La guerra fredda per il 5G

Tra le grandi potenze, le due a darsi battaglia negli ultimi anni sono Stati Uniti e Cina. Quali sono i loro punti di forza? Washington è la potenza militare e finanziaria allo stesso tempo: i rispettivi esempi sono dati dalle truppe americane schierate in più di 650 basi e 70 Paesi nel mondo – più di 260 mila soldati all’estero – e dal suo potere nell’imporre barriere economiche ed impedire ad un Paese di entrare nel proprio mercato – si veda la guerra dei dazi con la Cina. Pechino, invece, è una potenza economica, che per rispondere alla guerra americana ha iniziato a farsi amici e, secondo il proverbio “il nemico del mio nemico è mio amico”, ha stretto rapporti con Mosca – da cui acquista prodotti militari –, si sta impegnando a fare altrettanto con l’Europa, tuttavia scettica – nel cui mercato entrerà con la Belt and Road Initiative (Bri) – e con l’India e gli altri Paesi limitrofi – si sta impegnando a migliorare il clima di tensione ai suoi confini.

I piani del dragone

L’obiettivo cinese, reso noto dal premier cinese Li Keqiang nel maggio 2015, è quello di rubare il primato tecnologico agli Usa attraverso la politica Made in China 2025. Il programma è articolato in una serie di punti che riguardano investimenti nei settori della robotica, delle infrastrutture, dell’intelligenza artificiale, dell’automazione industriale, dell’aerospazio, delle ferrovie e soprattutto della rete internet. Entro il 2025 la Cina vuole arrivare a produrre nel proprio paese fino all’80% dei componenti high-tech, delle auto elettriche e delle forniture per le energie rinnovabili. Per la stessa data, l’82% delle imprese cinesi dovrà dotarsi di connessioni a banda ultra-larga ed il settore di ricerca e sviluppo dovrà raggiungere l’1,81% del fatturato annuale di ogni azienda. Perché la Cina ha tanto interesse ad investire nella rete internet e nel 5G? La risposta è semplice, chi avrà le chiavi di questa nuova connessione, potrà essere la regina dello scacchiere mondiale.

Entourage cinese

Per la conquista di questo ruolo il presidente Xi Jinping ha al suo fianco due aziende: Zte e Huawei, quest’ultima finita nel mirino di Washington ormai da tempo. Tuttavia, le prime offensive della nuova guerra fredda, non più centrata sul nucleare ma sul digitale, sono state sferrate lo scorso dicembre, quando Meng Wanzhou, la figlia del fondatore di Huawei Ren Zhengfei, è stata arrestata in Canada su richiesta degli Stati Uniti, che ne hanno poi chiesto l’estradizione.
Secondo gli americani, la vicepresidente del gruppo Huawei avrebbe violato le sanzioni contro l’Iran, a cui è stata venduta tecnologia cinese, di frode bancaria e di furto di tecnologie. La mossa americana acquisisce ulteriore importanza se osservata da ulteriori punti di vista: Meng è la figlia di un ex ufficiale dell’esercito della Cina comunista e fa parte dell’aristocrazia cinese, così come il presidente, il cui padre era molto vicino a Mao. Non solo questioni di classe, Huawei rappresenta anche il simbolo dell’industria cinese, nonché leader mondiale nel campo tecnologico.

Meng Wanzhou

Aquila o drago?

L’imperativo di Trump è “Bloccare Huawei” ed è rivolto agli alleati euroasiatici, perché la Cina, attraverso le nuove tecnologie, avrebbe scopi spionistici. Per cui gli americani iniziano a chiamare intorno a sé gli amici fidati, a partire dai membri dei Five Eyes – UK, Canada, Australia e Nuova Zelanda – tra i quali i più risoluti sono Canada e Australia.
La prima è direttamente coinvolta nella vicenda, tanto da essere diventata il palcoscenico di incontri tra gli emissari della Repubblica Popolare ed il governo canadese; come se non bastasse, a questo si aggiungono i quattordici canadesi arrestati in Cina, uno dei quali è stato condannato a morte dalla corte di Dalian. Pechino ha dalla sua il potere di rovesciare la sentenza della corte in cambio di una mancata estradizione (tanto voluta dagli Usa) del vicepresidente del gruppo di Shenzen. Nel frattempo, l’ex capo dei servizi segreti canadesi ha chiesto al proprio esecutivo di mettere al bando la tecnologia cinese. In maniera minore è coinvolta anche la seconda, che sta indagando sul possibile arresto in Cina, per presunti motivi politici, di un proprio cittadino.
Il Regno Unito, come tutta l’Europa, anche se per motivi diversi, è posto in una situazione intermedia. Con una Brexit difficile e dall’esito incerto, gli inglesi potrebbero usare le tecnologie cinesi cercando di compensare le possibili perdite derivanti dalla fuga di aziende europee da Londra. Un’altra ipotesi avanzata è quella che gli inglesi stiano cercando nuovi accordi con la Cina visto lo stallo a cui sono arrivati con il Sol Levante. O ancora si potrebbe dire che scelgano di stare dalla parte della Cina perché siano alla ricerca di maggiore autonomia da Washington o, ipotesi ugualmente plausibile, perché le alternative a Huawei siano troppo costose. L’unica certezza finora è che gli 007 inglesi, una delle agenzie di intelligence più avanzate anche in ambito cibernetico, hanno parlato di rischi gestibili della rete 5G.
Tutta l’Europa in questa battaglia si trova costretta a decidere con quale alleato schierarsi: scegliere l’America e non fare entrare la tecnologia del 5G – aumenterebbero del 30% i costi della tecnologia cinese – o scegliere la Cina – favorirebbe la crescita del potere industriale e di intelligence cinese senza precedenti.
In questa situazione per la prima volta la Commissione Europea ha ottenuto la delega degli Stati membri in materia di sicurezza nazionale: ha pubblicato una raccomandazione per sviluppare misure minime e comuni di sicurezza, con la possibilità per gli stessi Paesi di adottare misure più stringenti.
A desiderare una regolamentazione rigida è la Polonia, dove è stato arrestato per spionaggio un dirigente cinese di Huawei. Varsavia aveva precedentemente chiesto all’Ue e alla Nato di intraprendere misure comuni contro il colosso tecnologico, rinforzando l’alleanza con l’America. Alle richieste polacche, si aggiungono Francia e Repubblica Ceca che vogliono adottare progetti di legge che limitino la libertà di manovra dell’azienda di Ren Zhengfei.
Di gran lunga più caute nello schierarsi sono l’Italia e la Germania: entrambe cercano di mantenere buoni rapporti economici con Pechino, ma allo stesso tempo vogliono tenere a bada l’alleato a stelle e strisce, tuttavia senza escludere Pechino dai propri territori. Pochi giorni dopo la firma del memorandum d’intesa con la Cina – che riguarda anche la tecnologia 5G – per dare una prova di lealtà a Trump, Roma ha aggiornato la legge del golden power, secondo la quale il governo può bloccare acquisizioni, fusioni o anche vendite di prodotti relative al 5G per motivi di sicurezza nazionale. Berlino invece, inizialmente indecisa, ha sorpreso tutti annunciando di recente che non escluderà Huawei dall’asta per l’acquisizione delle infrastrutture della nuova rete, come a voler trarre vantaggi dalla competizione sino-statunitense.

Le alternative a Huawei

Per l’Europa un’alternativa sembrava essere l’azienda svedese Ericsson, la seconda azienda ad avere più quote nel mercato mondiale delle infrastrutture delle telecomunicazioni e dagli alti standard tecnici del 5G, solo che lo scorso 16 aprile le autorità cinesi hanno aperto un’inchiesta per la presunta violazione delle norme dell’antitrust da parte della società svedese.
Gli Usa, oltre alle minacce, stanno cercando di offrire un piano B agli europei sviluppando i piani della Federal Communications Commission sul 5G, che si dividono in tre fasi:
1. Inserire più alternative nel mercato
2. Aggiornare la politica sulle infrastrutture
3. Modernizzare le vecchie norme

La sicurezza cinese

L’obiettivo americano è quello di impedire alla Cina di consolidare ulteriormente il proprio ruolo di leader nel campo tecnologico, ma soprattutto evitare che si possa espandere a macchia d’olio nei diversi continenti. Per far questo sarà necessaria l’adozione di una grande strategia, che non si limiti solo alla guerra commerciale.
Dal suo canto, la Cina sta cercando di trovare la via del dialogo con l’Ue, come ha dimostrato la visita in Europa dello scorso marzo del presidente Xi Jinping, diversamente dalle modalità d’intervento del governo americano. Anzi, allo stesso Trump ha risposto il presidente Ren Zenghfei che ha voluto ricordare in un’intervista alla BBC la potenza dell’Impero Celeste:

<<Se si spengono le luci in Occidente, l’Oriente continuerà a brillare. Se il Nord diventa buio, c’è ancora il Sud. L’America non rappresenta il mondo intero, l’America rappresenta solo una porzione del mondo>>

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