La Psicologia delle folle tra presente e passato

“L’insieme dei caratteri comuni imposti dall’ambiente e dall’ereditarietà a tutti gli individui di un popolo costituisce l’anima di questo popolo. Tali caratteri sono di origine ancestrale e pertanto molto stabili. Ma quando, sottoposti a diversi influssi, un certo numero di uomini si trovano momentaneamente riuniti, l’osservazione dimostra che ai loro caratteri ancestrali si aggiungono caratteri nuovi, profondamente diversi, a volte, da quelli della razza (con il termine “razza” Le Bon intende “nazionalità”. Non a caso nel corso dell’opera si utilizzano le terminologie di “razza spagnola”, “razza francese” e via discorrendo, ndr). Il loro insieme costituisce un’anima collettiva possente ma transitoria. Le folle hanno sempre avuto nella storia una parte importante, ed oggi (scrive nel 1895, ndr) più considerevole che in qualsiasi altra epoca. L’azione inconscia delle folle, sostituendosi all’attività cosciente degli individui, rappresenta una delle caratteristiche del nostro tempo”.

Inizia con questa premessa la “Psicologia delle folle”, opera dell’antropologo, psicologo e sociologo francese Gustave Le Bon, pubblicata per la prima volta più di un secolo fa a Parigi. Nonostante questo dato temporale, che indurrebbe a pensare a quest’opera come eccessivamente remota, la Psicologia delle folle risulta essere ancora attuale e, soprattutto, molto utile per comprendere non pochi meccanismi messi in atto non solo dai governanti del passato, ma, con maggiore cautela, anche dai governanti del presente. L’obiettivo di questo articolo non è certamente quello di recensire o analizzare in maniera completa ed esaustiva l’opera di Le Bon nella sua interezza, bensì portare all’attenzione alcuni elementi apparsi interessanti durante la lettura di quest’ultima e riportare, in maniera più sintetica possibile, l’importanza che ha esercitato nel passato e le possibili affinità e influenze riscontrabili nel presente.

La Psicologia delle folle è un lavoro che porta con sé numerosi limiti scientifici, a volte anche terminologici: bisogna, sin da subito, tenere presente che l’utilizzo del termine “folla” è caratterizzato da un’accezione estremamente negativa. Per questo e per altri motivi, non pochi autori hanno prodotto confutazioni e critiche nei confronti di Le Bon, tra cui Adorno e Horkheimer. Nonostante tali limiti, quest’opera ha suscitato un grande interesse, anche per alcune celebri personalità storiche come Benito Mussolini, Adolf Hitler e Vladimir Lenin. Questi personaggi erano mossi, molto probabilmente, dalla volontà/necessità di comprendere in maniera approfondita il comportamento, le opinioni, le credenze delle masse e le relative tecniche di manipolazione. Ad esempio, per comprendere l’importanza dell’opera di Le Bon nella costruzione del consenso operata da Benito Mussolini, basta riprendere alcune frasi e considerazioni espresse da quest’ultimo. Mussolini infatti riteneva il sociologo francese “uno degli uomini che più avevano onorato l’umanità”. Inoltre, nel 1926, in un’intervista concessa alla rivista francese “La science et la vie”, dichiarò di aver letto l’intera opera di Le Bon più volte, definendola “un’opera capitale”. Naturalmente, il reale impatto della Psicologia delle folle sulle azioni politiche e comunicative messe in atto durante il fascismo non è misurabile, ma prendendo in esame alcune considerazioni del sociologo francese pervengono alla mente non poche suggestioni.

Le Bon considera “naturale” la propensione delle folle ad ubbidire, paradossalmente, a governanti dai tratti maggiormente autoritari; la spiegazione di questa inclinazione può essere rinvenuta nella “esigenza di sicurezza” di hobbesiana memoria. Le Bon, inoltre, riflette circa gli “istinti conservatori”, contrari al cambiamento e alla novità, che la folla ha insita in se stessa. Ambedue le considerazioni sono state analizzate con attenzione da Mussolini e tradotte in strategie concrete durante l’arco del suo potere. Ma per comprendere a fondo l’attualità delle tesi del sociologo francese occorre soffermarsi su una delle sue riflessioni più importanti: Le Bon sostiene, nel corso della sua analisi, che anche se l’individuo considerato nella sua unicità può essere ritenuto in qualche misura “razionale”, quando più individui, in un certo spazio e tempo, si uniscono e formano una “folla”, essi perdono la loro razionalità e agiscono per fattori dettati dall’istintualità. Come conseguenza di ciò le folle si lasciano influenzare da suggestioni, simboli e immagini. È dunque il lato emotivo a prendere il sopravvento. Alla luce di questo aspetto, un oratore, tramite determinate tecniche, può condurle dove desidera. Mussolini mise in atto una strategia comunicativa ante litteram diretta proprio in questo senso.

Se pensiamo ad oggi, la situazione non pare molto distante: il ruolo e l’importanza delle emozioni nelle scelte di voto, ad esempio, è sempre più crescente. In particolare in quella parte di elettorato cosiddetto “indeciso”, che si rivela in molti casi “decisivo”. I leader politici di oggi cercano di creare, prima di tutto, suggestione e coinvolgimento emotivo nell’elettorato. Una chiara strategia comunicativa che riprende questi aspetti è la cosiddetta “call to action”, che lega all’ambito emozionale l’attivismo e la partecipazione degli elettori o utenti (se ci troviamo in piattaforme web e digitali).

Anche se gli elementi emotivi, essendo tratti naturali dell’uomo, hanno sempre trovato la loro importanza in politica, appare ormai lontana l’epoca in cui gli elettori venivano conquistati (in misura maggiore rispetto a oggi) in base alle divisioni ideologiche e in base alle diverse visioni del mondo e della società. La competizione, dunque, si sposta sempre più sul versante “irrazionale” della politica. Il che naturalmente espone a molteplici rischi la qualità di una democrazia. In uno scenario di questo tipo, dunque,  può essere utile approfondire la conoscenza di uno dei grandi classici della psicologia sociale, anche allo scopo di diventare cittadini maggiormente consapevoli.

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