La trappola dell’isolazionismo

Il 12 febbraio 2018 il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato che attuerà un piano di rinnovamento infrastrutturale all’interno degli Stati Uniti: è un progetto che voleva già inaugurare nel giugno del 2017, salvo poi il verificarsi di rinvii (dovuti soprattutto alle rimostranze dei democratici).

Questo programma di riammodernamento dovrebbe costare intorno ai 200 miliardi di dollari e, prevedendo il dissenso del Congresso, Trump ha già in mente un modo molto semplice per recuperare i soldi necessari: introduzione di un metodo di finanziamento in cui partecipino anche i privati in modo da non lasciare tutto sulle spalle dei fondi federali; tagli alla sanità, alla cultura e alle associazioni umanitarie; riduzione del coinvolgimento nelle operazioni internazionali; accordi commerciali bilaterali sull’import da attuare verso quei Paesi che commerciano con gli Stati Uniti a condizioni davvero unfair.

Ecco fatto!

Quando, nel 2017, gli Stati Uniti sono riusciti ad ottenere un accordo grazie al quale avrebbero dato 600 milioni di dollari in meno alle Nazioni Unite per le operazioni di pace, Nikki Haley aveva detto We’re only getting started!. Beh, non si può dire che avesse torto.

Infatti, il tycoon ha deciso che è ora di concentrarsi esclusivamente sugli USA. Per farlo, è importante essere meno impegnati all’estero: il presidente Trump ha infatti dichiarato che quei 7.000 miliardi di dollari dati al Medio Oriente sono stati “spesi stupidamente”, e l’intento è quello di essere ancora meno partecipativi quando si tratta di operazioni che coinvolgono le Nazioni Unite: già nel contesto del G5 del Sahel gli USA avevano preteso di finanziare le operazioni militari con accordi bilaterali che coinvolgessero direttamente i Paesi africani, senza che l’egida delle Nazioni Unite pendesse sui loro affari, e adesso tocca a Iraq e Libano. Gli USA si rifiutano, infatti, di partecipare alla ricostruzione dello stato iracheno, e vogliono tagliare del 42% – dati diffusi da Al Jazeera – i finanziamenti destinati all’UNFIL (UN Force in Lebanon).

 

Ora, a voler pensar male, questo trumpiano impeto innovatore capita giusto un po’ troppo vicino alla risoluzione ONU sulla questione di Gerusalemme: quando le Nazioni Unite si sono mostrate contrarie alla volontà statunitense di avvalersi del Jerusalem Act per spostare l’ambasciata statunitense a Gerusalemme, gli USA avevano risposto con rinnovate minacce di riduzione dei finanziamenti, e in effetti questo è accaduto.

 

Oltre che restare a bocca aperta, dovremmo fermarci e riflettere su alcune questioni, e anche in quel caso, purtroppo, avremmo più domande che risposte. Alcune delle domande potrebbero essere queste: come è possibile che proprio ora le Nazioni Unite non riescano ad attuare un piano comune? Come è possibile che, nel 2018, emerga la paura di una nuova guerra nucleare? Come sarà possibile, per gli Stati occidentali, affrontare un sempre maggiore legame tra Cina, Medio Oriente e Africa?

Date le ultime dichiarazioni di Trump, tutte queste domande sono pertinenti perché hanno un fattore comune: le minacce con le quali ci confrontiamo vengono quotidianamente alimentate dalle azioni del presidente della Stato che, per risorse economiche e militari, dovrebbe essere il faro dell’Occidente. In seguito alla Seconda Guerra Mondiale sembrava che tutti avessimo imparato la lezione che, quando un polo di forza cerca di imporsi su un altro, è difficile che la soluzione si trovi senza conflitto.

 

La domanda che più mi preme fare sarebbe indirizzata a Trump: Presidente, hai capito che non siete più i soli?

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