogni alterazione di questo delicato meccanismo si traduce in siccità e desertificazione nella regione del Sahel e, in prospettiva, in milioni di profughi climatici e migrazioni interne. In secondo luogo, lo scioglimento dei ghiacci è suscettibile di far innalzare considerevolmente il livello degli oceani; nel settembre 2012 la NASA ha annunciato che la superficie d’oceano gelato al Polo Nord era di 3,4 milioni di chilometri quadrati contro gli 8 milioni del 1970, la Terra aveva perso così una fetta di ghiaccio grande quasi quanto la California. Da una serie di studi è emersa l’ipotesi più catastrofica per cui da qui al 2100 il livello degli oceani potrebbe innalzarsi di 189 cm. Per capirci, l’altitudine di Venezia è intorno ai 2 metri dal livello del mare così come quella di Miami e Bruges in Belgio, quella di San Pietroburgo 3.

 

Uno degli scenari peggiori prospettati per l’Italia con un riscaldamento globale di 3°C da qui al 2100

 

Un altro problema riguarda il fatto che mano mano che la Groenlandia si scioglie i resti degli antichi insediamenti della popolazione norrena, che in passato rimanevano conservati nel ghiaccio, vengono cancellati insieme a tutte le informazioni che potrebbero fornirci. Un’altra caratteristica alquanto importante dello scioglimento dell’Artico sta nella reazione ha catena che esso innesca; infatti le acque superficiali derivate dallo scioglimento del ghiaccio a causa del loro colore più scuro trattengono i raggi solari piuttosto che rifletterli, come invece fa il bianco dei ghiacciai, che respinge tra il 50 e il 70 % dei raggi solari. Con lo scioglimento dei ghiacci, inoltre, si liberano i gas serra in essi intrappolati, soprattutto CO2 e gas metano, che aumenterebbero secondo gli scienziati del 50% il riscaldamento del pianeta rispetto al livello attuale. La sparizione di una massa di ghiaccio come quella del 2012 ha quindi lo stesso effetto sul surriscaldamento globale di venticinque anni di emissioni di biossido di carbonio. Ciò significa che, se anche i paesi firmatari della COP21 riuscissero a mantenere il riscaldamento globale sotto la soglia dei 2°C da qui al 2100 (cosa già esclusa da alcuni scienziati che sottolineano come le condizioni climatiche attuali implichino inevitabilmente un aumento della temperatura globale maggiore di 2°C e resa vana dall’attuale amministrazione americana che non solo è uscita dall’Accordo sul clima di Parigi ma è una convinta negazionista del cambiamento climatico) bisognerebbe tenere comunque in considerazione l’aggiunta di ulteriori gas serra provenienti dallo scioglimento dei ghiacciai. Dulcis in fundo, essendo i ghiacciai anche un po’ la memoria storica del nostro pianeta, pare che gli scienziati sospettino che ci siano intrappolati nel ghiaccio ceppi batteriologici del passato come vaiolo, peste bubbonica e influenza spagnola, che se tornassero alla luce non avremmo gli anticorpi per combattere. Tuttavia almeno su questo punto gli scienziati sono abbastanza concordi nell’affermare che è difficile che tali malattie sopravvivano al disgelo e che solo in condizioni molto particolari esse potrebbero tornare in vita.

Invece, quello che è ormai certo, è la responsabilità umana del riscaldamento globale. E in particolare essa è rinvenibile nella velocità con cui questo è avvenuto. Sono sempre gli esperimenti nell’Artico che forniscono tali informazioni: il ghiaccio infatti è un archivio vivente della storia del clima e le carote di ghiaccio possono essere lette come gli anelli di un albero, rinvenendo in ogni sezione le caratteristiche ambientali in cui quel preciso strato di ghiaccio si è formato. I ghiacciai infatti si sono formati grazie al compattamento strato dopo strato della neve caduta nel corso dei secoli a partire da quella caduta prima dell’inizio dell’ultima era glaciale, 150mila anni fa. Le informazioni più importanti riguardano i gas contenuti nell’atmosfera nelle varie epoche; da ciò si è potuto scoprire che 60 anni fa la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera era pari a 315 parti per milione mentre oggi ammonta a 400 parti per milione. Quello che preoccupa gli scienziati non è la concentrazione in sé ma la velocità con cui è aumentata, rinvenendovi in essa l’impronta umana.

Chi beneficia però dello scioglimento dell’Artico?

A questa domanda ci sono due risposte, una scontata, l’altra meno. Riguardo la seconda, si può dire che la Groenlandia è un’isola ricca di minerali e grazie allo scioglimento dei ghiacciai e ai porti liberi dal ghiaccio tutto l’anno, in futuro sarà più facile estrarli. Secondo alcuni, la Groenlandia ha il maggior numero di terre rare dopo la Cina e grossi giacimenti di ferro, zinco, molibdeno e oro. I suoi abitanti, gli inuit, sono circa 56 mila e contano su cinquanta fattorie, poche strade e un apparato industriale costituito essenzialmente da impianti per la lavorazione del pesce. Per avere un welfare di base gli inuit devono contare sul sussidio statale, di 487 milioni di euro che costituisce 1/3 del PIL groenlandese, che li tiene legali al Regno di Danimarca, di cui la Groenlandia formalmente fa parte. Per gli inuit che aspirano all’indipendenza il cambiamento climatico rappresenta pubblicità a costo zero poiché attrarrà investimenti esteri che renderanno obsoleto il sussidio della Danimarca, tagliando così la dipendenza da Copenaghen.

Alcune compagnie sono già all’opera altrove: la svedese Lkab sta estraendo olivine (usata nelle acciaierie), la canadese Quadra Mining scava sulla costa orientale per l’estrazione di molibdeno; australiani, inglesi e americani investono nello zinco. L’italiana ENI è stata una delle prime compagnie a beneficiare dell’autorizzazione data dall’amministrazione Trump a trivellare nell’Artico, vicino all’Alaska. La nuova amministrazione, fra i tanti provvedimenti a danno del clima, ha infatti abolito il divieto di trivellazioni nell’Artico, imposto dall’amministrazione Obama in prospettiva della COP21. L’ENI ha inoltre costruito in tempi recenti nel mare di Barents la piattaforma petrolifera Goliat, appartenente per il 65% ad ENI e per il 35 a Statoil, la compagnia petrolifera statale norvegese. Costata 5,3 miliardi di euro e criticata ampiamente da Greenpeace, rappresenta il simbolo del sodalizio di lunga data fra Italia e Norvegia nell’ambito dello sfruttamento delle risorse e delle spedizioni esplorative nell’Artico. L’Eni, per esempio, era già presente in Norvegia quando gli americani, nel 1969, scoprirono il primo giacimento petrolifero nel Mare del Nord.

 

Piattaforma Goliat nel Mare di Barents
Fonte: Eni

 

I maggiori beneficiari dello scioglimento dell’Artico saranno quindi gli investitori stranieri che potranno approfittare del disgelo dell’ultima terra vergine, la Groenlandia e delle risorse del Mar Glaciale Artico. La Cina, per esempio, ha iniziato nel 2016 una massiccia offensiva all’australiana Greenland Minerals and Energy, focalizzata sullo sfruttamento di uranio e terre rare nell’altopiano del Kvanefjeld, acquisendo il 12,5% della società. La Cina è inoltre la proprietaria della miniera (e insediamento umano) più a nord del mondo, a 800 km dal Polo Nord, per l’estrazione di zinco. Di vitale importanza infine, per le superpotenze e le società d’investimento, la Via Marittima Settentrionale, la rotta artica che sta rivoluzionando le strategie del commercio globale perché dimezza i tempi di trasporto tra Asia e Europa rispetto alla tradizionale rotta via Suez e che sarà sempre più sgombra dal ghiaccio mano mano che gli inverni si accorciano.

 

Via Marittima Settentrionale

 

In conclusione, se da una parte gli stati firmano accordi sul clima e si impegnano a mantenere il riscaldamento globale sotto i 2°C, dall’altra iniziano corse spregiudicate per accaparrarsi le risorse responsabili di tale riscaldamento, ingigantendo la dimensione del security dilemma nella corsa all’energia. E’ improbabile che con le attuali amministrazioni in carica negli Stati Uniti, Cina e Russia ci si possa aspettare una svolta più responsabile nell’approccio all’energia, tuttavia il problema del cambiamento climatico sta proprio in questo: che stiamo vivendo nel clima del passato ma abbiamo già deciso anche quello futuro. Il clima cambia in modo lento e irreversibile e quando si aggiunge anidride carbonica all’atmosfera, la Terra impiega anni se non millenni a ritrovare l’equilibrio. Il risultato è che gli effetti del cambiamento attuale non ricadranno su di noi ma sulle generazioni future.

 

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