La musica ai tempi dello streaming

Ieri, 18 giugno, Google ha lanciato in Italia la sua piattaforma di streaming musicale: Youtube Music. Il concetto è simile a quello dei concorrenti già presenti su suolo italiano: un vasto catalogo di artisti e brani disponibile dietro il pagamento di un abbonamento mensile o in alternativa gratuitamente con numerosi annunci pubblicitari e svariate limitazioni (prima su tutti, l’applicazione non funziona a schermo spento).

Riuscirà ad avere successo o si perderà in mezzo all’oceano di piattaforme digitali in cui (per ora) primeggia Spotify? È ancora presto per dirlo ma sicuramente otterrà la sua fetta di mercato.
Lo streaming, e più in generale la formula dell’abbonamento, ha stravolto negli ultimi anni il mercato di svariati beni e servizi: basti pensare a Netflix, piattaforma per lo streaming di contenuti di intrattenimento entrata ormai nel cuore e nel portafoglio degli italiani, ma anche al servizio di abbonamento lanciato sperimentalmente in USA da Mercedes che permette ai clienti di usufruire dell’intero parco auto della casa tedesca dietro il pagamento di un abbonamento mensile.

Lo streaming ha cambiato le nostre vite oltre al nostro modo di pensare un po’ all’italiana: perché pagare quando posso avere qualcosa gratis? Società come Netflix e Spotify ci hanno risposto a suon di risultati: un servizio efficiente, un vasto catalogo a disposizione e numerose offerte per condividere il proprio abbonamento con altre persone risparmiando. Gli italiani stanno capendo che pagare per un servizio aiuta a mantenere alta la qualità oltre a combattere la piaga della pirateria e quindi permettendo di rimanere nella legalità.

Tornando all’industria musicale, quali sono gli effetti che ha avuto lo streaming sul modo di fare e ascoltare musica? Quando un mercato viene stravolto purtroppo è normale constatare dapprima gli effetti negativi: il mercato mondiale nell’ultimo decennio ha visto una pesante perdita e un crollo delle vendite fisiche e digitali; i negozi di dischi chiudono, la pirateria dilaga e il mercato fisico diventa sempre più di nicchia.

I mercati tuttavia riescono a rialzarsi: Spotify vede più di 140 milioni di utenti nel 2018 e almeno 50 milioni di abbonati, complice una revisione della versione gratuita dell’applicazione e la stretta ai furbetti che usufruivano di un’applicazione modificata che rendeva gratuite le funzioni a pagamento. Anche Apple Music e Amazon Prime Music contribuiscono ad aumentare i ricavi del mercato mondiale, mentre nuove riforme e società che gestiscono i diritti d’autore sono riuscite a far aumentare i guadagni anche per gli artisti, i più penalizzati finora dalla svolta delle subscription. Nuova linfa al mercato viene anche da un ritorno in auge dei vinili che vengono riscoperti non solo dagli hipster ma da una fetta sempre maggiore di audiofili.

Diamo quindi il benvenuto a Youtube Music, consapevoli che la musica in streaming non è più un servizio appannaggio dei più giovani ma è diventata un nuovo modo per vivere l’esperienza dell’ascolto. Ci sarà tanto ancora da cambiare, ma tutti i segnali che abbiamo ricevuto finora sembrano indicare una nuova visione onninclusiva per ciò che riguarda la scena musicale. L’arte non sarà democratica, ma questa nuova accessibilità potrebbe essere il punto di partenza per un cambiamento radicale nel modo di vedere la cultura stessa.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *