La migrazione irregolare: dove e come l’Unione Europea agisce nella gestione dei flussi migratori

La migrazione irregolare è una delle sfide più complesse che l’Unione Europea si trova ad affrontare oggi. In particolare, la delicatezza della materia, unita alle debolezze strutturali che sono proprie dell’Unione Europea così come oggi è strutturata, rende le soluzioni molto complesse, e sicuramente non riconducibili agli slogan che spesso sentiamo urlare alla tv, o leggiamo su facebook. Questo breve testo cercherà di analizzare la situazione odierna, individuando i punti che necessitano un più urgente intervento da parte dell’Unione e dei suoi Stati membri.

La prima questione che va analizzata quando parliamo di migrazione è quella delle frontiere. Gli Stati membri che hanno creato l’Area Schengen hanno rinunciato alle proprie frontiere interne per creare uno spazio che rendesse effettivo il diritto di circolare liberamente all’interno del territorio degli Stati membri, uno dei diritti fondamentali legati alla cittadinanza europea. Ovviamente, nella creazione di questo spazio, le frontiere esterne (quelle che non sono frontiere con paesi dello Spazio Schengen) diventano le frontiere dell’Unione, e per questo, nella loro gestione, i paesi frontalieri devono essere massimamente efficienti. La pressione migratoria che talvolta subiscono, però, rende questa efficienza molto complessa. Nel Codice Frontiere Schengen è comunque inserito un articolo che prevede, in caso di carenza grave da parte dello stato frontaliero, l’intervento dell’Unione a suo supporto (come è successo con la Grecia).

Alla frontiera terrestre, le autorità di frontiera possono respingere coloro che non soddisfano le condizioni di ingresso, ma questo non prescinde il diritto, per chiunque la necessiti, di richiedere protezione internazionale. Ricordiamo che l’Unione Europea ha adottato, con valore di fonte primaria, la Carta dei Diritti Fondamentali, e si fa portavoce della tutela di questi diritti in tutto il mondo. Il problema legato alla richiesta di protezione è che essa deve essere fatta nel paese in cui si è registrati all’arrivo, quindi, nei paesi frontalieri. Questo non è solo ingiusto nei confronti del migrante, ma è anche un grosso onere per i paesi mediterranei, che vedono spesso il proprio sistema bloccato sotto il peso di eccessive richieste.

Sempre rispetto all’accoglienza, mi sembra fondamentale sottolineare come la solidarietà tra gli Stati membri, insieme all’equa condivisione della responsabilità, non sia solo un atto della benevolenza da parte degli stessi, ma un principio sancito dall’art. 80 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea. La ricollocazione e il reinsediamento sono gli strumenti che l’Unione ha previsto per rendere effettiva la solidarietà, ma ancora molti passi vanno fatti, in questa direzione, per alleggerire gli Stati frontalieri e gestire realmente a livello europeo il problema. Nell’assetto attuale, una volontà politica da parte degli Stati membri è fondamentale per continuare su questa strada.

Se per le frontiere terrestri il respingimento è semplice, come si può agire nelle frontiere marittime? E’ ovvio che un respingimento “di massa” non può avvenire, perché, in questo caso, non si tutelerebbero né coloro che necessitano protezione, né chi, ad esempio, ha bisogno di sostegno particolare, come le vittime di tratta. Non tutti coloro che arrivano nei barconi, infatti, sono persone alla ricerca di migliore fortuna, che si sono affidate volontariamente e consapevolmente ai trafficanti: molte sono vittime di tratta degli esseri umani, e non hanno più in mano il proprio destino, ma sono sfruttate dalle organizzazioni criminali, che le obbligano a lavorare o a prostituirsi, con la violenza.
Se non si possono quindi respingere i barconi, bisogna trovare un modo per accogliere queste persone, anche solo temporaneamente, nei cosiddetti hot spot, per raccoglierne le generalità e comprendere di quale situazione si tratti. Qui il sostegno dell’Unione è fondamentale, perché risulta difficile per un solo paese gestire una pressione migratoria talvolta molto alta. Per questo motivo, l’Unione Europea ha deciso di implementare Frontex, e creare un’agenzia più efficiente e pronta all’azione. Se, a parer mio, questo è molto positivo, la Guardia di Frontiera e Costiera è ancora poco pronta a gestire in maniera realmente efficace le situazioni di emergenza (si è dotata infatti di squadre d’azione immediata di poco più di 1000 unità).

Spesso sentiamo parlare di chiusura delle frontiere interne come della soluzione a tutti i problemi che oggi l’Unione deve affrontare. Le frontiere interne non possono essere chiuse; possono esclusivamente essere ripristinati i controlli di frontiera, in via eccezionale e solo in determinati casi: per minaccia effettiva prevista o per risposta immediata a un attacco, ad esempio, uno Stato può decidere di ripristinarle per un periodo di tempo limitato.
L’altro caso è quello delle circostanze eccezionali che mettano a rischio il funzionamento globale dello Spazio Senza Frontiere Interne: in questo caso, a seguito di carenze gravi da parte dei paesi frontalieri, si può decidere il ripristino in quei punti in cui sembra necessario, per un massimo di 6 mesi, prorogabili fino a un totale di 2 anni. In ogni caso, la chiusura temporanea delle frontiere non sembra la soluzione di lungo termine per la gestione della questione migratoria, soprattutto per i paesi mediterranei, che, in questo modo, si troverebbero chiusi nei loro problemi organizzativi.

Altra questione fondamentale per quanto riguarda la lotta all’immigrazione irregolare è il rimpatrio. Lo strumento del rimpatrio è gestito a livello europeo, ed è previsto, con misure di maggiori tutela, anche per minori e famiglie. Il rimpatrio è gestito in maniera piuttosto dura dall’Unione, ma, in questa sede, è fondamentale sottolinearne principalmente il legame con gli accordi di riammissione con i paesi terzi. Senza questi accordi, infatti, sarebbe impossibile procedere al rimpatrio: se i dialoghi con un determinato paese sono bloccati, sarà impossibile rimpatriare un migrante in posizione irregolare in quel paese. I partenariati di mobilità sono in questo senso fondamentali, in quanto in cambio della concessione di visti (di breve periodo), i paesi terzi promettono sostegno nella lotta all’immigrazione irregolare. Ovviamente lo squilibrio è evidente: ad un appoggio nella lotta all’irregolarità, vengono concessi esclusivamente visti turistici, e questo avviene perché il rilascio dei visti di lungo periodo è competenza esclusiva dello stato- a eccezione di alcune categorie. Gli accordi di partenariato, come tutti quelli siglati dall’Unione Europea, non devono in alcun caso prescindere dalla possibilità di concluderli solo con paesi che tutelano i diritti umani. Ogni accordo con paesi che non li tutelano, infatti, è impensabile visto che l’Unione si fa portavoce e protettrice, a livello mondiale, proprio di questi valori.

Se la migrazione è un rischio per la stabilità dei paesi mediterranei, più Europa risulta non solo una possibilità, ma una vera e propria necessità per questi paesi. La retorica anti europeista è, soprattutto per noi del sud dell’Unione, fuori luogo e insensata. Se lo stato da solo non riesce a gestire la pressione migratoria, come si può pensare che più divisione possa essere la soluzione? L’Italia, la Grecia, da sole, non possono farcela. Solo un intervento più uniforme e strutturato da parte dell’Unione Europea può risolvere la crisi. La pressione dei migranti diminuirebbe in maniera sostanziale se solo fosse condivisa da tutti: condivisione che, ricordiamo, deriva da uno dei principi inseriti nei trattati fondativi. In ogni caso, per un intervento finalmente efficace a livello europeo, è necessaria la volontà politica degli Stati membri, che al momento è rilevabile, ma, a mio modo di vedere le cose, è ancora troppo scarsa.

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