La tragedia silenziosa dei popoli indigeni

“L’intervento dell’essere umano sulla natura si è sempre verificato, ma per molto tempo ha avuto la caratteristica di accompagnare, di assecondare le possibilità offerte dalle cose stesse. Si trattava di ricevere quello che la realtà naturale da sé permette, come tendendo la mano. Viceversa, ora ciò che interessa è estrarre tutto quanto è possibile dalle cose attraverso l’imposizione della mano umana, che tende ad ignorare o a dimenticare la realtà stessa di ciò che ha dinanzi.”

Con queste parole il Santo Padre nel maggio 2015 componeva la sua Enciclica Sulla Cura della Casa Comune: Laudato Si. Pur non essendo un’assidua credente, è necessario dire che la lettura di questi “pensieri lunghi” di Papa Francesco sono di una vitale importanza, per la presa coscienza della situazione in cui si trova la nostra società, le nostre istituzioni e soprattutto la nostra casa comune: Madre Terra.

L’ambientalismo è oggigiorno un settore d’interesse sempre crescente quanto di difficile azione. Come si legge, ad esempio, dal saggio a cura di Emilio Viano e Marco Monzani “Madre terra è stanca”; per poter implementare i principi recepiti dalla Conferenza di Rio de Janeiro del 1992 e permettere l’avanzamento di un progetto di sviluppo economico e sociale sostenibile, “che non rechi danno all’ambiente e alle risorse naturali”, l’Unione Europea ha individuato nel suo programma politico di azione tre requisiti fondamentali:

  1. Modificare l’atteggiamento generale della collettività come quello del consumatore individuale
  2. Ottimizzazione del riutilizzo e del riciclo nei cicli di produzione dalle materie prime ai prodotti finiti
  3. Razionalizzare la produzione e il consumo di energia

Non servirà certo aggiungere, per qualsiasi lettore un po’ consapevole che i punti suddetti si sono risolti in un nulla di fatto. La riflessione dei criminologhi si muove perciò dal primo dei requisiti fondamentali e ci sembra corretto ripartire da qui: l’educazione del consumatore.

Cominciamo con degli esempi:

Usina De Bello monte.  È un progetto che nasce nel 2011 per la costruzione della terza diga più grande del mondo nello stato del Parà, Brasile. L’impatto ambientale di questa costruzione, come riporta attentamente il The Guardian, si riverserà sulle specie animali, vegetali ma soprattutto sulle popolazioni indigene. Si stima che con il progetto Usina De Bello Monte verranno deviati 14 milioni di litri d’acqua dal fiume Xingu, troveranno l’estinzione almeno nove specie di pesci rari e più di 6000 famiglie, per un totale di oltre 20.000 persone saranno costrette all’allontanamento: Munduruku, Juruna, Kayapo, Xipaya, Kuruaya, Asurini, Parakana, Arara sono tra i nomi delle tribù che si vedranno private della loro terra e saranno costrette a migrare. E le lotte, le proteste, le manifestazioni, le minacce di morte subite da questi popoli sembrano essere poi, in realtà, un fenomeno che si estende a macchia d’olio per tutta l’America Latina.

Guaraní Kaiowá. Questo è invece il nome di una popolazione indigena proveniente dal Mato Grosso do Sul, sempre in Brasile. Repubblica riporta la testimonianza del loro leader Ladio Veron, che ha deciso di intraprendere un viaggio in Europa per raccontare la situazione che il suo popolo sta vivendo. I Guaraní sono passati infatti dall’esser proprietari di 8 milioni di ettari di terra a possedere uno 0,2 % di quel territorio che originariamente gli spettava. L’impossessamento dei terreni dei Guaraní è avvenuto per la creazione di allevamenti e monocolture di soia, eucalipto e canna da zucchero e non ha rispettato in alcun modo i loro diritti umani.

Il 13 giugno 2007 le Nazioni Unite adottano difatti la “Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Popoli Indigeni” in cui si riconosce il diritto di questi popoli all’autodeterminazione, al perseguimento libero dello sviluppo economico, sociale e culturale. Si riconosce il diritto a vivere in libertà, pace e sicurezza e ancora all’articolo 10 si statuisce:

I popoli indigeni non possono essere spostati con la forza dalle loro terre o territori. Nessuna forma di delocalizzazione potrà avere luogo senza il libero, previo e informato consenso dei popoli indigeni in questione e solo dopo un accordo su di una giusta ed equa compensazione e, dove possibile, con l’opzione del ritorno.”

La Dichiarazione ribadisce poi, in moltissimi articoli, il dovere dei singoli Stati nel predisporre gli strumenti atti a garantire il rispetto di questi diritti. Inoltre ribadisce la garanzia di coinvolgimento delle popolazioni indigene nei procedimenti amministrativi, giuridici e politici che li interessano, anche attraverso un rappresentante e considerando le loro istituzioni decisionali; con la necessità di servizi di traduzione o interpretariato qualora risulti necessario.

Considerando con amarezza che questi diritti fondamentali ribaditi dalla UNDRIP non vengono, il più delle volte, rispettati e aggiungendo che alla Dichiarazione del 2007, spinti dalla paura di insurrezioni indipendentiste, Usa, Australia, Nuova Zelanda e Canada, votarono contro; capiamo che in realtà c’è una singolare gerarchia fittizia costruita tra gli individui per cui evidentemente i popoli indigeni dovrebbero avere meno diritto all’autodeterminazione di noi. Capiamo, tornando al famoso primo requisito fondamentale che avevamo elencato, che vi è una totale mancanza nell’educazione del consumatore individuale; e nella sua consapevolezza circa le conseguenze che lo sviluppo legato al capitalismo sfrenato comporta.

Credo sia nostra responsabilità prender atto della questione e fare qualcosa; o perlomeno sapere, ad esempio, che l’Occidente ha una domanda così elevata di legno per cui nel sud del Cile i nativi lottano senza sosta da anni per tentare di arginare il fenomeno di arboricoltura che la nostra frenesia ha generato. Giorno dopo giorno si verifica la distruzione capillare delle foreste locali con l’obbiettivo di favorire la coltura di alberi, non autoctoni, il cui legno ha la capacità di crescere ben più rapidamente, ed è, di conseguenza, velocemente esportabile. La c.d. maledizione delle risorse contagia l’intero globo e se ne fa esempio primario il Sierra Leone; lo stato si attesta difatti come il paese più ricco del mondo in termini di risorse naturali di diamanti e i cui 2/3 della popolazione vivono con una media di 1,25 dollari al giorno.
Lo sviluppo economico incondizionato ai danni dell’ambiente è solo uno dei lati di una medaglia, interamente negativa, poiché dall’altro vi è la prepotente convinzione che lo sfruttamento senza sosta sia l’unica chiave di lettura della Terra, mentre forse, quelle popolazioni indigene che ancora fanno del territorio una culla ancestrale di valori, spiritualità e sacralità hanno capito qualcosa in più, e sono più vicine, all’Enciclica sulla Cura della Casa Comune, di noi, civilizzati, cattolici, occidentali.

Come ribadisce Papa Francesco:

“Se noi ci accostiamo alla natura e all’ambiente senza questa apertura allo stupore e alla meraviglia, se non parliamo più il linguaggio della fraternità e della bellezza nella nostra relazione con il mondo, i nostri atteggiamenti saranno quelli del dominatore, del consumatore o del mero sfruttatore delle risorse naturali, incapace di porre un limite ai suoi interessi immediati.”

 

 

 

 

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