La poltrona più ambita

Lo scorso 26 maggio si sono tenute le elezioni per rinnovare il parlamento europeo. Diversamente dalla precedente tornata del 2014, in cui era stata registrata la vittoria della famiglia politica Ppe, le ultime votazioni hanno mostrato dei rapporti di forza mutati e degli equilibri instabili.

Distribuzione dei seggi del nuovo parlamento (aggiornata al 20 giugno) Fonte: Parlamento europeo

I Popolari si riconfermano partito di maggioranza, ma in questo caso relativa, grazie alle vittorie ottenute in Germania, Austria, Romania, Bulgaria e Grecia. A loro volta sono seguiti dal gruppo Socialista, che nella penisola iberica, merito anche alla figura del nuovo primo ministro Pedro Sanchez, ha trovato il principale sostenitore del gruppo politico. Per concludere i Liberali, i quali hanno ottenuto buoni risultati in Repubblica Ceca ed Estonia. Come si evince dai numeri è necessario un accordo tra tutte e tre le maggiori famiglie politiche per giungere alla nomina del successore dell’ex premier lussemburghese Juncker.

La rosa dei candidati

Nel 2014 per nominare Juncker è stato utilizzato il metodo degli spitzenkandidaten, che attribuisce al partito di maggioranza la facoltà di indicare il presidente della Commissione europea. Tuttavia, nel fronte europeista, Macron in primis, c’è poca voglia ad utilizzare questo metodo, perché il Consiglio europeo si vedrebbe privato di un potere – la nomina del presidente – che verrebbe trasferito al Parlamento europeo. L’altro motivo che rende i gruppi poco inclini ad utilizzare la formula del capolista è la mancanza di volontà nel concedere un ruolo di prim’ordine ad una fazione ferma ad appena il 24% delle preferenze, ragion per cui sarà difficile vedere il tedesco Manfred Weber, ex capogruppo del Ppe, succedere a Juncker. Nonostante questo, c’è piena consapevolezza della necessità di un accordo tra tutte e tre le parti in gioco per poter nominare un nuovo presidente.
Il braccio di ferro si consuma principalmente all’interno del Consiglio europeo, dove Francia e Germania si scontrano sui candidati alla presidenza della Commissione. Archiviata la candidatura di Weber – dello stesso partito della Merkel – e a cui Macron non è favorevole per la poca esperienza, è probabile che vengano messe da parte anche le candidature del socialista olandese Timmermans e della liberale danese Vestager, sebbene rispetto a Weber siano entrambi profili di maggior competenza.
L’ex vicepresidente della Commissione europea, Frans Timmermans, aveva lavorato negli ultimi anni ad un piano di gestione del fenomeno migratorio in collaborazione con l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza. Il piano prevedeva accordi con sette paesi dell’area africana – Tunisia, Libia, Mali, Niger, Etiopia, Senegal e Nigeria – e Giordania e Libano, oltre all’allocazione di risorse economiche che negli anni a seguire avrebbero potuto attrarre maggiori investitori: l’obiettivo era replicare quanto avvenuto nell’Ue.
La radicale Margrethe Vestager, ex presidente della Commissione europea alla concorrenza, nel triennio 2016-2018 ha dato filo da torcere alle principali aziende tecnologiche più ricche del mondo, Facebook, Google, Amazon e Apple, tutto secondo lo spirito dell’Ue di ampliare quanto più possibile la concorrenza e ridurre i monopoli – su cui si basano le inserzioni nel motore di ricerca Google, pubblicità fattibile solo per chi riesce a pagare ingenti somme di denaro – e allo stesso tempo a far rispettare alle grandi multinazionali le leggi europee, a partire dal pagamento delle tasse – come è avvenuto con la multa di 13 miliardi di euro arretrati per la Apple, che ha una sede legale in Irlanda per la quale pagava solo lo 0,005 per cento di tasse.
Altro nome che gira sul tavolo delle trattative è quello del francese Michel Barnier – molto gradito a Macron – che nell’ultimo periodo ha guidato i negoziati della Brexit per conto dell’Ue. Anche lui uomo di grande esperienza politica in Francia e in Europa, sarebbe potuto diventare il nuovo presidente della Commissione nel 2014, ma il Ppe gli preferì Juncker. La sua carriera sembrava chiudersi allora, ma nel 2016, a seguito del referendum, il lussemburghese gli concesse la nuova vetrina, un’opportunità che il francese Barnier è riuscito a cogliere al volo.
Quello delle nomine è un terreno molto delicato considerato che tutti e tre i gruppi, soprattutto Ppe e Alde godono del potere di veto che potranno utilizzare anche per la nomina del presidente del Consiglio europeo. Affinché tutto vada a buon fine, il Consiglio dovrà esprimersi con la maggioranza qualificata del 65 per cento, vale a dire 21 Paesi su 28, e Popolari e Liberali possono contare da soli 17 voti (9 i primi e 8 i secondi), ai quali potrebbero unirsi in seguito quelli di Stati non appartenenti a queste famiglie, come Regno Unito ed Italia.

La carta italiana

Come più volte sarà capitato di leggere dai giornali, l’Italia sarà isolata nella prossima legislatura europea poiché principalmente la Lega fa parte del gruppo partitico dell’opposizione. Oltre questo bisogna aggiungere che lo stivale perderà ben tre delle principali sei cariche dell’Unione Europea: l’Alto rappresentante per gli affari esteri Federica Mogherini sarà sostituita, così come il presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani – del cui successore si discuterà il 2 luglio – ed il presidente Mario Draghi, che lascerà tra qualche mese la sede di Francoforte.
Eppure, per un’Italia sempre meno credibile economicamente e che aspetta il verdetto del Consiglio dei ministri delle Finanze previsto per il 9 luglio, sembra che un nome da giocare in Europa ci sia: tra i probabili candidati a prendere la sedia di Donald Tusk, è stato proposto l’ex primo ministro Paolo Gentiloni.

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