La vittoria del doppio No

L’esito finale del Referendum Costituzionale si attesta sul 40,88% per il Sì e 59,11% per il No. A questo dato va inevitabilmente affiancato il dato dell’affluenza, che si attesta al 68%. È una percentuale molto alta sia quella che consegna la vittoria al No, sia quella circa l’affluenza. Quest’ultima mostra come la cittadinanza si sia mobilitata ampiamente attorno ad una questione fondamentale per la vita democratica del nostro paese. L’obiettivo di questo articolo è ricercare le motivazioni principali che hanno consentito al No di vincere, in maniera molto netta, la disputa referendaria.

La prima motivazione riguarda esclusivamente la Riforma, dunque il “No nel merito”. È importante chiarire questo punto. Il dibattito sul merito della Riforma c’è stato ed ha coinvolto illustri costituzionalisti, politologi ed esperti in generale, un dibattito che ha coinvolto anche la società civile. Questo discorso vale per entrambe le fazioni, è importante prendere atto di questo impegno, ora che le dinamiche politiche hanno preso inevitabilmente il sopravvento. È necessario attestare il ruolo del dibattito che è stato portato avanti, prima di tutto perché bisogna valorizzare un momento culturale di confronto che, magari al di fuori delle più note fonti di informazione, si è sviluppato nel periodo precedente al 4 dicembre. La chiara vittoria del No ha inoltre dimostrato come la Costituzione del 1948 sia vista dalla popolazione come “collante sociale”, elemento unificatore di un paese diviso da molti punti di vista. La dialettica utilizzata dal Presidente del Consiglio si è andata sviluppando in contrapposizione al carattere consociativo che ha permeato l’azione dell’Assemblea Costituente 68 anni fa e questo sembra aver provocato effetti “difensivi” negli elettori. La scelta ragionata riguardo l’approvazione o il respingimento della Riforma sembra avere superato le logiche di allineamento partitico in particolar modo per quanto riguarda gli elettori del Partito Democratico (1 su 4 ha votato No) e gli elettori di Forza Italia (1 su 6 ha votato Sì). I dati statistici di Quorum pubblicati da YouTrend per SkyTG24 rivelano la maggioranza dei No ragionati rispetto ai No politici. Attestano infatti che i “No nel merito” hanno pesato maggiormente, con il 54% del totale, mentre i “No politici” sono stati pari al 46%. Una percentuale, quest’ultima, comunque elevata. Per questo motivo è utile analizzare anche il ruolo che ha svolto il dissenso politico ai fini del risultato finale.

La seconda motivazione è quindi puramente politica e ricalca qualcosa di cui si è già a lungo discusso: la personalizzazione. È questo un elemento sul quale converrebbe tornare a discutere. Il grande dato dell’affluenza può significare certamente una mobilitazione dei cittadini insoddisfatti dall’azione del governo. Ciò, dunque, spinge a pensare che il dietro-front di Matteo Renzi, consigliato non troppo celatamente dallo spin doctor di Obama, Jim Messina, non sia bastato a spersonalizzare il Referendum. Così si è reso inevitabile per Renzi doversi dimettere subito dopo aver appreso dell’esito della consultazione popolare. Il Premier ha lasciato Palazzo Chigi con un discorso intriso di pathos e caratterizzato da una indiscutibile abilità retorica, ma oltre a questo, ha lasciato una responsabilità enorme sulle spalle delle opposizioni. In questo modo quindi il destino del governo si è inesorabilmente legato al destino del Referendum. I dati da approfondire sono anche quelli relativi al voto dei giovani, il voto del Mezzogiorno e il voto delle fasce più deboli. La fascia di età giovanile ha votato per l’81% No. Questo dato fa riflettere su quanto sia stato poco avvertito l’appello del governo al cambiamento e quanto le politiche di contrasto della disoccupazione giovanile del governo siano ritenute nulle o insoddisfacenti. Il dissenso politico sembra quindi provenire soprattutto da questa classe sociale. Un altro dato importante proviene dal Mezzogiorno, che ha votato in massa per il No, superando in molte regioni anche il dato nazionale, andando oltre il 60% come nel caso della Campania che ha distanziato il dato nazionale di 8 punti percentuali. Il Sì è riuscito invece a conquistare solo la Toscana, l’Emilia-Romagna e il Trentino Alto-Adige. Il Mezzogiorno, dunque, appare essere l’area del paese che accusa maggiore lontananza della politica nazionale soprattutto nei settori delle politiche sociali e del lavoro. A questo dato si collega perfettamente il voto negativo delle fasce più deboli. Emblematico in questo caso il dato di Roma. Nella città capitolina il Sì è riuscito a prevalere solo nelle zone benestanti creando una frattura centro/periferia notevole. Il caso romano rispecchia la realtà nazionale, i dati infatti riportano una chiara insofferenza delle fasce più deboli, le quali hanno sfruttato la consultazione referendaria per esprimere il proprio disagio.

Il Paese quindi ha espresso un rigetto politico e personale riguardo la figura del Premier e del suo operato di governo, ma questo dato rimane comunque di second’ordine ai fini della vittoria finale. È un dato sicuramente importante, ma non fondamentale e decisivo. Giustificare l’esito negativo del Referendum utilizzando esclusivamente il dato politico appare riduttivo e delegittimante. Il No ha vinto perché gli elettori hanno avvertito la Riforma come artificiosa e divisiva, troppo identificabile con i loro promotori e poco chiara negli elementi formali. I cittadini sembrano preferire un atteggiamento più inclusivo e più partecipato, con un’impronta parlamentare anziché governativa. Una Riforma che è stata spiegata in vari modi e senza dubbio molto criticata, non facilmente intelligibile nei suoi aspetti particolari, ma oggetto, come detto, di un lungo dibattito accademico, politico, culturale e mediatico.

In conclusione si può dire che, seguendo le analisi e le ricerche di Quorum, il No si sia “sdoppiato” sotto forma di No ragionato e No politico. Un No giovane, particolarmente diffuso nell’area meridionale del paese. Un No dei ceti più periferici e di chi si trova in condizioni di marginalità. Un doppio No deve portare ad una doppia consapevolezza. La consapevolezza di dover produrre una Riforma maggiormente condivisa e, prima ancora, la consapevolezza di dover ottemperare ai bisogni pratici dei cittadini e creare un clima più disteso per favorire un dibattito più sano.

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