L’Italia dell’odio e del linciaggio

Il 4 dicembre per fortuna è passato e il tanto agognato referendum costituzionale ha dato un esito chiaro e schiacciante. Non deve sorprendere che la campagna referendaria sia stata caratterizzata – oltre che da pochi ma concreti ragionamenti sul merito della riforma – da una infinità di discorsi faciloni per ottenere qualche voto in più alle prossime elezioni, dalla violenta lotta tra i partiti per eliminare il nemico politico, dalle urla cacofoniche delle minoranze ipocrite, dall’arroganza delle maggioranze. Si è parlato insomma tanto di politica senza accorgersi che la Politica da un po’ di tempo altro non è che un concetto inconsistente, svuotato di ogni onore e lode in nome della ricerca del consenso a tutti i costi da una parte, e del linciaggio dall’altra.

Uno dei miei numerosi timori per il post 4 dicembre era quello di ritrovarsi in un Paese diviso e lacerato. Il solito Paese vecchio e stanco che, nonostante tutto, si compiace delle proprie ferite, quasi siano di conforto. E’ impressionante la quantità di rabbia che si è riversata nella campagna referendaria, soprattutto all’indomani dell’esito referendario. E’ vero che non si può dimenticare la tremenda crisi economica e sociale, che non a caso si è trasformata in un secco “No” alle riforme e all’azione del governo Renzi. Un urlo che si è levato forte e chiaro dalla periferie geografiche e soprattutto dagli strati periferici della società e dell’economia italiana.

Il punto è che la Politica è essenzialmente l’arte di canalizzare simbolicamente l’odio e la rabbia per trasformarli in azione, in cambiamento. Quella che si è invece manifestata è una rabbia fine a se stessa, il rifiuto di far seguire a un disagio e a una richiesta di cambiamento una reale alternativa. In tutta onestà, era ovvio che il referendum non sarebbe stato (solo) sulla riforma costituzionale. Renzi aveva fatto troppo – giusto o sbagliato che sia stato – ed è noto che quando si decide, quando si sceglie, qualcuno è d’accordo, altri meno. E’ la democrazia.

Il dubbio che però mi sorge spontaneo è che la dura bocciatura del governo e il forte desiderio – poi esaudito – di cacciare Renzi altro non siano stati che l’ennesima pratica auto-assolutrice che il popolo italiano di tanto in tanto sfodera nel tentativo effimero di ripulirsi la coscienza. Per tutto il periodo della “Prima Repubblica” il conflitto tra partiti di massa si sviluppava in verticale: la DC con tutte le sue articolazioni politiche, sociali ed economiche contro il PCI con tutte le sue diverse articolazioni.

Dopo il ’92 e dopo Tangentopoli è accaduto che la discesa in campo di Berlusconi ha spostato la linea di conflitto lungo un inedito asse orizzontale: la società cosiddetta “civile” contro tutta la politica. Il problema è che tutti, anche le opposizioni della sinistra e non solo, lo hanno drammaticamente seguito. E ora siamo arrivati all’idea becera che l’attività politica sia conflitto, delegittimazione, spettacolo, insulto. Chi parla con l’avversario, chi riconosce le sue ragioni o i suoi diritti, chi cerca di trovare una sintesi dalle diverse posizioni è un traditore.

Abbiamo dimenticato che la condizione necessaria della democrazia è il riconoscimento dell’altro. E’ un gioco alla distruzione, ma non quella dei partiti – loro continueranno a vivere nelle loro stanze – ma della Politica. Non siamo una democrazia consensuale seguendo le argomentazioni di Lijphart, bensì una democrazia conflittuale (Pasquino, 2002). Non si cerca cerca un punto di sintesi e compromesso, ma ci si compiace delle divisioni nette e delle insanabili divergenze, che vengono costantemente alimentate e rimarcate. E’ una tendenza alla perenne e incessante conflittualità tra i partiti prima di tutto, e poi tra queste entità – sentite come lontane dal popolo – e il popolo stesso.

Il tutto non può che essere condito con una pericolosa tendenza alla punizione, portata avanti da ampi settori della società – soprattutto da una certa informazione – che vede nella gogna per il politico e nello sciacallaggio un momento di catarsi. E quella che viene proposta è un po’ la visione fanciullesca del popolo ingenuo e puro, costretto a subire le angherie e  le vessazioni della “casta”, dei politici tutti. E non suscita più indignazione il fatto che, ad esempio, un gruppo di balordi “arresti” e trascini via un certo Osvaldo Napoli – ex parlamentare, attualmente consigliere comunale a Torino – di fronte a Montecitorio, con l’accusa di essere uno della “casta” e di conseguenza un traditore del popolo italiano. Poco importa che i giornali si divertano a delegittimare in modo barbaro i personaggi politici in un gioco alla ridicolizzazione e all’insulto di tutto ciò che è politica senza se e senza ma.

Del resto, anche gli ingenui cittadini si sentono oramai autorizzati a seguire questo tipo modus pensandi. In televisione tutti fanno così, nei blog tutti fanno così, nei giornali tutti scrivono così. E’ ampia la lista dei capi popolo e degli aspiranti tribuni della plebe specializzati in urla, turpiloquio e tifo da curva sud.  La parola d’ordine è semplificare e semplificare, anche a costo della verità. La parola d’ordine è abbattere tutto e tutti, poi si vedrà.

In questo clima, non può sorprendere che, al netto delle valutazioni tecniche sul merito della riforma, la voglia di scontro, la voglia di cacciare il tiranno, la voglia di punire la “casta” siano state e continuino ad essere così eccitanti. Lo dico sinceramente: sento puzza di già visto, sento aria di 1992 e di Tangentopoli, di collasso delle istituzioni. Ed è proprio su questo collasso che sperano di bivaccare i vari Salvini, Grillo e Meloni, così come avevano bivaccato Berlusconi e Forza Italia.

Una cosa da quegli anni però l’abbiamo imparata: le “persone comuni” non sono necessariamente e automaticamente migliori dei governanti che hanno eletto. Anzi, spesso ne sono la rappresentazione fedele, con l’aggravante della presunzione di innocenza e verginità naturale. Una convinzione questa di per sé distruttiva perché manipolabile e autoreferenziale. Sentirsi a prescindere contro il potere, contro la politica è facile e gratificante, e fa raccogliere consensi. Più difficile è saper individuare i problemi e le criticità, e provare a risolverle. Più difficile è saper governare, e farlo bene. La Politica, insomma, quella vera, è tutto un altro paio di maniche.

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