Ddl Pillon: la legge maschilista che vuol togliere il mantenimento alle madri separate

Niente più assegno di mantenimento per i figli dei genitori separati. Questo il cuore del ddl 735, con in calce la firma del senatore leghista Pillon, che nella sostanza si propone di applicare un forte irrigidimento della legge del 2006 sull’affidamento condiviso in caso di separazione o divorzio. Parola chiave: “bigenitorialità perfetta”, il classico artificio giuridico volto a mascherare il revival di quell’Italia macha e maschilista uscita tanto forte dalle urne del 4 marzo, e simbolicamente incarnata dall’onnipresente Matteo Salvini.

Il disegno di legge. La proposta di Pillon e di otto cofirmatari andrà a riguardare, in 24 articoli, essenzialmente tre punti fondamentali: (1) istituzione della figura del mediatore familiare, che avrà l’obbligo di interagire con i genitori in procinto di divorziare per trovare la soluzione migliore per il benessere dei figli; (2) divisione aritmetica del tempo che i figli dovranno passare con entrambi i genitori, con tanto di obbligo del doppio domicilio; (3) abolizione dell’assegno di mantenimento, e quindi divisione paritaria degli oneri finanziari a carico dei genitori. Nelle parole dello stesso Pillon, la legge si propone di superare quei “ruoli sbilanciati con i papà ridotti a padri-bancomat e genitori della domenica”.

Una legge pericolosa. Il ddl 735, tutto sommato, non è neanche male. Lo hanno fortemente voluto i padri separati che, questo è un dato di fatto, spesso sono costretti ad accettare un ruolo subordinato nella crescita dei figli per via di una giurisprudenza troppo condiscendente verso le madri. Tuttavia, il principio dei pari oneri e responsabilità economiche può essere applicato solo laddove i due genitori hanno stipendi e condizioni di vita simili, ed avere effetti deleteri in tutti gli altri casi. Secondo l’Indice di Uguaglianza di Genere redatto dall’UE nel 2017, l’Italia è all’ultimo posto nell’Unione per percentuale di impiego femminile, e la maggior parte delle donne che lasciano l’impiego lo fanno per l’impossibilità di conciliare lavoro e figli. La legge Pillon, se approvata, costringerebbe molte donne a non chiedere la separazione, anche in caso di maltrattamenti o violenze, per non rischiare di versare nella povertà assoluta con uno o più figli a carico.

I rischi dell’aritmetica. La divisione calcolata dei tempi di permanenza dei figli con entrambi i genitori, se da un lato dimostra ancora una volta il gusto quasi feticista della Lega salviniana per i numeri e i calcoli, dall’altro rischia di imbrigliare il lavoro dei giudici in una lista di sterili conteggi che non tengono conto delle singole situazioni reali e degli interessi dei minori, che spesso possono preferire un genitore rispetto all’altro per circostanze collaterali (la scuola, il gruppo di amici, la società sportiva) e non semplicemente per il vecchio motto “a chi dei due voglio più bene”. Inoltre, la figura del mediatore, che nel complesso sembra studiata correttamente, perderebbe di efficacia se costretta ad agire entro schemi predeterminati e senza quella creatività che sarebbe senz’altro la caratteristica più benefica del suo lavoro.

Una pessima fotografia. La legge Pillon, dunque, a parole propone un’uguaglianza di genere assoluta che, nella circostanza effettiva, realizza soltanto una maggiore discriminazione in senso maschilista. La fotografia che emerge dalla premessa del disegno di legge, oltre ad essere pretenziosa, è completamente errata. L’Italia viene continuamente paragonata ai cosiddetti “Stati progrediti” (California, Belgio, Svezia, Stato di Washington, Québec, Danimarca) senza considerare tutte le circostanze storico-politiche che questi Paesi hanno realizzato per “meritarsi” questo status. Senza contare, ovviamente, che nel testo si ribadiscono continuamente le espressioni “padre-madre”: degna difesa della famiglia tradizionale.

Le ripercussioni. Mentre noti avvocati e docenti universitari hanno denunciato il carattere maschilista e classista del provvedimento, la rete “Dire” dei centri antiviolenza ha già indetto per il prossimo 10 novembre una grande manifestazione di protesta a Roma. Intanto, la Lega continua il suo progetto di imbianchimento di un’Italia maschia e cristiana, dove agli uomini veri, e solo a loro, sarà demandato il futuro del nostro “glorioso destino”.

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