La rivoluzione marginalista nello studio dell’economia

John Neville Keynes, economista e filosofo inglese nonché padre di John Maynard Keynes, sentì il bisogno di scrivere ne “The Scope and Method of Political Economy”, opera pubblicata nel 1891, dell’importanza di distinguere l’economia come “scienza” dall’economia come “arte”. Questa distinzione aveva l’obiettivo di esortare gli economisti che si imbarcavano in ricercate analisi tecniche sempre più astratte a non perdere di vista l’aspetto sociale dell’economia, vale a dire a non trascurare il fatto che qualsiasi studio economico viene sempre sviluppato a partire da una data situazione sociopolitica e da una precisa visione del mondo.

Come mai J. N. Keynes nel 1891 fa questo distinguo? Durante gli anni 70 del XIX secolo i lavori di tre economisti, l’inglese William Stanley Jevons, l’austriaco Carl Menger e il francese Léon Walras, superando i cosiddetti “classici” come Adam Smith, David Ricardo e Karl Marx, rivoluzionarono lo studio della materia edificando la moderna economia tradizionale. Come scrive Mariana Mazzucato nel suo ultimo libro “Il Valore di tutto. Chi lo produce e chi lo sottrae nell’economia globale” i prodromi di quella che passerà poi alla storia come “rivoluzione marginalista” sono l’evoluzione della scienza matematica e il contesto sociopolitico del tempo. Dunque, da un lato “lo sviluppo delle scienze naturali e della matematica incoraggiò i tentativi di fondare l’economia su una simile base “scientifica”, in polemica con quelli che iniziavano a essere visti come esercizi più “letterari” degli economisti politici” scrive Mazzucato, dall’altro la teoria del valore lavoro marxiana e la nascita di movimenti socialisti portava alla ribalta le disuguaglianze tra capitalisti e proletari ed appariva dunque quanto mai necessaria una nuova costruzione economica che legittimasse lo status quo.

Qui di seguito ne elenchiamo le caratteristiche principali. In primo luogo, la “rivoluzione” introdotta negli anni 70 non poteva che passare per una riformulazione di quella teoria del valore spiegata in primo luogo da Smith, poi da Ricardo, e infine da Karl Marx. Secondo i marginalisti, il valore di un bene non dipende più, come per gli economisti classici, dalla quantità di lavoro che è stata impiegata per realizzarlo, e dunque da una misura oggettiva, ma dall’utilità che il consumatore trae dal possedere l’oggetto, cioè da un criterio soggettivo. Un determinato bene non ha un valore per sé, ma ha valore se e solo se risponde a una domanda di consumo. Dunque, il prezzo dei beni riflette l’utilità che viene loro assegnata dai consumatori. Di conseguenza, soltanto qualcosa che ha un prezzo ha valore. Il centro dell’attenzione si sposta radicalmente dall’indagine dei processi produttivi allo studio della domanda e del consumo.

Inoltre, utilizzando il calcolo infinitesimale matematico, nasce il costrutto dell’”utilità marginale”, che è strettamente legato al concetto di scarsità. Si afferma che l’utilità marginale dell’avere un determinato bene a disposizione decresce all’aumentare della quantità del bene posseduto: ad esempio, il primo bicchier d’acqua per una persona estremamente assetata che si trova in mezzo al deserto ha un’utilità marginale altissima, mentre i successivi presenteranno una decrescente utilità all’aumentare della quantità. Dopo tanti bicchieri d’acqua, l’utilità marginale del singolo bicchiere sarà pressoché nulla.

Quando un consumatore considera il prezzo di un determinato bene maggiore rispetto all’utilità marginale che ne deriverebbe dal comprarlo, ci troviamo in una situazione di equilibrio. Per la prima volta viene introdotto nello studio dell’economia il concetto di equilibrio, una novità che dipinge il funzionamento del capitalismo in modo armonioso e pacifico, qualcosa di radicalmente diverso dalla lettura marxiana piena di contraddizioni e disequilibri. Chiunque abbia frequentato anche solo un corso di microeconomia, si renderà conto che questo modo di ragionare in termini di utilità marginale e di equilibrio informa praticamente tutti i concetti basilari della materia.

Tuttavia, come scrive Mazzucato nel suo libro, “quando gli studenti studiano microeconomia in aula (per esempio come si determinano i prezzi, includendo i salari), non viene detto loro che si tratta soltanto di uno dei tanti differenti modi di pensare il valore. Per quanto li riguarda, è l’unico modo; e, di conseguenza, non c’è bisogno di usare la parola valore. Il termine, in sostanza, scompare dal discorso. Si tratta semplicemente di Microeconomia I”.

A questo punto, potrebbe sorgere una domanda. Se il valore di un determinato bene corrisponde all’utilità marginale che i consumatori gli attribuiscono, dunque un criterio puramente soggettivo, come si sposa questo costrutto con le infinite diverse soggettività degli uomini? Per rispondere a questa domanda e risolvere il problema è necessaria un’assunzione di fondo: gli esseri umani devono essere unidimensionali, tutti uguali. Nasce, a questo scopo, il costrutto dell’homo oeconomicus, una persona astratta perfettamente razionale che, ogniqualvolta messo di fronte a una situazione in cui deve prendere una decisione, è in grado di calcolare ed ottimizzare la sua utilità.

Con l’assunzione di fondo dell’homo oeconomicus, lo studio dell’economia a partire dalle concrete circostanze storiche sociopolitiche, che è la cifra dello studio degli economisti classici Adam Smith, David Ricardo e Karl Marx, viene apertamente sfidato. Se gli economisti classici prendevano in considerazione come attori principali le classi sociali, cioè lavoratori, capitalisti e proprietari terrieri, la teoria marginalista sposta l’attenzione verso i singoli individui, vale a dire consumatori da una parte e produttori dall’altra, investigati in un quadro avulso dalla realtà sociale e politica.

Nasce da questa assunzione una disciplina economica radicalmente diversa da quella teorizzata dai classici. Lo scienziato economico potrà cimentarsi nello studio di una materia che diventa, utilizzando il famoso termine inventato da Karl Polanyi, “disembedded” dalla realtà sociale. Di conseguenza, l’economista, secondo i marginalisti, potrà assumere una posizione neutra, tecnica, estranea alla sua personale visione del mondo. Questo mette in posizione subordinata qualsiasi aspetto normativo, infatti, come scrive Walras in “Elementi di economia politica pura”, opera pubblicata nel 1883, “la caratteristica di una scienza propriamente detta è la totale indifferenza a qualunque conseguenza, vantaggiosa o svantaggiosa, del suo attaccamento al perseguimento della pura verità. “Indifferenza” e “pura verità” sono le parole chiave e la frattura con i classici non potrebbe essere più grande.

E’ certamente vero che questa rivoluzione nell’approccio allo studio dell’economia conferisce obiettività, replicabilità e scientificità allo studio dell’economia. Tuttavia, la figura dell’homo economicus calcolatore razionale di utilità è irrealistica e molto lontana dalla natura umana. Riprendendo la distinzione operata da J. N. Keynes tra “arte” e “scienza” dell’economia, è fondamentale non perdere mai di vista come, nello studio dell’economia e in tutte le scienze sociali, non si possano mai isolare concetti astratti dalla realtà sociale. Anche la teoria marginalista, che mirava a fare dell’economia una scienza pura e tecnica, nasce e si impone, come spiegato nelle prime righe, in un preciso momento storico e risponde a determinati stimoli.

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