La pace di cui c’è bisogno

Ci troviamo in un particolare momento storico in cui l’attenzione rivolta alla violenza di genere non è mai stata così elevata. I media sono puntati da un lato al numero crescente di femminicidi in diversi paesi, fra cui l’Italia, dall’altro al moltiplicarsi delle manifestazione di quella che può essere definita una nuova ondata di femminismo. Fenomeni quali il “grido collettivo contro la violenza machista”, come si definisce il movimento argentino Ni Una Menos, o l’enorme diffusione dell’hashtag #MeToo, con cui le vittime di abusi sessuali condividono le loro difficili esperienze, testimoniano non tanto un’improvvisa e poco credibile “epidemia” di aggressioni da parte degli uomini ai danni delle donne (come ancora qualcuno si ostina ad interpretarli), tanto quanto una presa di coscienza generale di ciò che succede da sempre. Questi movimenti traggono la loro forza e allo stesso tempo ispirano migliaia di vittime di abusi a trovare il coraggio di denunciare i loro persecutori.

Non c’è dubbio riguardo al fatto che tutto ciò stia finalmente portando alla luce un problema endemico della nostra società, la violenza di genere, che non può più essere ignorato, accettato e coperto, e non si può negare che ci sia ancora molta strada da fare prima di raggiungere un’effettiva parità tra uomo e donna in ogni ambito della vita collettiva; tuttavia, alcune considerazioni devono essere fatte.

Innanzitutto, quando si parla della “nostra” società ci riferiamo a un contesto ben preciso: la porzione di mondo erede della tradizione culturale occidentale, in cui vigono regimi democratici e in cui i livelli di sviluppo economico sono elevati. Le donne protagoniste di questi movimenti, senza nulla togliere al lavoro che stanno svolgendo e all’influenza che esercitano, vivono in paesi in cui è loro permesso uscire di casa da sole (comunque, anche nei paesi più aperti e avanzati, è raro trovare una ragazza che si senta sicura a tornare a casa da sola la sera), sono istruite, hanno la possibilità di trovarsi un impiego (magari guadagnando meno dei loro colleghi uomini) ed emanciparsi. Se vogliamo essere realisti, probabilmente il #MeToo non avrebbe riscosso così tanto successo a livello globale se non fosse stato accusato uno dei più longevi e famosi produttori di Hollywood, se non ci fosse stata la cerimonia dei Golden Globes a cui tutti si sono presentati vestiti di nero, se Oprah Winfrey non avesse tenuto il suo memorabile discorso.

Denis Mukwege e Nadia Murad non provengono da questa realtà. Mukwege, chirurgo congolese di 63 anni, ha fondato una clinica in cui da anni cura le vittime degli stupri di guerra; Muran, attivista di 25 anni appartenente alla minoranza Yazidi, originaria dell’Iraq, è stata una schiava sessuale di un membro dell’ISIS. Il 5 ottobre hanno vinto il Premio Nobel per la Pace.

Negli ultimi 16 anni il dottor Mukwege, specializzato in ginecologia e ostetricia, ha lavorato insieme al suo staff al Panzi Hospital, la clinica da lui fondato nei pressi di Bukavo, nella Repubblica Democratica del Congo. È diventato uno dei massimi esperti a livello mondiale nella cura dei danni fisici causati dallo stupro. Oltre a praticare operazioni chirurgiche in condizioni non esattamente ideali, spesso con scarsa elettricità o anestetico insufficiente, si occupa anche di portare avanti in prima persona le richieste delle vittime di violenza sessuale. “Non è una questione esclusivamente delle donne, è una questione dell’umanità, e gli uomini devono assumersi la responsabilità di farla terminare”, ha affermato in un’intervista. Nel 2012 fu costretto a trascorrere due mesi in esilio in seguito a un fallito attentato contro la sua vita, ma alla fine la volontà di tornare in Congo prevalse sulla prudenza. Il dottor Mukwege ha dedicato il premio a tutte le donne vittime di stupri e violenze sessuali in tutti i paesi del mondo, esprimendo la speranza che le storie delle donne sopravvissute a questi orrori vengano ascoltate e fruttate come insegnamenti.

Nadia Murad è nata e cresciuta nel villaggio di Kojo, nell’Iraq del nord. La minoranza religiosa di cui fa parte deriva da antichi culti mesopotamici e conserva alcuni rituali che si praticavano prima della nascita dell’Islam. Per questo, i miliziani dell’ISIS considerano gli Yazidi pagani e li hanno individuati come uno degli obiettivi del loro programma di pulizia etnica. Quando il villaggio di Murad venne occupato nel 2014, dopo due settimane di assedio, gli uomini e le donne più anziane furono uccisi, i ragazzini furono forzati a entrare a far parte del gruppo terroristico e sottoposti a un lavaggio del cervello, mentre le ragazze più giovani, tra cui Murad, furono portate al mercato degli schiavi e vendute. Fu sottoposta a violenze fisiche e psicologiche tali che lo stupro quotidiano diventò per lei la normalità: per riportare le sue parole, “c’è solo lo stupro e l’apatia che deriva dalla consapevolezza che questa è la tua vita ora”. Dopo qualche mese riuscì a scappare e da allora non si è più fermata. Ha scelto di portare avanti una campagna globale di testimonianza per rendere le persone coscienti del fatto che la violenza sessuale è a tutti gli effetti un’arma di guerra, e per sensibilizzare la comunità internazionale riguardo la situazione degli Yazidi e di molte altre minoranze religiose ed etniche che stanno subendo persecuzioni in ogni parte del mondo. Mentre la maggior parte delle donne sopravvissute preferisce non mostrarsi pubblicamente, durante le interviste e gli interventi che ha tenuto Murad si è sempre rifiutata di coprirsi il volto, e anzi insiste per essere fotografata e identificata, il che l’ha resa un’icona e un punto di riferimento per chi ha vissuto o sta vivendo tragedie simili alla sua.

La presidentessa della Commissione per il Nobel norvegese, Berit Reiss-Andersen, ha spiegato che l’obiettivo della commissione era diffondere il messaggio che le donne sono state e continuano a essere utilizzate come strumento di guerra. Il dottor Denis Mukwege e Nadia Murad sono arrivati a rischiare la loro vita per proteggere vittime e sopravvissuti e per condividere le loro storie con il mondo. Speriamo solo che non rimangano inascoltate.

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